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Originally posted on Triskel182:

GreciaAlla fine di questa settimana che ha segnato uno spartiacque nella storia d’Europa, risulta tragicamente ridicola tutta questa cosa del debito greco.

Quello che principalmente chiedeva Tsipras da anni – cioè il taglio o almeno una sua robusta dilazione nel tempo – gli è stato ripetutamente negato fino a farlo capitolare. Ma adesso sia il Fondo monetario, sia la Bce, sia il governo Usa dicono all’unisono: oh cazzo, ma questo debito è così gigantesco che un’economia così debole non potrà mai ripagarlo nei tempi stabiliti; oh cazzo, ma più gli chiediamo di rispettare le scadenze più strangoliamo quell’economia già debole, quindi non ci conviene; oh cazzo, l’unica cosa possibile per riavere indietro almeno una parte dei soldi è tagliare il debito o dilazionarlo robustamente nel tempo!

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Originally posted on Al di là del Buco:

Avevo seguito a suo tempo la vicenda, incluse le differenti versioni di difesa e accusa. Lei ubriaca, quindi non in grado di dare il suo consenso, loro forse brilli, non si sa. Non so, non c’ero, non mi interessa misurare la colpevolezza di qualcuno a partire da una visione repressiva del problema. Non mi interessa neppure legittimare un’istituzione paternalista, patriarcale, che decide quando puoi dirti stuprata e quando no, perché nel fare questo sostanzialmente ti entra nelle mutande, guarda le cose attraverso le lenti della propria morale e questo non è accettabile. Non lo è per chi accusa e, se ci pensate bene, neppure per chi si difende.

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Originally posted on Essere Sinistra:

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[traduzione dell’articolo di Yanis Varoufakis apparso su Die Zeit]

La ragione per cui cinque mesi di negoziati tra la Grecia e l’Europa hanno portato all’impasse è che questo è proprio quello che il dottor Schäuble voleva si realizzasse.

Nel periodo dei miei primi incontri a Bruxelles all’inizio di febbraio, una potente maggioranza in seno all’Eurogruppo si era già formata. Si muoveva  intorno alla pressante figura del ministro delle Finanze della Germania, la sua missione era quella di bloccare qualsiasi accordo sulla costruzione di un terreno comune tra il nostro governo appena eletto e il resto della zona euro. [1. “Le elezioni non possono cambiare nulla” e “O il Memorandum o nulla” furono le affermazioni di principio con cui salutò il mio primo intervento all’Eurogruppo.]

Così cinque mesi di intensi negoziati non hanno mai avuto la possibilità di uno sbocco reciprocamente utile. Erano condannati a condurre alla situazione di…

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Originally posted on Triskel182:

Il congelamento dei salari era incostituzionale. Ma dopo la sentenza arriveranno pochi spiccioli. E chi ha salati medi ci rimette: perderà gli 80 euro del bonus di Renzi.

L’ultimo contratto dei pubblici dipendenti è scaduto nel lontano 2009. Il rinnovo per il triennio 2010-2012 fu cancellato con ildecreto legge 78 del 2010 (allora c’era il governo Berlusconi) e la norma piacque tanto ai governi che si sono succeduti, che hanno pensato bene di estenderla al 2013-2014 (governo Letta) e al 2015 (governo Renzi), per la parte economica. Su quest’ultimo punto è intervenuta la Corte Costituzionale che, il 24 giugno scorso, ha dichiarato l’illegittimità sopravvenuta del regime del blocco della contrattazione collettiva per il lavoro pubblico, con decorrenza dalla pubblicazione della sentenza. Prima di assumere qualsiasi decisione, il governo dovrà attendere il deposito della sentenza della Corte, che dovrebbe avvenire entro venti-trenta giorni ma potrebbe slittare anche a dopo…

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Stature (Biani)

Originally posted on Triskel182:

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Risultati immagini per bandiera greca

 

Mi auguro con tutto il cuore che il referendum indetto per oggi dal governo greco si concluda con la vittoria del NO perché sarà la vittoria del popolo greco e di tutti gli europei per la democrazia contro la dittatura finanziaria di pochi.

Spero che il coraggio abbia il sopravvento sulla paura.

Spero che l’amore per la vita e la libertà possano trionfare sulle leggi del profitto.

