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L’attacco del pre­si­dente della Con­fin­du­stria al sin­da­cato va letto insieme alle parole spese, qual­che giorno prima, dal capo del governo. La ridu­zione delle tasse, aveva scan­dito Renzi, è un atto di resti­tu­zione della libertà. In que­sto ritro­vato eden dei diritti dell’uomo a non cedere i frutti della pro­pria indu­stria allo Stato dis­si­pa­tore, non poteva man­care l’ira di Squinzi con­tro il sin­da­cato, denun­ciato come l’ostacolo prin­ci­pale alla moder­niz­za­zione. Si rag­giunge, in que­sto armo­nioso coro politico-padronale, alzato con­tro il prin­ci­pio costi­tu­zio­nale della tas­sa­zione pro­gres­siva (come fon­da­mento della cit­ta­di­nanza sociale e delle poli­ti­che pub­bli­che), e in sfre­gio al ruolo demo­cra­tico del sin­da­cato del con­flitto, il punto più alto del trionfo della destra eco­no­mica. È il com­pi­mento dell’ideologia della seconda repub­blica: la libertà come immu­niz­za­zione dal fisco e la moder­nità come libe­ra­zione della fab­brica dal punto di vista ope­raio. Pec­cato che que­sta ricetta glo­riosa (cri­mi­na­liz­za­zione del fisco e sacri­fi­cio dei diritti dei lavo­ra­tori) non fun­zioni e abbia anzi deter­mi­nato il declino in un capi­ta­li­smo mar­gi­nale e semi­pe­ri­fe­rico. In esso, i soli pri­mati con­tesi dall’Italia sono quelli dell’evasione fiscale, dell’economia cri­mi­nale. Per non par­lare dei sim­boli deca­denti di un’imprenditoria con infimi livelli di istru­zione e con una carenza strut­tu­rale nella sua rete cogni­tiva, mana­ge­riale e tecnologica.

Assente in quasi tutti i set­tori trai­nanti dello svi­luppo (com­pu­ter, tele­fo­nia, nano­tec­no­lo­gie, infor­ma­tica, bio­tec­no­lo­gie, eco­no­mia della cono­scenza), il capi­ta­li­smo ita­liano (quello che resta di esso dopo le acqui­si­zioni stra­niere delle isole di eccel­lenza) cerca di soprav­vi­vere senza inno­vare, com­pe­tere, inve­stire. Oltre all’evasione fiscale, alle richie­ste di depe­na­liz­za­zione dei reati fiscali e socie­tari, una certa impresa ormai decotta reclama, quali sur­ro­gati della pro­pria inca­pa­cità con­cor­ren­ziale e inno­va­tiva, la con­tra­zione dei diritti, la pre­ca­rietà infi­nita, il nero, il som­merso.
Tra le bril­lanti pra­ti­che, in cui l’impresa ita­liana si distin­gueva e mostrava di avere ben poco da invi­diare agli attori delle altre eco­no­mie, c’era quella che pro­du­ceva morti bian­che a un ritmo indu­striale. Una pagina infi­nita di infor­tuni, feriti, tutta scritta in nome della moder­nità che sfida la salute, mal­tratta l’ambiente con l’esternalizzazione del danno, allunga i tempi.
Nei tri­bu­nali della repub­blica ancora si pro­ces­sano le imprese per le loro accla­rate respon­sa­bi­lità nelle morti per amianto, pro­cu­rate dalla con­ce­zione padro­nale della moder­nità: i pro­fitti come varia­bile indi­pen­dente, il corpo che lavora come sem­plice mate­riale acces­so­rio. In un paese che ha pro­dotto Taranto, l’impresa dovrebbe ser­bare più remore nel pro­nun­ciarsi in tema di osta­coli sociali e sin­da­cali alla bella moder­nità.
Pre­fe­ri­scono pren­der­sela con il fisco, con i lavo­ra­tori e i sin­da­cati per­ché così evi­tano di ana­liz­zare le respon­sa­bi­lità di un capi­ta­li­smo senza capi­tali che ha scan­dito le vicende eco­no­mi­che, tal­volta per­sino grot­te­sche, della seconda repub­blica. Da quando è stata sman­tel­lata la grande impresa pub­blica (nella chi­mica, nella side­rur­gia, negli idro­car­buri, nell’energia e quindi attiva nella ricerca appli­cata), l’economia ita­liana arranca, bran­cola nel buio senza più con­tare nella pre­senza di un vet­tore di svi­luppo (gra­zie a com­pe­tenze, espe­rienze tec­no­lo­gie e gestio­nali) nei campi strategici.

