Archive for dicembre, 2011


OCCHI

Il viaggio di una vita è molto di più di quello che si possa raccontare o scrivere

Occorre riuscire a guardare con l’anima gli occhi dell’altro

perché forse il posto del’anima sono gli occhi, come dice in una sua poesia Jorge Debravo  

Occorre saper leggere quello che non è stato scritto

Occorre cogliere a volo tutti quei particolari che fanno la differenza

e forse si potrà essere contenti di quello che si è vissuto e si vive, comunque vada

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http://youtu.be/tef7PFd_b88

ASSEDIO

Dunya Mikhail, Memorie di un’onda fuori dal mare

“Il nostro Paese dorme in piedi.

Il suo tempo scorre in piedi.

Il suo cuore batte in piedi.

Osserviamo un minuto di silenzio.

O Paese che possiedi le idee come aghi acuminati, sottili e pungenti.

Attraverso la cruna entra la Storia.

E ne escono elmetti bucati.

I terremoti della tua terra non cesseranno mai, dunque, come se mani invisibili scuotessero i tuoi alberi notte e giorno?

Ti hanno assediato. Dalla tua acqua hanno cacciato l’atomo di ossigeno,

lasciando i due atomi di idrogeno soli a combattere.

I popoli non avrebbero dovuto disperarsi nel vedere il bambino rassegnato chiudere gli occhi e la bocca di fronte alle “risoluzioni” delle Nazioni Unite? Ah! No. Le loro labbra si sono socchiuse appena – meno di quanto farebbero le gemme – come per sbadigliare… o per sorridere.

A ogni stella abbiamo lasciato un posto nel nostro giorno, e abbiamo lasciato i morti senza tomba.

Abbiamo scritto tutti i nomi di fiori sui muri

e disegnato le erbe, il nostro cibo prediletto.

Ai venti abbiamo teso le braccia, tanto che ormai sembriamo alberi.

Tutto questo per trasformare i bastioni in giardini.

Un’ape ingenua ci ha creduto: ha urtato il bastione volando verso quello che credeva un giardino.

Le api adesso devono volare più in alto dei bastioni.

Lunghe fila d’attesa ci attendono.

In piedi, contiamo a uno a uno i granelli di farina tra le dita

e dividiamo il sole in vasi comunicanti.

In piedi, dormiamo nelle file d’attesa,

mentre gli esperti pensano a progettare tombe verticali, visto che moriamo in piedi.

Siamo uno scenario dove manca tutto,

esisteremmo se non esistessero i governi.

Le nostre liane non s’arrampicano sui muri se non in sogno.

Delle vedove sognano pellicani che gettano gli assenti giù per il camino.

Degli orfani entrano in tunnel che scambiano per lunghi baci.

Ogni giorno lodiamo Dio, poi riceviamo lo sputo di Satana

pregando per la patria, il nostro paradiso perduto.

Ogni giorno gli orci si riempiono di lettere o di guerre.

Ogni giorno rompiamo gli orci.

I mercanti di guerra vendono aria e glorificano legioni di latta.

Delle ragazze pettinano il frumento, ogni giorno, e setacciano le nuvole coi loro attrezzi.

Spunta loro in testa del cotone, come spuntano le risoluzioni:

in abito bianco. Le ragazze non sanno più se è un sudario o un abito da sposa.”

 

guerrilla radio dixit – permalink

La morte è nuda davanti all’uomo.
Nuda, semplice, franca.
Non è un occhio chiuso dall’ombra:
è una pietra bianca,
una parete schietta, una muraglia
dura e definitiva.
Morire è affidare la battaglia ad altre mani
come una mano viva.

La morte è nuda davanti all’uomo
ed è semplice come il passo,
il cuore, il labbro,
la sedia e l’abbraccio.

Semplice come i tavoli quotidiani,
come la cena giornaliera.

Viva come l’amore e, come il corpo,
concreta e necessaria.

Jorge Debravo

ANTI VIGILIA

“E’ Natale, da fine …ottobre.    

Le lucette si accendono sempre prima,

mentre le persone sono sempre più intermittenti.