Riforma scuola, i profili di incostituzionalità nel ddl ‘Buona Scuola’ (Alberto Lucarelli)

scuola-proteste-ddl

Porre la fiducia da parte del governo sulla riforma della scuola ha significato non consentire al Parlamento ed alle opposizioni di svolgere su temi centrali della vita civile del Paese, attinenti alla tutela di diritti fondamentali, il ruolo e la funzione che la Costituzione riconosce loro. Infatti, il provvedimento prevede scelte di discrezionalità legislativa destinate a ripercuotersi sui diritti di una pluralità di soggetti, ed in senso più ampio su una struttura organizzativa fondativa del nostro Stato sociale.

Bisogna dare al Parlamento ed alle opposizioni il diritto di svolgere il proprio ruolo, costituzionalmente garantito, ed in particolare di esprimersi su una serie di questioni di dubbia costituzionalità.

1. L’alternanza scuola-lavoro ed il conseguente vulnus del diritto allo studio

In contrasto con il diritto allo studio sembra porsi la parte relativa all’alternanza scuola-lavoro. Il riferimento, in particolare è all’obbligo (e non alla mera possibilità) di ‘esperienza lavorativa’ per almeno 400 ore (nel secondo biennio e nell’ultimo anno negli istituti tecnici e professionali) e 200 (nel triennio nei licei). Si dubita della compatibilità di una tale imposizione con il diritto di ‘solo’ studio e col diritto ad una valutazione che tenga conto esclusivamente del proprio percorso scolastico: viceversa, l’inclusione delle esperienze extrascolastiche nel curriculum dello studente le rende valutabili in sede di esame di Stato.

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Sarebbe, pertanto, fortemente auspicabile articolare l’alternanza scuola-lavorosu base volontaria e rendere immune il giudizio valutativo da qualsiasi attività extradidattica.

2. Il c.d. Preside-sceriffo

Senza dubbio, tra le disposizioni più contestate rientrano quelle concernenti il cosiddetto ‘preside sceriffo’. Si allude al conferimento di poteri al dirigente scolastico in particolare al potere di ‘individuare’ il personale da assegnare ai posti dell’organico. Attualmente, sono gli stessi vincitori del concorso a scegliere, nell’ordine in cui sono inseriti nella graduatoria, il posto di ruolo fra quelli disponibili nella regione.

La norma stabilisce che il dirigente, per la copertura dei posti dell’istituzione scolastica, propone gli incarichi triennali ai docenti di ruolo assegnati all’ambito territoriale di riferimento, anche tenendo conto delle candidature presentate dai docenti medesimi.

Prevede, inoltre, la facoltà del dirigente di utilizzare docenti inclassi di concorsodiverse da quelle per le quali sono abilitati, purché posseggano titoli di studio validi per l’insegnamento della disciplina e percorsi formativi e competenze professionali coerenti con gli insegnamenti da impartire.

Si tratta di poteri significativi lesivi di diritti costituzionalmente garantiti (uguaglianza, diritto al lavoro, buon andamento e imparzialità dell’agire amministativo).

3. Valutazioni e premialità vs. la libertà d’insegnamento del docente

Un’ulteriore considerazione va svolta sul carattere del lavoro dell’insegnante che ha strutturalmente, e aggiungerei fisiologicamente, natura non subordinata nel senso che è frutto dell’esercizio del diritto costituzionale alla libertà d’insegnamento (art. 33 Cost.).  Se però è il preside che sceglie, come si è visto, il corpo insegnante per l’organico funzionale, tale scelta condiziona la libertà d’insegnamento nel senso che può costituire una forma di pressione e di adeguamento alla volontà di una figura monocratica.

Identico discorso va fatto per l’aspetto premiale che, se oggetto di una valutazione da parte di commissioni in cui seggono anche i genitori e gli allievi, può risultare distorcente rispetto la serenità dello svolgimento del lavoro del docente che avrebbe come valutatori quelli che valuta. Di tenore diverso sarebbe usare tali commissioni per provare la ricezione del proprio lavoro e introdurvi dei correttivi; una cosa ben diversa dal legare questo momento ad una premialità di qualsiasi tipo.