E le poli­ti­che di pri­va­tiz­za­zioni e di dismis­sioni del Tesoro (negli anni Novanta, l’Italia rag­giunse terzo posto al mondo per i ricavi dalle ven­dite di giganti sta­tali), varate dopo gli accordi Andreatta-Von Miert, e in rispo­sta alle pro­ce­dure euro­pee di infra­zione, non hanno visto l’impresa distin­guersi nel cam­bio di fase. Senza più gli aiuti di stato (che il capi­ta­li­smo non disde­gnava mal­grado l’ideologia libe­ri­sta di fac­ciata: il 55 per cento dell’ammontare com­ples­sivo dei soc­corsi sta­tali nei paesi dell’Unione euro­pea era con­cen­trato in Ita­lia), l’impresa va alla deriva, incassa i divi­dendi e affoga nella con­cor­renza dei mer­cati.
Dopo un ven­ten­nio di declino, deter­mi­nato dalla carenza di poli­ti­che indu­striali, dall’incapacità di dise­gnare un nuovo modello di svi­luppo qua­li­ta­tivo, l’impresa si affida a Renzi. Che gli regala lo scalpo dell’articolo 18 («il dogma più radi­cale della sini­stra dog­ma­tica», dice), e si genu­flette al cospetto di un maglione blu mor­mo­rando: «La sini­stra euro­pea dice gra­zie a Mar­chionne per­ché crea posti di lavoro». Un’impresa che ha fatto le for­tune con gli incen­tivi per le rot­ta­ma­zioni, saluta nel rot­ta­ma­tore il suo uomo acca­sato a palazzo Chigi.
Con le sue parole anche Squinzi offre il cemento al governo del declino e si illude così di acciuf­fare la moder­nità. Pro­prio con que­sto rap­porto di subal­ter­nità della poli­tica all’economia (in nome del con­di­viso para­digma della disin­ter­me­di­zione ossia della liqui­da­zione della rap­pre­sen­tanza sociale), non ci sarà mai una moder­niz­za­zione della strut­tura pro­dut­tiva, una poli­tica indu­striale, una effet­tiva inter­na­zio­na­liz­za­zione delle aziende, una cre­scita dimen­sio­nale delle imprese oltre le asfis­sie del terzo capi­ta­li­smo. L’economia avrebbe biso­gno di sta­ti­sti e invece Squinzi fa la sen­ti­nella alla chiac­chiera di Renzi che spac­cia per deci­sione politica.

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Spettacolo infinito

Quanti morti oggi? Intanto lo spet­ta­tore mass­me­dia­tico, di fronte alle stragi di migranti nel Medi­ter­ra­neo e — sco­prono adesso — nel cuore d’Europa dalla rotta bal­ca­nica, gira pagina o cam­bia canale per­ché è il solito spet­ta­colo, estre­miz­zato «solo» dal numero delle vit­time che cre­sce ogni giorno di più.

