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Giovani uomini che non sanno dare un senso al vivere

perché non è stato loro insegnato.

Pieni di dolore, insoddisfazione, rabbia.

Facili prede

Giovani che soccombono alla vita.

Giovani uomini non considerati, non rispettati,

che a loro volta non considerano, non accolgono,

non rispettano

fino ad arrivare ad uccidere, ad uccidersi!

Tutto il mondo è responsabile!

Il mondo intero,

quello occidentale e quello orientale.

Il rispetto e l’accoglienza vanno al di là di tutto,

al di là delle questioni economiche e strategiche.

Siamo tutti responsabili

La classe politica ne prenderà mai coscienza?

O ipocritamente continuerà a blaterare,

attentato dopo attentato,

invocando leggi più repressive e restrittive

per cercare di garantire più sicurezza.

Dobbiamo difenderci

Certamente

Ma dobbiamo difenderci dalle imposizioni economiche e politiche

che minano la nostra vita e la nostra libertà,

che ci riducono a numeri,

che ci rendono vuoti,

in un perenne stato 

di non-sense. 

Il nostro vivere è così mutato!

E’ impersonale, virtuale, digitale, ansioso, di perenne urgenza.

Le emozioni sono compresse,

tenute lontano dal pensiero,

da noi.

Non ci prendiamo più il tempo necessario per esserne consapevoli

per sedimentare i sogni,

per sperimentare, per godere.

E’ solo un continuo correre dietro a non si sa cosa.

Pieni di rancore, ansia e disperazione, 

non sappiamo più amare.

Mio padre se ne è andato nel sonno nelle prime ore della mattina di domenica 22 maggio 2016 a casa, il primo maggio aveva compiuto 94 anni. Fino alla fine è stato lucido e quindi consapevole. E’ stata dura per lui e per noi.

Siamo riusciti a farlo restare a casa, come era suo desiderio, ma non siamo riusciti a risparmiargli il dolore. Per gli ultimi due mesi di vita non c’è stato giorno in cui non abbia invocato misericordia e carità, in cui non ci abbia detto che voleva morire. Solo tre giorni prima di morire, rendendosi conto che era arrivato alla fine, mi ha detto che non era pronto, che voleva restare con noi.  

Con rabbia devo dire che siamo stati lasciati soli, che le strutture sanitarie di base, il medico curante in prima linea, non ci hanno fornito l’informazione adeguata relativamente al diritto che una legge dello stato (Legge 15 marzo 2010, n. 38 –  “ Disposizioni per garantire l’accesso  alle cure palliative e alla terapia del dolore”) conferisce ai malati terminali e cronici di ricevere giuste cure per trascorrere gli ultimi giorni di vita in modo dignitoso e sereno.

Ho deciso pertanto di condividere tutto questo perché penso che della morte è giusto parlare perché è parte integrante della vita, basti pensare che alla nascita, tra vivere e morire, è solo questione di una frazione di secondi.

Non è un caso che le cure palliative siano state pensate da una donna, Cicely Saunders, infermiera qualificata, medico e assistente sociale. Con un autentico humour inglese, si definiva un one-women multiprofessional team. Riuniva infatti in una sola persona le tre più importanti professionalità dell’accompagnamento alla morte. ( “SAPER MORIRE – Cosa possiamo fare, come possiamo prepararci – Gian Domenico Borasio ).

Le donne hanno familiarità da sempre con il dolore, la sofferenze e la morte perché danno la vita. La forza interiore delle donne è immensa ed è per questo che riescono da sempre a gestire meglio il dolore. Le donne non si tirano indietro quasi mai.

In questa nostra società in cui tutti ci crediamo immortali, tutti dobbiamo essere giovani il più a lungo possibile, tutti dobbiamo essere belli, non c’è posto per la sofferenza, per il dolore, per la morte. Ma sofferenza, dolore e morte fanno parte della vita, come la gioia, la serenità, e tutti quei piccoli momenti di felicità che ognuno di noi ha la fortuna di assaporare.

Penso che sia arrivato però il momento di fermarsi a riflettere, di riconoscere che non si può correre all’infinito, che questo nostro modello di sviluppo che ci ha portato, tra le tante altre cose, ad ammalarci di una serie di malattie, dovute proprio al troppo benessere, che ci fanno poi morire, non è più sostenibile.

Occorrerebbe che ognuno di noi imparasse ad abbracciare anche la parte più buia della vita, per poterla illuminare. Basta una piccola fessura per far entrare la luce: per dare spazio alla luce serve la conoscenza e la conoscenza la possiamo fare nostra solo abbracciando tutte le situazioni che la vita di volta in volta ci pone davanti.

La morte ci coglierà sempre all’ improvviso ma cerchiamo di esserne consapevoli per poter concludere i nostri giorni con dignità e serenità.