Io vorrei un dicembre a luci spente e con le persone accese.”

(Charles Bukowski)

 

Non ci sono parole più appropriate ad esprimere il mio pensiero………………………………

Verità e giustizia cercasi. In stallo il processo a Gaza

Dopo 10 udienze non si sono fatti passi avanti. C’è una verità ufficiale, illogica e zoppicante, di cui non ci si può accontentare, mentre i punti oscuri restano tutti irrisolti. E lo Stato italiano non fa nulla.

Il processo Arrigoni a Gaza è giunto ad una fase di stallo.

Dopo 10 udienze (il processo in realtà è iniziato a luglio e vi è stata un’udienza anche ad agosto, anche se la cosa si è appresa solo recentemente) si può dire che non si sono fatti passi avanti nella ricerca della verità.

Ad ogni udienza si ripete la pantomima pseudo-garantista per cui di volta in volta la Procura Militare si degna di fornire brandelli di elementi di prova raccolti in aprile, gli avvocati difensori chiedono un rinvio dell’udienza per poterli esaminare, il Tribunale lo concede e così di rinvio in rinvio il tempo passa nella speranza che la situazione decanti e sulla morte di Vittorio si stenda la polvere dell’oblio.

Accadono cose incomprensibili, a maggior ragione se consideriamo che il processo si tiene avanti a un Tribunale Militare, in una situazione bellica, nel contesto che conosciamo: i testimoni non si presentano, la Corte ne prende atto, nuovo rinvio.

Le informazioni sono le stesse che già si conoscevano; si sa che due degli assassini sono morti, anche se non è confermato che uno (il giordano presunto regista dell’operazione) si sia suicidato. Molti sono i punti oscuri sulla ricostruzione di questa operazione di polizia.

I restanti tre esecutori materiali del rapimento e dell’omicidio hanno addossato le responsabilità principali ai due soggetti che non potranno mai più fornire la loro versione dei fatti.

Le stesse dichiarazioni degli imputati confermano però che due di loro (oltre ai due deceduti) hanno materialmente concorso nell’omicidio di Vittorio.

Le confessioni non sono credibili laddove essi tentano di sminuire la loro partecipazione diretta all’omicidio; soprattutto non è credibile che gli accusati non sappiano o non vogliano spiegare le ragioni che li hanno indotti a compiere i crimini cha hanno confessato. E’ poi molto strano che, a quanto si sa, gli investigatori non abbiano ritenuto di approfondire i particolari dei fatti, accontendandosi della confessione del rapimento e dell’omicidio, senza compiere alcuno sforzo per giungere al pieno accertamento della verità.

Vi è una verità ufficiale, illogica e zoppicante, di cui non possiamo accontentarci.

Tutte le domande che ci poniamo sono ancora senza risposta, in particolare le due principali: perchè fu rapito proprio Vittorio e perchè egli fu ucciso ancora prima della scadenza dell’ultimatum.

Le indagini, per lo meno quelle “ufficiali”, sono state lacunose, per usare un eufemismo.

La sensazione netta è che si vogliano coprire complicità di apparati statali (del resto tre degli imputati sono militari), per questo la verità non deve emergere.

In questa situazione deprimente, in cui tra l’altro la condizione e le possibilità di azione dei volontari internazionali a Gaza sono gravemente compromesse, rifulge come una luce di speranza la lettera ai familiari degli imputati che la famiglia Arrigoni ha reso pubblica oggi tramite il Palestinian Center for Human Rights.

Come noto la famiglia Arrigoni ha espresso nettamente la sua decisione di chiedere che, in caso di condanna, non venga comminata agli assassini la pena di morte.

Si tratta di un gesto nobile e generoso, in un’epoca in cui l’odio e la vendetta sono il paradigma dei rapporti sociali e giuridici, non solo nel vicino Oriente, ma anche da noi, come ben sappiamo.

Non so quante altre persone, che hanno visto il proprio figlio e fratello ucciso in modo così barbaro e disumano, sarebbero disposte a un gesto simile.