Così, para­dos­sal­mente, men­tre aumenta la tra­ge­dia si dilata la pas­si­vità e l’abitudine alla noti­zia. Del resto sem­pre più acco­mu­nata ad un pro­gramma seriale e rac­con­tata con le moda­lità del rea­lity: ogni canale tv ormai si prende in con­se­gna sotto le tele­ca­mere siglate la sua fami­glia di pro­fu­ghi, la segue fin dove la vuole seguire e poi tanti auguri (senza dire che la mag­gior parte dei dispe­rati non arri­verà a desti­na­zione e allora le tele­ca­mere saranno spente). Sem­bra addi­rit­tura giornalismo-verità, invece altro non è che la macra­bra rie­di­zione di un rea­lity, di un «asso nella mano» gior­na­li­stico. Certo si può per­fino avere l’illusione, guar­dando o rac­con­tando, che quel fram­mento di noti­zia o di imma­gine, siano il solo soste­gno imma­gi­na­rio che pos­siamo dare, almeno in assenza di un inter­vento reale del potere poli­tico che non fa nulla o peg­gio, alle­stendo respin­gi­menti, restrin­gendo diritti d’asilo, sele­zio­nando, anche per nazio­na­lità, pro­fu­ghi sicuri (dalle guerre) e quelli insi­curi (dalla fame), ester­na­liz­zando l’accoglienza in nuovi uni­versi con­cen­tra­zio­nari, cioè tanti campi di con­ce­tra­mento nel Sud del mondo, pre­pa­rando nuove avven­ture belliche.

Ma non è un rea­lity quello che accade sotto i nostri occhi stan­chi. Qui è stra­volto lo stesso prin­ci­pio di realtà e il gior­na­li­smo fin qui rea­liz­zato — tan­to­meno quello embed­ded — non può bastare. Siamo di fronte ad una svolta epo­cale che si con­suma nella tra­ge­dia di cen­ti­naia e cen­ti­naia di milioni di esseri umani, i nuovi dan­nati della terra, in fuga da guerre e mise­ria. E lo spet­ta­colo a lieto fine non c’è. C’è solo la pas­si­vità dila­gante. Da che deriva? Dal sem­plice fatto che ha vinto l’ideologia della guerra uma­ni­ta­ria che, tra gli altri cri­mi­nali effetti col­la­te­rali, non solo assume la guerra come merito ma can­cella le respon­sa­bi­lità dei risul­tati disastrosi.

Invece è nostra la respon­sa­bi­lità di que­sto esodo. Fug­gono dalle nostre guerre e dalla nostra ridu­zione in mise­ria di paesi in realtà ric­chis­simi di mate­rie prime e terra.

Non siamo di fronte a cata­cli­smi natu­rali, sui quali peral­tro comin­ciamo ad indi­vi­duare anche respon­sa­bi­lità spe­ci­fi­che. Per­ché le guerre ame­ri­cane ed euro­pee, deva­stando tre paesi cen­trali dell’area nor­da­fri­cana e medio­rien­tale, nell’ordine tem­po­rale, Iraq, Libia e Siria (senza dimen­ti­care la Soma­lia diven­tata sim­bolo dell’attuale bal­ca­niz­za­zione del mondo) ha pro­vo­cato la can­cel­la­zione di almeno tre società fino ad allora inte­grate, con una con­vi­venza etnico-religiosa mil­le­na­ria; oltre ad atti­vare il pro­ta­go­ni­smo jiha­di­sta, adesso nemico giu­rato ma alleato, finan­ziato e adde­strato in un primo tempo dell’Occidente con­tro regimi e despoti fin lì, anche loro, alleati dell’Occidente e dei suoi equi­li­bri inter­na­zio­nali, alla fine spre­muti e occu­pati mili­tar­mente. Se non si afferma la con­vin­zione che la respon­sa­bi­lità è delle guerre degli Stati uniti e dell’Europa, nes­suno sen­tirà dav­vero il biso­gno di inter­ve­nire a ripa­rare o almeno a rac­co­gliere i cocci.