Ps. I recapiti delle unità di cure palliative e degli hospice italiani sono reperibili presso gli indirizzi pubblicati sul sito web della                                                                                           Società Italiana di Cure Palliative (www.sicp.it /web/eventi/SICP/reticp.cfm)   e della               Federazione Cure Palliative ( www.fedcp.org/cure-palliative/hospice.in-italia.html )       

 

 

Triskel182

Nardella

Apprezzo molto la maniera con cui Nardella, da me scoperto in tempi non sospetti, si consegni ogni giorno alla leggenda. Di fronte al disastro Lungarno, che lo ha visto puntualmente reattivo come un frassino morto sotto la tempesta, Nardy ha tuonato (va be’): “Publiacqua deve spiegazioni a me e ai cittadini”. Detto che casomai dovrebbe essere il sindaco (cioè lui, anche se non sembra) a dare spiegazioni ai cittadini, il mitico Nardy potrebbe essere accontentato facilmente. Chi c’era (o c’è) dietro e dentro la partecipata comunale Publiacqua, sotto accusa per il guasto alle due tubature dell’acquedotto? E’ presto detto: un covo di renzinissimi della prima ora.

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Questo è quanto scrive Lorella Zanardo sulla sua pagina facebook.

SOSTENIAMO IL SUO PROGETTO

Il corpo delle donne

HO un PROGETTO
Ho un progetto per un video/ documentario su un soggetto urgente quanto lo fu Il Corpo delle Donne.
Abbiamo scritto il soggetto, così bello che mentre scrivo, fremo dall’emozione.
Come è mio costume, il tema è utile, offre spunti di riflessione che servono a vivere meglio, ad uscire dalle gabbie, a fare un salto di qualità nelle nostre vite.
E’ un soggetto che interessa le donne, ma anche gli uomini.
Ed è un tema universale: interesserebbe l’ Italia ma anche il mondo.
Offre una riflessione “alta” ma accessibile a tutte e tutti, come fu con Il Corpo delle Donne.

Ci serve un finanziamento.
Tra voi che leggete ci sono donne e uomini che lavorano nelle Fondazioni, Banche, Aziende, Enti.
Cosa offriamo?
Il Corpo delle Donne è arrivato a più di 12 milioni di persone, di cui circa 5 milioni all’estero.Normalmente un documentario arriva a qualche centinaio di migliaia di persone.
Ha provocato coscienze, riflessioni, convegni, eventi, premi, migliaia di interventi nelle scuole, nelle università del mondo, a festival. Sono state scritte tesi, libri, documentari che ne hanno parlato.
Chi ci sostiene, avrà il proprio marchio che si diffonderà insieme al nostro lavoro comunicando che sostenete un’opera che non è solo arte ma un’azione concreta di cittadinanza attiva.
Pubblicità buona e pulita per voi. Che è molto di questi tempi.
Noi chiediamo autonomia di azione, libertà di espressione.

Con il costo di 5 o 6 passaggi di spot pubblcitari in televisione, potete sostenere un’opera che potrebbe fare molto bene. E diffondersi parecchio. E provocare cambiamenti grandiosi.

Pensateci.
Se siete interessate/i a parlarne scrivetemi qui: lorellaz@ilcorpodelledonne.net
grazie

UNA DONNA

Una donna fasciata in un abito elegante una donna che custodisce il bello una donna felice di essere serpente una donna infelice di essere questo e quello. Una donna che a dispetto degli uomini dif…