4. Risorse esterne e contributi pubblici per le scuole private

Infine ultima questione da valutare è la realizzazione di un’autonomia non solo funzionale ma finanziaria delle scuole, legando la riuscita della scuola alla possibilità di attrarre risorse esterne. In tal caso i fattori economici e storico sociali del contesto in cui opera la scuola diventerebbero poi un dato condizionante la disparità tra scuola e scuola, in violazione dei primari principi fondativi dello Stato sociale (artt. 2, 3, 33, 41 Cost.)

Identico discorso, in violazione dell’art. 33 Cost. (Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole e istituti di educazione, senza oneri per lo Stato) andrebbe posto sulla possibilità per le scuole private di incamerare oltre che il finanziamento statale anche le somme che i singoli contribuenti hanno chiesto come rimborso per la spesa dell’istruzione (il cosiddetto buono scuola).

In conclusione si tratta di tutti aspetti molto preoccupanti e soprattutto lesivi di principi costituzionali, che meritano approfondimenti e che soprattutto non possono essere “liquidati” con un voto di fiducia. Prevedo sul piano giuridico ricorsi e soprattutto il ricorso alla Corte costituzionale che ne verifichi la dubbia “tenuta” costituzionale.

Da ilfattoquotidiano.it

 

IO RINUNCIO AL MIO CREDITO GRECO

L’ Unione Europea si appresta a cacciare la Grecia.
Il motivo: non vuole accettare la richiesta di Atene di rinviare la restituzione del debito. L’ Italia partecipa al credito greco per 40 miliardi. E’ un credito di tutti i cittadini italiani. Cominciamo a dire che, oltre ad avere molti dubbi sulla sua legittimità. noi comunque vi rinunciamo, almeno fin quando la Grecia non sia in condizione di pagarlo senza far morire di stenti la maggioranza dei suoi abitanti e stroncare per chissà quanto la sua economia.
L’ Europa senza la Grecia sarebbe come un adulto privato della sua infanzia. Cioè della sua memoria e delle sue parole.

Inviate un messaggio a
Ufficio di Segreteria del Consiglio dei Ministri
uscm@palazzochigi.it e /o a comitati@listatsipras.eu

www.ilmanifesto.info

«Amici greci,
da sei mesi il governo greco combatte una battaglia in condizioni di soffocamento economico senza precedenti, per implementare il mandato che ci avete dato il 25 gennaio.
Il mandato che stavamo negoziando coi nostri partner chiedeva di mettere fine all’austerità e permettere alla prosperità ed alla giustizia sociale di tornare nel nostro paese.
Era un mandato per un accordo sostenibile che rispettasse la democrazia e le regoli comuni europee, per condurre all’uscita finale dalla crisi.

Durante questo periodo di negoziazioni, ci è stato chiesto di mettere in atto gli accordi fatti col precedente governo nel “memorandum”, nonostante questi fossero stati categoricamente condannati dal popolo greco nelle recenti elezioni.
Comunque, nemmeno per un momenti abbiamo pensato di arrenderci, cioè di tradire la vostra fiducia.

Dopo cinque mesi di dure contrattazioni, i nostri partner, sfortunatamente, hanno rilanciato all’eurogruppo di due giorni fa un ultimatum alla democrazia greca ed al popolo greco.

Un ultimatum che è contrario ai principi fondanti ed ai valori dell’Europa, i valori del progetto comune europeo.
Hanno chiesto al governo greco di accettare una proposta che accumula un nuovo insostenibile peso sul popolo ellenico e colpisce profondamente le possibilità di recupero dell’economia e della società greche. Una proposta che non soltanto perpetua lo stato di incertezza ma accentua persino le disuguaglianze sociali.

La proposta delle istituzioni include: misure per un’ulteriore deregolamentazione del mercato del lavoro, tagli alle pensioni, ulteriori riduzioni nel salario minimo del settore pubblico e incremento dell’IVA su cibo, ristorazione e turismo, eliminando inoltre le agevolazioni fiscali per le isole greche.

Queste proposte violano direttamente fondamentali diritti europei, mostrano che riguardo a lavoro, uguaglianza e dignità, lo scopo di alcuni partners e istituzioni non è il raggiungimento di un buon accordo per tutte le parti, ma l’umiliazione dell’intero popolo greco.

Queste proposte sottolineano in particolare l’insistenza del Fondo Monetario Internazionale in una dura e punitiva austerity, e sottolineano più che mai la necessità per i grandi poteri europei di prendere iniziative che conducano al termine della crisi del debito sovrano ellenico. Una crisi che colpisce altri paesi europei e che sta minacciando il futuro prossimo dell’integrazione continentale.