Vale allora la pena ricor­dare che sono un milione e 300mila le vit­time di alcune delle «nostre» guerre al ter­rore dopo l’11 set­tem­bre 2001 in Afgha­ni­stan, Iraq e Paki­stan, secondo i dati del pre­sti­gioso «Inter­na­tio­nal Phy­si­cian for the Pre­ven­tion of Nuclear War», orga­ni­smo Nobel per la pace negli anni ’80. Un rap­porto per difetto che esclude le guerre più recenti, la Libia, la Siria, l’ultima di Gaza. Che la terza guerra mon­diale non sia già comin­ciata? È una vera ecatombe.

Ora non con­tenti di tutto que­sto pre­pa­riamo con il governo Renzi e per bocca del gri­gio Gen­ti­loni e dell’annunciatrice Ue Moghe­rini, dimen­ti­chi dei risul­tati dell’ultima del 2011, una nuova guerra in Libia «con l’appoggio Onu» e «con­tro gli sca­fi­sti» con tanto di pre­vi­sione di «effetti col­la­te­rali che pos­sono coin­vol­gere inno­centi». Il tutto per finan­ziare da lon­tano nuovi campi di con­cen­tra­mento, come già con Ghed­dafi e poi con il governo degli insorti di Jibril. A que­sto serve l’impegno ambi­guo della diplo­ma­zia ita­liana per­ché nasca l’improbabile governo uni­ta­rio libico per un paese diviso ormai in quat­tro fazioni e con L’Isis all’offensiva. Dimen­ti­cando altresì che l’ultima guerra oltre ai pro­fu­ghi di oggi pro­dusse subito la fuga di due milioni di lavo­ra­tori sub­sa­ha­riani, afri­cani e asia­tici che lì lavo­ra­vano e che ancora vagano nell’area. Ecco dun­que che l’ideologia della «guerra uma­ni­ta­ria» pro­se­gue il suo corso quasi in auto­ma­tico. È così vero che in pieno fer­ra­go­sto il Cor­riere della Sera — la cui sto­ria guer­ra­fon­daia sarebbe da stu­diare a scuola — ha sen­tito il dovere di sco­mo­dare il punto di vista cri­tico di Ser­gio Romano. Anche lui — che resta comun­que «il miglior fab­bro» — alla fine, con mille e ragio­ne­voli riserve, con­viene che «sì la guerra si può fare»: soprat­tutto per­ché in gioco c’è l’approvvigionamento del petro­lio dell’Eni. I conti tor­nano. Ma se la guerra deve essere «uma­ni­ta­ria» che cos’è dun­que la disu­ma­nità che abbiamo pro­dotto e che muore affo­gata o chiusa nei Tir come carne da macello ava­riata men­tre in cam­mino tenta di ridi­se­gnare, abbat­tere, sor­pas­sare le nuove fron­tiere e muri del Vec­chis­simo continente?

Qui forse le ragioni dell’assuefazione gene­rale. Resta insop­por­ta­bile la pas­si­vità di chi si con­si­dera alter­na­tivo e di sini­stra. Chi lavora per un mondo di liberi ed eguali si tra­sformi in cor­ri­doio uma­ni­ta­rio, pre­pari l’accoglienza, attivi il soste­gno, diventi cam­mi­nante, defi­ni­sca la sua sede orga­niz­za­tiva final­mente euro­pea tra Lam­pe­dusa, i porti del Sud, Ven­ti­mi­glia, Calais, Melilla e la fron­tiera unghe­rese da abbat­tere. il mani­fe­sto ha lan­ciato in piena estate il dibat­tito che con­si­de­riamo neces­sa­rio se non deci­sivo C’è vita a sini­stra? Spe­riamo di non tro­varla solo a chiacchiere.