Sorgente: UNA DONNA

CARE TRENTENNI: SI può VIVERE senza l’APPROVAZIONE MASCHILE

Da quando è uscito il documentario “Il Corpo delle Donne” ho avuto modo di notare che c’è un segmento della popolazione femminile, direi trentenni fino ai quaranta, spesso laureate e apparentemente emancipate, che interviene ai dibattiti con puntualizzazioni molto simili, da Roma a Milano, da Napoli a Trento.
Dapprima queste giovani donne arricchiscono il dibattito con esperienze personali: recentemente una di loro raccontava di come si fosse sentita chiedere ad un colloquio per un posto di lavoro, se nei suoi piani ci fosse un figlio. Indignata la ragazza aveva reagito duramente alla domanda discriminatoria, si era ribellata con forza.
Quando poi avevo ripreso la mia esposizione inserendo il suo commento all’interno di uno scenario ampio, e cioè quello di un Paese misogino con un patriarcato duro a morire, con un Gender Gap Index a livelli primitivi, con un divario salariale del 30% tra uomini e donne, con una televisione pubblica e privata che non ha pari quanto a discriminazione di genere in Europa, e per questo avevo concluso, è necessario reagire, ecco allora avevo visto la giovane donna muoversi con fastidio sulla sedia e poi sbottare con un “Sì, va bene. Ma questa lotta non la definirei femminista, che è superata. Io posso fare ciò che voglio nella mia vita. E poi questa battaglia noi, della mia generazione, la vogliamo fare con gli uomini, insieme.”E a questo punto la giovane donna lanciava uno sguardo al resto della platea di coetanee e tutte sì, annuivano fiere. Loro la battaglia la vogliono fare con i loro compagni e con gli uomini tutti.
Questa scena si ripete spesso.
All’inizio provavo un senso di com-passione e compresione verso chi interveniva: immaginavo la rabbia e lo scoramento di chi si laureava, frequentava un post-doc, si dava da fare per poi trovarsi a combattere contro stereotipi vecchi come il mondo.
Successivamente a questi sentimenti si è aggiunto un sottile fastidio.
Ho letto in questi commenti un sottotesto, un non-detto che si esprime spesso in mezzi sorrisi, in sguardi sfuggenti, in occhiate solidali tra pari.
Gli sguardi dicono ” Noi cara Zanardo, siamo giovani. Sì, c’è qualche problema ma si risolveranno. Noi non siamo “come voi”. Noi siamo comunque vincenti. Noi piacciamo.”
Questo pensiero si comprende, e per quanto mi riguarda, si giustifica facilmente. Nella nostra società la figura femminile di riferimento a livello mediatico è la giovanissima. Moda, televisione, pubblicità hanno adottate le giovani e giovanissime come testimonials. Ne consegue che chi è giovane si sente spesso al centro dell’attenzione sociale. Questa è un’attenzione spesso apparente, lo sappiamo, alle immagini non seguono poi fatti concreti e le ragazze restano marginali nella società.
Ma ciò che “appare” è una festa continua della gioventù delle donne, la realizzazione per il maschio italiano tipo: avere una giovane donna da mostrare.
Quindi nonostante all’attenzione mediatica non seguano fatti di apprezzamento reale verso le giovani, queste, e lo si comprende, si sentono al centro dell’attenzione sociale.
L’ho visto concretamente tempo fa all’interno della redazione di un quotidiano: tutti i capi ultracinquantenni ma giovanilisti, tutte le giornaliste in redazione trentenni graziosissime e in qualche modo fiere di piacere ai capi cinquantenni.
Che, come prevedibile in Italia, non concedono poi loro alcuna autonomia reale e pochissimo spazio nel giornale.
Si è creato dunque in Italia un legame molto poco sano e poco proficuo per una delle due parti, tra i maschi alfa di potere e alcune giovani trentenni di buone speranze.
E’ un legame taciuto, forse nemmeno portato a coscienza, ma che non ha eguali in altre parti del mondo.
Non si tratta qui del legame, quello vecchio come il mondo, del ricco magnate anziano ma con potere e la giovanissima inesperta alla ricerca di sistemazione.
No.
Qui si tratta di un legame che non ha conseguenze erotico/sessuali o almeno non è questo il punto.
E’ altro: è la chimera, l’illusione, spesso l’imbroglio con cui chi detiene il potere di un Paese, lega a sé un segmento ampio ed interessante della popolazione femminile, senza concedere nulla, ma solo facendo loro credere di essere “importanti”.
L’ho compreso per anni ma ora provo fastidio.
Perché questa solidarietà nascosta e spesso solo simbolica tra uomini maturi e ragazze all’inizio di carriera, è quanto di più malato e castrante ci sia per le donne e purtroppo ne stiamo già vedendo le conseguenze.
Gli uomini in questione sono quelli di uno dei Paesi più arretrati per quanto riguarda il divario di genere e dunque il loro interesse verso un segmento più giovane ed inesperto è frutto di una logica misogina: vi adulo, paiono dire, ma il potere non lo molliamo.
I dati confermano quanto scrivo.
Ma c’è dell’altro.
Questo legame simbolico tra vecchi uomini e giovani trentenni acculturate, reca con sé spesso la rottura del patto intergenerazionale tra donne che è il prezzo che gli uomini di potere chiedono, ed è una richiesta sottesa, alle giovani donne.
Si chiede in pratica, di liberarsi della zavorra delle donne più mature. Quelle che chiedono insomma, quelle che combattono, quelle che si spendono.
La modalità escogitata è semplice: si è cercato di far diventare il tema dei diritti delle donne un tema sfigato, misero.
Si chiama “spirale del silenzio” significa che quando l’agenda dei media esclude un tema in modo insistente, le persone tendono a ritenere tale tema inferiore, poco importante, misero. Ed evitano di parlarne.
A questa spirale le giovani acculturate, non tutte, spesso aderiscono.