Amici greci,
in questo momento pesa sulle nostre spalle, attraverso le lotte ed i sacrifici, la responsabilità storica del popolo greco per il consolidamento della democrazia e della sovranità nazionale. La nostra responsabilità per il futuro del nostro paese.
E la nostra responsabilità ci richiede di rispondere all’ultimatum sulla base del mandato del popolo greco.

Pochi minuti fa alla riunione di gabinetto ho proposto l’organizzazione di un referendum, perché il popolo greco possa decidere in maniera sovrana.

Questa proposta è stata accettata all’unanimità.

Domani la la camera dei rappresentanti sarà convocata d’urgenza per ratificare la proposta del gabinetto per un referendum la prossima domenica, 5 luglio, sull’accettazione o il rigetto della proposta delle istituzioni.

Ho già informato della mia decisione il presidente francese e la cancelliera tedesca, il presidente della BCE e domani una mia lettera chiederà formalmente ai leader della UE ed alle istituzioni di estendere per pochi giorni il programma attuale in modo da permettere al popolo greco di decidere, libero da ogni pressione e ricatto, come richiesto dalla costituzione del nostro paese e dalla tradizione democratica europea.

Amici greci,
al ricatto dell’ultimatum che ci chiede di accettare una severa e degradante austerità senza fine e senza prospettive di ripresa economica, vi chiedo di risponde in maniera sovrana e orgogliosa, come la nostra storia ci chiede.
Ad una austerità autoritaria e violenta, risponderemo con la democrazia, con calma e decisione.

La Grecia, il luogo di nascita della democrazia, manderà una forte e sonora risposta all’Europa ed al mondo.
Mi impegno personalmente al rispetto dei risultati della vostra scelta democratica, qualsiasi essi siano.
Sono assolutamente fiducioso che la vostra scelta onorerà la storia del nostro paese e manderà un messaggio di dignità al mondo.
In questi momenti critici dobbiamo tutti ricordare che l’Europa è la casa comune dei popoli. Che in Europa non ci sono proprietari ed ospiti.
La Grecia è e rimarrà una parte fondamentale dell’Europa, e l’Europa è una parte della Grecia. Ma senza democrazia, l’europa sarebbe un’europa senza identità e senza bussola.
Vi invito a mostrare unità nazionale e calma e fare la scelta giusta.
Per noi, per le generazioni future, per la storia dei greci.
Per la sovranità e la dignità del nostro popolo.»
( Alexis Tsipras Atene, 27 giugno 2015, 1 am)

Contro il totalitarismo finanziario, l’Europa o cambia o muore

Non solo Grecia. In effetti non si era mai visto un creditore, per stupido che esso sia, cercare di uccidere il proprio debitore, come invece il Fmi sta facendo con i greci. Ci deve essere qualcosa di più: la costruzione scientifica del «nemico». E la volontà di un sacrificio esemplare.

L’«economia che uccide» di cui parla il papa la vediamo al lavoro in que­sti giorni, in diretta, da Bru­xel­les. Ed è uno spet­ta­colo umi­liante. Non taglia le gole, non ha l’odore del san­gue, della pol­vere e della carne bru­ciata. Opera in stanze cli­ma­tiz­zate, in cor­ri­doi per passi fel­pati, ma ha la stessa impu­dica fero­cia della guerra. Della peg­giore delle guerre: quella dichia­rata dai ric­chi glo­bali ai poveri dei paesi più fra­gili. Que­sta è la meta­fi­sica influente dei ver­tici dell’Unione euro­pea, della Bce e, soprat­tutto, del Fondo mone­ta­rio inter­na­zio­nale: dimo­strare, con ogni mezzo, che chi sta in basso mai e poi mai potrà spe­rare di far sen­tire le pro­prie ragioni, con­tro le loro fal­li­men­tari ricette.

