Archive for 11 gennaio 2011


CORPI

“Oggi vedo sempre di più questo tipo di donna. La vedo nei convegni di persone che s’interessano di psicologia (…) la vedo nella mia professione di analista, lottare con i propri sogni e prendere decisioni difficili. La vedo confrontarsi con le leggi ingiuste del proprio paese, e la vedo scrivere libri autorevoli, e fare un’arte piena di vita. La vedo che divorzia, che lavora, che alleva i propri figli. La vedo insegnare. E’ un essere nuovo, il suo spirito è vibrante, la sua creatività fluisce ad ogni livello. Quando guardo una simile donna, vedo una persona completa. Ha viaggiato, ed è sempre in continuo viaggio verso la completezza.”  Murray Stein, “Il principio di individuazione. Verso lo sviluppo della coscienza umana”

 Questa citazione appare sul blog “Un’altra Donna” in risposta all’ ennesimo svilimento dell’ immagine delle donne che è evidentissimo nel calendario che Oliviero Toscani ha “creato” per Pitti Uomo, la rassegna di moda che si è inagurata oggi a Firenze.

E’ incredibile come si possa fare della così facile mercificazione del corpo. E nonostante che ci sia una fitta rete di denuncia ormai non si salva più neanche  il corpo maschile.

Gli uomini e le donne sono certamente corpo, ma sono anche molto altro, per fortuna o purtroppo!

Non sono certo qui a far la moralista! Il nostro corpo non va certo nascosto ma certamente neanche svenduto, come del resto i nostri pensieri, la nostra essenza, il nostro essere un tutto uno e mille contemporaneamente.

Uomini e Donne

Ragazze e Ragazzi

Bambine e Bambini    

Caro Marchionne, non sarà mai una festa

Caro Marchionne, non sarà mai una festa Sergio Marchionne a Los Angeles

 

Il “Marchionne show” a Detroit resterà negli annali dell’imprenditoria italiana. Alla vigilia del referendum su Mirafiori, l’amministratore delegato della Fiat ha ripetuto molte cose che aveva già detto. A partire dal fatto che, se l’accordo passerà con almeno il 51 per cento, il Lingotto andrà avanti con i suoi investimenti, mentre se vinceranno i no allora “si chiude”, il gruppo se ne va a produrre altrove. La logica è sempre la stessa: tecnicamente ricattatoria. Con tutto il rispetto, non saprei trovare altre definizioni.
 
Ma stavolta c’è di più. Il “ceo” italo-svizzero-canadese ha condito questo avvertimento con una chiosa che mi ha colpito. Nel confermare che se il referendum non passa la Fiat chiuderà Mirafiori e procederà alla delocalizzazione dell’impianto in Serbia o chissà dove, Marchionne ha aggiunto: “E ce ne torneremo a festeggiare a Detroit”. Questo è davvero incomprensibile. Intanto, non si capisce l’opportunità “politica” di infiammare gli animi fino a questo punto, a poche ore dal voto degli operai che dovrà decidere del loro destino di lavoratori, di individui, in molti casi di padri e di madri di famiglia.

Ma poi, davvero, non si capisce cosa ci sarebbe da “festeggiare”. È una “festa”,  

se una grande azienda di automobili italiana decide di chiudere un impianto che esiste da un secolo, e che rappresenta un pezzo di storia non solo industriale, ma anche sociale di questo Paese? È una “festa”, se scompare dal nostro tessuto produttivo un luogo fisico, e anche simbolico, attraverso il quale sono passate centinaia di migliaia di donne e di uomini che, migrando molto spesso da un Sud povero e disperato, hanno trovato proprio a Mirafiori non solo il sacrificio, ma anche il riscatto? È una “festa”, se si getta al macero un “bene collettivo” come quello stabilimento, dove tra gli Anni Cinquanta e Sessanta si sono formate e forgiate generazioni di italiani che hanno conosciuto l’affrancamento dal bisogno, la sapienza e la dignità del lavoro, e hanno accumulato quel patrimonio di diritti che sempre il lavoro porta con sé, e che trasforma un operaio alla catena di montaggio in un “cittadino” della polis

Comunque si giudichi l’accordo voluto dal Lingotto e il piano “Fabbrica Italia”, l’operato di Marchionne e la resistenza della Fiom, questa non è, non può essere e non sarà mai una “festa”. Se diventasse realtà, la chiusura di Mirafiori sarebbe un dramma per tutti. Non solo per i sindacati e per i lavoratori, ma anche per il governo, per l’opposizione, per l’Italia. Evidentemente dev’essere difficile capirlo al di là dell’Atlantico, nella lontana Auburn Hill: ma sarebbe una tragica sconfitta soprattutto per la Fiat.

La Repubblica  (10 gennaio 2011)

Massimo Giannini

 

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