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DiCaprio con pancetta

Una decina di giorni fa è uscito su Gioia un articolo di Alessandra Di Pietro, contenente fra l’altro uno scambio di battute che abbiamo avuto per telefono, sui divi di Hollywood e del pop internazionale – da Leonardo DiCaprio a Alec Baldwin, da Jay-Z a Antonio Banderas – che, superati i 40, ostentano il grasso addominale, invece di nasconderlo o sforzarsi di eliminarlo in palestra, tanto che la cosiddetta “pancetta” è diventata quasi una moda. Argomento frivolo e vacanziero? In parte sì. Ma le tendenze dello spettacolo si traferiscono subito, come sappiamo, anche alla comunicazione politica, e allora la cosa si fa seria. Penso ad esempio

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Sorgente: I ragazzi dell’Intifada

Super Luna

Sorgente: * 29 Agosto Super Luna Piena in Pesci: pensiamo positivo

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QUANDO LA MAMMA È “CATTIVA”

MASSIMO RECALCATI

IL CASO di Martina Levato pone in questi giorni, tra gli altri, questi interrogativi, ai quali, però, se ne devono aggiungere altri ancora: una donna che si è macchiata di un reato gravissimo come quello di sfregiare con l’acido un proprio ex mentre già sapeva di essere incinta può diventare una madre sufficientemente buona?

L’insegnamento della psicoanalisi è che la maternità — come la paternità — non è mai solo un evento biologico, ma è innanzitutto un evento del desiderio. La natura non è mai sufficiente in sé — come spiega bene anche il testo biblico — per fare sorgere la vita in quanto vita umana. È necessario qualcos’altro; l’intervento di un elemento terzo, l’intervento della parola e di una adozione simbolica. Il caso di Martina Levato e del suo partner dovrebbe già bastare ai sostenitori incalliti della cosiddetta famiglia naturale a comprendere che essere una coppia eterosessuale non è mai una condizione sufficiente per garantire una genitorialità sufficientemente buona. Lo sappiamo: quello che davvero conta è l’apertura verso il figlio, la disponibilità ad arretrare, a diminuire, a fare spazio, a decentrarsi, a donare, come direbbe Lacan, quello che non si ha. Diventare genitori comporta un taglio, una discontinuità nella nostra esperienza del mondo e di noi stessi: una responsabilità illimitata irrompe modificando per sempre la nostra percezione delle cose.

Nel gesto del pm del tribunale dei minori, Annamaria Fiorillo, non c’è alcun esercizio sadico e impietoso del potere. Non si tratta del rovescio speculare della crudeltà dello sfregio di cui si è macchiata Maria Levato. Piuttosto questo atto segnala l’esistenza di una Legge terza che intende tutelare la vita del bambino, segnala una giusta e sacrosanta preoccupazione.

La psicoanalisi sottolinea come ogni maternità è avvolta da fantasmi inconsci. Dalle perizie psichiatriche effettuate in occasione del processo, sembra essere stata la maternità stessa a portare questa giovane donna verso l’esigenza “delirante” di una “purificazione” di se stessa che le avrebbe imposto di farla finita con il proprio ex e con il “male” che egli rappresentava. Anziché simbolizzare un passaggio soggettivo così grande e delicato come quello della maternità che implica sempre un salto dall’essere figlia all’essere madre e, dunque, un lutto nei confronti del rapporto con la propria madre e, soprattutto, con la sua ombra, questa giovane donna “agisce” violentemente contro un oggetto, contro il suo ex, contro una presenza divenuta (del tutto immaginariamente) persecutoria; lo sfigura perché la sua immagine le ricorda quello che di se stessa non può più tollerare. Potrebbe fare altrettanto con il proprio bambino? Non è forse a questa questione che dovranno rispondere i giudici?

Eccoci di nuovo circondati da domande alle quali non si può rispondere rifugiandosi in facili generalizzazioni: quale oggetto è un bambino per la propria madre? Quali fantasmi la nascita reale di un figlio può sollevare? Cosa comporta passare dal bambino fantasticato nella gravidanza ad un bambino che non è più mio, che appare nel mondo come una vita altra, come una vita diversa? Di quanta disponibilità ad oltrepassare il proprio Io deve testimoniare una madre? È questa una verità profonda che attraversa silente questa triste e drammatica vicenda: nessuna Legge potrà mai riparare un figlio dai fantasmi dei propri genitori.