La «trat­ta­tiva sulla Gre­cia», nelle ultime set­ti­mane, è ormai uscita dai limiti di un nor­male, per quanto duro, con­fronto diplo­ma­tico per assu­mere i carat­teri di una prova di forza. Di una sorta di giu­di­zio di dio alla rove­scia.
Già le pre­ce­denti tappe ave­vano rive­lato uno scarto rispetto a un tra­di­zio­nale qua­dro da «demo­cra­zia occi­den­tale», con la costante volontà, da parte dei ver­tici dell’Unione, di sosti­tuire al carat­tere tutto poli­tico dei risul­tati del voto greco e del man­dato popo­lare dato a quel governo, la logica arit­me­tica del conto pro­fitti e per­dite, come se non di Stati si trat­tasse, ma ormai diret­ta­mente di Imprese o di Società commerciali.

Ha ragione Jür­gen Haber­mas a denun­ciare lo slit­ta­mento – di per sé deva­stante – da un con­fronto tra rap­pre­sen­tanti di popoli in un qua­dro tutto pub­bli­ci­stico di cit­ta­di­nanza, a un con­fronto tra cre­di­tori e debi­tori, in un qua­dro quasi-privatistico da tri­bu­nale fal­li­men­tare. Era già di per sé il segno di una qual­che apo­ca­lisse cul­tu­rale la deru­bri­ca­zione di Ale­xis Tsi­pras e di Yanis Varou­fa­kis da inter­lo­cu­tori poli­tici a «debi­tori», posti dun­que a priori su un piede di ine­gua­glianza nei con­fronti degli onni­po­tenti «creditori».

Ma poi la vicenda ha com­piuto un altro giro. Chri­stine Lagarde ha impresso una nuova acce­le­ra­zione al pro­cesso di disve­la­mento, alzando ancora il tiro. Facen­done non più solo una que­stione di spo­lia­zione dell’altro, ma di sua umi­lia­zione. Non più solo la dia­let­tica, tutta eco­no­mica, «creditore-debitore», ma quella, ben più dram­ma­tica, «amico-nemico», che segna il ritorno in campo della poli­tica nella sua forma più essen­ziale, e più dura, del «polemos».

In effetti non si era mai visto un cre­di­tore, per stu­pido che esso sia, cer­care di ucci­dere il pro­prio debi­tore, come invece il Fmi sta facendo con i greci. Ci deve essere qual­cosa di più: la costru­zione scien­ti­fica del «nemico». E la volontà di un sacri­fi­cio esemplare.

Un auto da fé in piena regola, come si faceva ai tempi dell’Inquisizione, per­ché nes­sun altro sia più ten­tato dal fascino dell’eresia.

Leg­ge­tevi con atten­zione l’ultimo docu­mento con le pro­po­ste gre­che e le cor­re­zioni in rosso del Brus­sels group, pub­bli­cato (con un certo gusto sadico) dal Wall Street Jour­nal: è un esem­pio buro­cra­tico di peda­go­gia del disumano.

L’evidenziatore in rosso ha spi­go­lato per tutto il testo cer­cando, con mania­cale acri­bia ogni, sia pur minimo, accenno ai «più biso­gnosi» («most in need») per cas­sarlo con un rigo. Ha negato la pos­si­bi­lità di man­te­nere l’Iva più bassa (13%) per gli ali­menti essen­ziali («Basic food») e al 6% per i mate­riali medici (!). Così come, sul ver­sante oppo­sto, ha can­cel­lato ogni accenno a tas­sare «in alto» i pro­fitti più ele­vati (supe­riori ai 500mila euro), in omag­gio alla fami­ge­rata teo­ria del tric­kle down, dello «sgoc­cio­la­mento», secondo cui arric­chire i più ric­chi fa bene a tutti!

Ha, infine, dis­se­mi­nato di rosso il para­grafo sulle pen­sioni, impo­nendo di spre­mere ulte­rior­mente, di un altro 1% del Pil — e da subito! — un set­tore già mas­sa­crato dai Memo­ran­dum del 2010 e del 2012.
Il tutto appog­giato sulla infi­ni­ta­mente repli­cata fal­si­fi­ca­zione dell’età pen­sio­na­bile «scan­da­lo­sa­mente bassa» dei greci (chi spara 53 anni, chi 57…). Il diret­tore della comu­ni­ca­zione della Troika Gerry Rice, durante un incon­tro con la stampa, per giu­sti­fi­care la mano pesante, ha addi­rit­tura dichia­rato che «la pen­sione media greca è allo stesso livello che in Ger­ma­nia, ma si va in pen­sione sei anni prima…».