Non si tratta di perdono, che potrà essere dato solo dopo il sincero pentimento e il pieno disvelamento della verità da parte degli assassini.

Si tratta di un messaggio di vita in un mondo di morte, di un grido di speranza, di un’invocazione di pace e fratellanza, tutte le cose per cui Vittorio è vissuto, perchè non si può combattere la barbarie con la barbarie e l’odio con l’odio.

La verità sulla fine di Vittorio è certamente a Gaza, ma non va cercata solo lì.

A parte il messaggio di cordoglio del Presidente della Repubblica le nostre istituzioni non hanno fatto assolutamente nulla per fare luce sull’omicidio di Vittorio, venendo meno a un preciso obbligo giuridico; addirittura i ministeri degli Esteri e della Giustizia non hanno neppure ritenuto di rispondere a un invito formale in tal senso che ho loro rivolto nel mese di giugno.

Certo la situazione è complicata, non solo la Palestina non è uno stato riconosciuto, ma Hamas (partito al Governo a Gaza) è considerato dal nostro Governo un’organizzazione terroristica, pur se altri governi occidentali non condividono questa posizione e hanno con Gaza almeno rapporti umanitari.

Questo non dovrebbe essere un ostacolo che impedisca di contribuire a fare luce sull’omicidio di un nostro connazionale all’estero.

Anzi potrebbe essere un’occasione per superare posizioni ottuse che non sono di giovamento neppure alla politica estera del Governo.

Oggi ho nuovamente scritto al Presidente della Repubblica e ai Ministri degli Esteri e della Giustizia per sollecitarli a compiere il loro dovere, cioè dare tutto il sostegno possibile alla ricerca della verità.

Mi auguro che il nostro Governo voglia assumersi le proprie responsabilità ed uscire dalla linea di ignavia e di disinteresse seguita in passato, fornendo alla famiglia Arrigoni tutto il doveroso e necessario appoggio.

Gilberto Pagani (legale della famiglia Arrigoni)
 