17 agosto 2015

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Perché amiamo uomini non disponibili

Uomini ambivalenti, incoerenti, difficili o che non sanno essere intimi. Diverse facce di una stessa medaglia: uomini che non sono disponibili emotivamente, ma capaci di esercitare un certo fascino. Ecco così che spesso ci ritroviamo a sceglierli come partner, delegando loro il potere e il controllo all’interno della relazione. Un modello comune di coppia che però porta solo inadeguatezze, insoddisfazioni e smarrimento

di Brunella Gasperini 

Lui poco impegnato, emotivamente non disponibile, abbinato a una lei particolarmente sensibile e comprensiva, disposta a tenere duro. È un modello piuttosto comune di coppia. Sembra che gli uomini inaccessibili e ambivalenti esercitino un certo fascino. Non è difficile, come donne, essere pronte a inseguimenti emozionali verso qualcuno che in realtà, a livello profondo, non è capace di capire le nostre esigenze, non desidera quello che vogliamo noi. Uomini che non rimangono, non si stabiliscono, non vivono la nostra stessa relazione. Non si impegnano, ma ai quali deleghiamo il potere e il controllo, nel frattempo noi siamo prese a diventare come l’altro ci vuole, a lavorare duro per tenerlo vicino, a risultare interessanti.
Relazioni che alle volte diventano tossiche, abusanti o comunque non reciproche. Dove dovremmo non restare. Perché raramente conducono a un finale felice. E nemmeno a un “durante” soddisfacente. Portano invece inadeguatezze, insoddisfazioni, smarrimento. Ci inducono spesso ad attaccarci all’altro in modo morboso, insicure e bisognose di conferme, regalando a lui così tanta importanza. Un incastro perfetto.
Una relazione con un uomo indisponibile vuol dire rimanere sole. Lui non ci sarà mai in modo affidabile. Appendere su un uomo il nostro futuro, la nostra sicurezza, dipenderne, darci un senso solo se lui ci vuole, ci ama, ci sposa, è sempre un disastro per noi stesse.
Questo meccanismo per “funzionare” ha bisogno di due protagonisti, co-responsabili di ciò che succede. Lui e lei ne sono coinvolti allo stesso modo. Ma volendo schematizzare e inquadrare alcuni tratti caratteristici dell’uomo indisponibile, possiamo ricavare alcuni profili, distinti da tratti che in alcuni casi possono combinarsi e coesistere.

Uomini ambivalenti
Diversi anni fa lo psicologo comportamentista Burrhus Skinner individuò alcune leggi dell’apprendimento: un rinforzo, soprattutto se non è continuo ma intermittente, aumenta la probabilità che un dato comportamento casuale possa ripresentarsi. Sembra che talvolta questo modello funzioni anche nelle dinamiche relazionali. Uomini ambivalenti che alternano disponibilità e lontananza, che tirano in direzioni opposte tra vicinanza e indipendenza, che hanno idee distorte su cosa significhi stare in una relazione, attecchiscono sull’animo femminile. Persone che conoscono solo un modo per “attaccarsi” all’altro, vacillando, non riescono ad assestarsi. Quando non ci sono vanno capiti, interpretati, poveri uomini dai mille problemi. Poi tornano e risorgono emotivamente e allora questo ripaga dell’attesa. Poi di nuovo la loro indisponibilità e ancora lavoro da parte delle partner per ottenere la loro attenzione.

Partner schermo
Uomini sui quali è facile proiettare le proprie fantasie. Uno schermo vuoto, una tela sulla quale tracciare profili di una vita desiderabile, piena. Uomini indifferenti dal punto di vista psicologico, portatori di un vuoto che le donne sanno riempire di significati, contenuti, spessore. Il loro distacco paradossalmente funziona da collante, infonde nella partner la sensazione di aver scoperto una persona rara, misteriosa, con tante cose da dire e da scoprire. In realtà partner assenti emotivamente, incapaci di coinvolgersi, esserci anche per se stessi. Ma che stimolano prontamente quella parte di crocerossina, badante, assistente, coach life latente dell’animo femminile.