Una (dop­pia) men­zo­gna con­sa­pe­vole, smen­tita dalle stesse fonti sta­ti­sti­che uffi­ciali dell’Ue: il data­base Euro­stat segnala, fin dal 2005, l’età media pen­sio­na­bile per i cit­ta­dini greci a 61,7 anni (quasi un anno in più rispetto alla media euro­pea, la Ger­ma­nia era allora a 61,3, l’Italia a 59,7).

E sem­pre Euro­stat ci dice che nel 2012 la spesa pen­sio­ni­stica pro capite era in Gre­cia all’incirca la metà di Paesi come l’Austria e la Fran­cia e di un quarto sotto la Ger­ma­nia.
Il Finan­cial Times ha dimo­strato che «accet­tare le richie­ste dei cre­di­tori signi­fi­che­rebbe per la Gre­cia dire sì ad un aggiu­sta­mento di bilan­cio… pari al 12,6% nell’arco di quat­tro anni, al ter­mine dei quali il rap­porto debito-PIL si avvi­ci­ne­rebbe al 200%». Paul Krug­man ha mostrato come l’avanzo pri­ma­rio della Gre­cia «cor­retto per il ciclo» (cycli­cally adju­sted) è di gran lunga il più alto d’Europa: due volte e mezzo quello della Ger­ma­nia, due punti per­cen­tuali sopra quello dell’Italia.

Dun­que un Paese che ha dato tutto quello che poteva, e molto di più. Per­ché allora con­ti­nuare a spre­merlo?
Ambrose Evans-Pritchard – un com­men­ta­tore con­ser­va­tore, ma non acce­cato dall’odio – ha scritto sul Tele­graph che i «cre­di­tori vogliono vedere que­sti Kle­pht ribelli (greci che nel Cin­que­cento si oppo­sero al domi­nio otto­mano) pen­dere impic­cati dalle colonne del Par­te­none, al pari dei ban­diti», per­ché non sop­por­tano di essere con­trad­detti dai testi­moni del pro­prio fal­li­mento. E ha aggiunto che «se vogliamo datare il momento in cui l’ordine libe­rale nell’Atlantico ha perso la sua auto­rità – e il momento in cui il Pro­getto Euro­peo ha ces­sato di essere una forza sto­rica capace di moti­vare – be’, il momento potrebbe essere pro­prio que­sto». È dif­fi­cile dar­gli torto.

Non pos­siamo nascon­derci che quello che si con­suma in Europa in que­sti giorni, sul ver­sante greco e su quello dei migranti, segna un cam­bia­mento di sce­na­rio per tutti noi.
Sarà sem­pre più dif­fi­cile, d’ora in poi, nutrire un qual­che orgo­glio del pro­prio essere euro­pei. E ten­derà a pre­va­lere, se vor­remo «restare umani», la vergogna.

Se, come tutti spe­riamo, Tsi­pras e Varou­fa­kis riu­sci­ranno a por­tare a casa la pelle del pro­prio Paese, respin­gendo quello che asso­mi­glia a un colpo di stato finan­zia­rio, sarà un fatto di straor­di­na­ria impor­tanza per tutti noi.

E tut­ta­via resterà comun­que inde­le­bile l’immagine di un potere e di un para­digma con cui sarà sem­pre più dif­fi­cile con­vi­vere. Per­ché malato di quel tota­li­ta­ri­smo finan­zia­rio che non tol­lera punti di vista alter­na­tivi, a costo di por­tare alla rovina l’Europa, dal momento che è evi­dente che su que­ste basi, con que­ste lea­der­ship, con que­sta ideo­lo­gia esclu­siva, con que­ste isti­tu­zioni sem­pre più chiuse alla demo­cra­zia, l’Europa non sopravvive.

Mai come ora è chiaro che l’Europa o cam­bia o muore.

La Gre­cia, da sola, non può far­cela. Può supe­rare un round, ma se non le si affian­che­ranno altri popoli e altri governi, la spe­ranza che ha aperto verrà soffocata.

Per que­sto sono così impor­tanti le ele­zioni d’autunno in Spa­gna e in Portogallo.

Per que­sto è così urgente il pro­cesso di rico­stru­zione di una sini­stra ita­liana all’altezza di que­ste sfide, supe­rando fram­men­ta­zioni e par­ti­co­la­ri­smi, incer­tezze e distin­guo, per costruire, in fretta, una casa comune grande e credibile.

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