E dunque care trentenni, tocca a voi ora comprendere.
Tocca a voi smettere di avere paura di non essere popolari: lo so che è più dura per voi di quanto lo fosse per noi. Lo so che in questa società piacere è un dovere, ma in gioco c’è la vostra vita.
I vostri partner sostengono la vostra battaglia? Ottimo.
Ma non è questa una priorità.
Pensate se Nelson Mandela avesse affermato che solo se i bianchi avessero combattuto con i neri avrebbe intrapreso la lotta.
Quella dei diritti delle donne è la battaglia di noi donne innanzitutto, non perdete tempo in cerca di approvazione, il tempo trascorre veloce e non lo perderei per raggiungere mete facili e illusorie.

L’attenzione degli uomini, pure alfa, non è tutto, mi prendo la libertà di dire che rappresenta poco.
Mi dite talvolta “Lei ha una bella pagina facebook. Però la seguono prevalentemente donne”
La maggior parte delle pagine scritte da uomini sono seguite da uomini, non mi pare che abbia mai rappresentato un problema.

C’è poi un tema spinoso: bisogna avere il coraggio di affrontarlo.
Il non detto è che le donne 50enni, in questa società dove si è stabilito un patto anomalo tra donne trentenni e vecchi uomini di potere, queste “vecchie 50enni” sarebbero in qualche modo gelose dell’attenzione che le giovani suscitano sugli uomini.
Accade nella trasmissione “Uomini e Donne” in tv dove 50 enni si sbranano con quelle che potrebbero essere loro figlie per ottenere l’attenzione di UnoQualsiasi.
Non accade così nella società, succede talvolta. Ma non spesso.
Per molte donne adulte l’ottenimento dell’attenzione da parte di uomini responsabili di un patriarcato pernicioso nel Paese, non rappresenta un obiettivo.
Penso ad alcuni giornalisti, ad alcuni politici con i quali nemmeno sotto tortura molte signore cinquantenni, si accoppierebbero.
Quando si è conquistata maturità, consapevolezza ed autostima, il desiderio è di trovare la compagnia di un partner di valore e di rispetto, nulla di meno.
Coraggio. Ci vuole ora coraggio.
Noi ci siamo, siamo al vostro fianco se vorrete.
Ci vuole comprendere qual è la posta in gioco e cosa prevede il raggiungimento di autonomia, lavoro, parità di diritti.

L’approvazione della classe dirigente nella fase di cambiamento sociale, non è mai stato segno che si stia andando nella giusta direzione.

 
 

AREZZO

Nel ricordo,

immensa

Immensa la piazza dell’antiquariato,

prima dell’incidente,

immenso quel luna park, dopo,

Terribile per me, con la bruciatura, viva, sulla coscia, 

il tessuto ruvido dei pantaloni grigi che sfiorava in continuazione, ad ogni movimento, la pelle bruciata. 

Io, per non guastare la festa a nessuno, non ho detto una parola, e tanto meno, nessuno si è preoccupato per me. Come se fossi niente.

Forse è per questo che non sopporto i luna park.

 

Arezzo oggi

Piccola, piccola, ma carina

Piena di bancarelle di cose antiche

Piccola, piazza grande

Io e te, che già ci conosciamo,

camminiamo tranquilli fianco a fianco,

raccontandoci la vita, comprendendoci.

 

E al momento di salutarci, come tutte le altre volte,

mi sembra

che il tempo sia passato troppo in fretta,

ed ho ancora tante cose da dire e da ascoltare,

e vorrei abbracciarti stretto, stretto e far sparire di colpo tutto quello che ti preoccupa e ti intristisce. 

 

 

 

 

D I S . A M B . I G U A N D O

Le relazioni interrotte

È questo il titolo della conferenza che il 20 febbraio scorso ho tenuto presso l’auditorium Enzo Biagi della Biblioteca Salaborsa di Bologna, nell’ambito della rassegna “Il lettino e la piazza. L’amore ai tempi di Internet” organizzata dal Centro Psicoanalitico di Bologna, assieme al docente e psicoanalista Nicolino Rossi (moderatore Walter Bruno). Qui il video dell’evento, che in tutto dura poco più di un’ora (la mia parte circa mezz’ora):

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Ancora non sono pronta

non sono pronta per la primavera

per le giornate luminose

che sembrano non finire mai

 

E non mi dispiace questa giornata quasi invernale

 

Mi raggomitolo in casa

quasi a proteggermi

da tutto quello che succede fuori

 

E continua a succedere

 

Morti e feriti

disseminati

su tutto il pianeta

 

E non vedo RINASCITE

E non sono pronta

Terra Santa Libera

Il folle progetto sionista si realizzerá con la pulizia etnica locale e la ricostruzione del tempio sul Monte Moriah

noisuXeroi

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dalla parte delle bambine

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... avessi più tempo sbaglierei con più calma.

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Se i tempi non chiedono la tua parte migliore inventa altri tempi. (Baolian, libro II, vv. 16-17)

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