Uomini alfa 
Uomini cosiddetti “alfa”. Membri che nel gruppo si distinguono. Hanno posizione sociale, risorse finanziarie. Oppure sono semplicemente brillanti, hanno influenza e potere in qualche modo. Anche se incoerenti e difficili, sembrano meglio attrezzati rispetto al resto della popolazione maschile. Spesso tendono a preoccuparsi solo di quella parte della partner che può essere al loro servizio, pronta a soddisfare i loro bisogni e desideri. Si mettono al centro della relazione, occupando comodamente quel posto che le compagne lasciano loro, attrezzandolo con un tappeto rosso. In genere attecchiscono sulle insicurezze, su donne che forse non si sentono realizzate e hanno dubbi sulla loro capacità di ottenere ciò che vogliono dalla vita. Una condizione comune. Il maschio alfa ai loro occhi è forte e virile. Se si dedica a loro allora valgono qualcosa. E se le tratta male viene giustificato dall’immagine negativa che hanno di se stesse.

Uomini che non sanno essere intimi 
Uomini che non cercano autenticità e profondità, piuttosto le evitano. Che di fronte a tentativi di aprirsi a livelli più profondi, eludono e schivano, si allontanano per paura di perdere il controllo. Amano giocare in acque poco profonde. Non sanno fare spazio, accogliere e contenere, tengono a distanza, spesso impenetrabili e superficiali, stanno dietro muri emotivi, non vogliono rischiare niente. Desiderio e paura addormentano i loro sentimenti. Non riescono ad impegnarsi o hanno temuto impegno in relazioni passate. Sono sfuggenti e subdoli, ci sono e non ci sono, sono seduttivi ma non reali. C’è sempre bisogno di decodificare cosa dicono, non si riescono a capire. Con loro non si può condividere il mondo interiore.

 

 

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[Traduzione della lettera di Fidel Castro Ruz nel giorno del suo compleanno. 13 Agosto 2015]

Scrivere è un modo di essere utile se si pensa che la nostra martoriata umanità debba essere migliore e più pienamente istruita, data l’incredibile ignoranza in cui siamo tutti avvolti, fatta eccezione per i ricercatori che, nelle scienze, cercano risposte soddisfacenti.
È una parola che implica in poche lettere il suo infinito contenuto.

Tutti noi nella nostra gioventù abbiamo sentito parlare a un certo punto di Einstein, in particolare dopo l’esplosione delle bombe atomiche che hanno polverizzato Hiroshima e Nagasaki, ponendo fine alla crudele guerra tra Stati Uniti e il Giappone.
Quando le bombe sono state lanciate, dopo la guerra scatenata dall’attacco sulla base degli Stati Uniti a Pearl Harbor, l’impero Giapponese fu conquistato. Gli Stati Uniti, un paese il cui territorio e le sue industrie sono rimaste al di fuori della…

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di Yanis VAROUFAKIS

[traduzione dal suo blog di Three brief Greeck summer tales. Agosto 2013]

Da bambino, ero affascinato dai racconti di mia madre, e di sua madre, del 1940, e in particolare dalle loro storie di vita sotto l’occupazione nazista. Forse non è un caso che i libri per bambini di una volta sono pieni di racconti macabri di omicidi, smembramenti e orrori assortiti.

La maggior parte di quei racconti erano disperati tentativi da parte delle donne della mia famiglia di trasmettere a un giovane, bambino viziato l’orrore  delle loro esperienze, il valore del pane, la memoria della solidarietà e della capacità di resistenza in un ambiente di schifo e paura opprimente.

L’inverno del 1941 era così impresso nella mia mente, quasi completamente con le immagini in bianco e nero, che il racconto di mia madre aveva prodotto, di carri trainati da cavalli che facevano il…

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L’accusa di Amnesty a Israele: “Crimini di guerra a Gaza”. Tel Aviv: “Falsificano la realtà”

La replica dello Stato ebraico: “Dossier lacunoso, sono ossessionati da noi”. Per l’organizzazione umanitaria tra il primo e il 4 agosto scorso a Rafah avvenne una “carneficina” ingiustificata con 135 palestinesi uccisi: “Forse crimini contro l’umanità”. Netanyahu approva nuovi insediamenti israeliani in Cisgiordania

29 luglio 2015

GERUSALEMME – Prima è arrivata la relazione della Commissione d’inchiesta delle Nazioni Unite che aveva parlato di “possibili crimini di guerra” da parte di Israele (ma anche dei gruppi armati palestinesi) nella guerra della scorsa estate tra Hamas e lo Stato ebraico che ha provocato 1462 vittime civili tra i palestinesi e 6 tra gli israeliani.

Oggi arrivano le accuse ancora più dure da parte di Amnesty International: secondo l’organizzazione umanitaria le forze armate israeliane si sarebbero macchiate di crimini di guerra la scorsa estate nel corso di attacchi aerei e terrestri lanciati in zone abitate a Rafah (Gaza).

Dura la reazione dello Stato ebraico che respinge con forza le accuse. “Amnesty International falsifica la realtà nel suo rapporto sui combattimenti di un anno fa a Gaza” afferma il ministero degli Esteri israeliano, secondo cui il rapporto è lacunoso “nella metodologia, nella ricostruzione dei fatti, nelle analisi e nelle conclusioni”. Amnesty, sostiene il ministero, “ancora una volta dimostra la propria ossessione verso Israele”.

Striscia di Gaza, la storia del conflitto in un minuto

L’accusa verso Israele è contenuta in un rapporto presentato oggi a Gerusalemme nel quale Amnesty non esclude che le azioni dell’esercito israeliano possano essere bollate anche come “crimini contro l’umanità”. Nel dettaglio sono stati analizzati i fatti tra l’1 e il 4 agosto quando a Rafah furono uccisi 135 palestinesi fra cui 75 minorenni dopo che un ufficiale israeliano era caduto in agguato di Hamas, una “carneficina”. Secondo Amnesty “Israele agì con una terribile indifferenza verso le vite umane civili, e lanciò attacchi sproporzionati ed indiscriminati”.

I ricercatori di Amnesty, che non sono potuti entrare nella Striscia perchè impediti da Israele, si sono avvalsi di tecniche investigative e di analisi sofisticate, messe a punto un team di ricercatori (Forensic Architecture) nell’Università di Londra. Si sono basati fra l’altro sull’analisi approfondita di fotografie, su filmati video e su testimonianze oculari.

Per l’organizzazione umanitaria le autorità israeliane non hanno condotto “indagini credibili, indipendenti ed imparziali”. Amnesty chiede che “quanti sono sono sospettati di aver ordinato o commesso crimini di guerra” siano perseguiti.

Mentre Amnesty accusa Israele, il governo di Benjamin Netanyahu continua la politica degli insediamenti in Cisgiordania: oggi il premier israeliano ha approvato la costruzione “immediata” di 300 alloggi nella colonia cisgiordana di Beit El, insediamento alla periferia nord di Ramallah, teatro negli ultimi giorni di duri scontri tra forze di sicurezza e coloni. Inoltre è stato comunicato l’avvio della pianificazione per ulteriori cinquecento alloggi a Gerusalemme Est.

Stamattina la Corte suprema di Gerusalemme ha confermato la demolizione entro domani di due condomini costruiti abusivamente proprio a Beit El, scatenando l’ira della destra nazionalista e del partito di estrema destra Focolare ebraico.

 

Terra Santa Libera

Il folle progetto sionista si realizzerá con la pulizia etnica locale e la ricostruzione del tempio sul Monte Moriah

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