 20.12.2011
Natale 2007

Image by ЕленАндреа via Flickr

Il mio presepe privato

È Natale e sui Navigli, come in centro a Milano, non si riesce più a entrare nei negozi: i magri o i lauti stipendi consentono a tutti una ressa ingenerosa alla ricerca di una felicità che non c’è, o che almeno non si compra. Io quest’anno ho spento le candele: tutti mi hanno invitato, ma quella notte non farò nulla di diverso, nulla che io non faccia sempre, proprio come quando ero bambina; al limite si cambiava stanza, si andava dalla camera al tinello per vedere se era arrivato Gesù, e per mangiare il panettone, che allora si chiamava “el pan de Toni”… Ma oggi Milano si affanna a cambiare faccia, ad abbattere le nostre vecchie dimore per apparire moderna, così i rifacimenti delle case hanno abbattuto anche noi, gli anziani. C’è una bella poesia dialettale che dice “fai piano, ogni volta che dai un colpo al muro lo dai al mio cuore…”. Casa: quanto la ami a Natale! Ricordo quando, sempre bambina, persi la mia, abbattuta anche quella: allora c’erano le bombe, ci rifugiammo chi nelle risaie e chi nei paesi limitrofi, dove tutti eravamo un po’ degli stranieri. Nei granai la sera recitavamo il rosario su dei pagliericci di fortuna, poi di giorno si andava nelle cascine in cerca di pane, in breve… si mendicava dai contadini abbienti. Oggi, invece, che abbiamo una casa non abbiamo più quella cortesia e quell’amore dei contadini. Io dormivo con una vecchia che ogni notte pregava la morte che la venisse a prendere, e avevo paura. Ma come bambina ho dovuto accontentarmi. Adesso che sono un’anziana poetessa… continuo ad accontentarmi. Ma ripenso con nostalgia a quei Natali solenni, quando la mamma faceva enormi presepi, metteva le figurine dei pastori e i laghetti di specchio. Ci facevano trovare il carbone, alle volte, ma eravamo contenti lo stesso: poi, dietro il carbone, c’erano sempre tre caramelle. Però era arrivato Gesù, era questo che importava, vedere che sulla paglia del presepe qualcuno aveva deposto il bambino. E si pregava, si pregava insieme davanti a quella statuina, ignorando che il piede lieve della mamma era andato lì di notte per deporlo… Allora ignoravamo tutto della vita, anche il mistero della nascita, un evento che per noi cadeva dal cielo. La Madonna non appariva sorpresa, neanche San Giuseppe, e noi piccoli eravamo in un regno di favola bello che abbiamo perduto. Ci dimenticavamo dei doni e stavamo piuttosto a guardare quel bambino appena nato domandandoci se aveva freddo, ma la mamma ci diceva che aveva l’amore della Madre… Ecco, forse anche in tarda età chi mi scalda ancora nelle notti di solitudine è l’amore della mamma, che io amavo tanto e che credevo che, come Maria, non sarebbe mai morta. Sì, si può morire d’amore per un uomo, ma quello che mi fece impazzire, forse, fu quella porta chiusa di mia madre dolcissima, che io credevo eterna, come tutti i figli. E mi sono resa conto, a un tratto, che non avevo mai ascoltato i suoi lamenti tanto ero giovane. Ma quanto si paga la giovinezza! Anch’io, come le mie figlie, quando andavo a casa sua le portavo via gli oggetti più preziosi perché… nella mia casa sarebbero stati bene, e una madre si fa sempre derubare. A lungo andare morì, senza chiedere mai niente, ma era così felice della nostra gioia che forse non morì veramente mai. L’abbiamo derubata, ma soprattutto – e sembra un eufemismo – avremmo voluto (che Dio mi perdoni) portarle via quegli occhi, così verdi, così dolci, così innamorati di noi. Sono passati decenni da quei Natali e ancora cerco l’odore dei mandarini o del bollito, che si mangiava solo quel giorno. Erano i nostri doni. Oggi invece si tende a saltare il Natale, si va direttamente all’arrivo dei Magi, ai doni, la nascita quasi non esiste più, forse perché le nostre donne non sanno essere madri. E i bambini, tra televisione e futili regali, sono i più grandi emarginati del nostro tempo: abbiamo rubato loro l’infanzia e la religiosità della vita. Mi si chiede cosa vorrei trovare questa notte sotto il presepe: la mia Barbara, la mia Flavia, le mie figlie che mi furono tolte quando una maestra, assistente sociale, trovando che la casa non era ordinata me le portò via. Sono sempre stata una disordinata perenne, ma avevo quattro bambine felici alle quali suonavo le “nenie” di Natale. Andando in solaio ho trovato le mie vecchie famose poesie tutte imbrattate delle loro figurine: giocavano con le mie grandi poesie! Io non ho pianto su queste, ma su quelle figurine sì. Loro non sapevano cosa vuol dire genio, conoscevano solo due parole: mamma e bambino. Il mio presepe privato.

Alda Merini

da Avvenire del 21/12/2006

http://youtu.be/h-LTQJAAm0A

In questi anni si è diffuso il disprezzo. Provo a mettere a fuoco questa frase semplice e mite, persino riduttiva, in un certo senso pudica: la frase di un senegalese fiorentino colta dalle telecamere e dai taccuini dei giornalisti al corteo di Firenze in morte di due ragazzi uccisi martedì scorso a colpi di pistola da un “cacciatore di negri”. Un tizio sui cinquanta, l´assassino.

Troppo giovane per essere stato fascista davvero – quando il partito fascista, o almeno il Msi esisteva ancora – e però fascista di ritorno. Fascista di Casa Pound e figlio degli anni dell´odio e del disprezzo, appunto, dei diversi e dei più deboli. Del “padroni a casa nostra” – canone leghista ma non solo – gli anni scellerati in cui mascherato dal sorriso da squali dei corruttori si è fatto strada il cinismo egoista e squallido, opportunista, di chi mostrava al pubblico che solo a spese degli altri si costruisce la propria fortuna, ciascuno la sua e fatevi sotto coi mezzi che avete, le parole o le spranghe, l´ignoranza a far da padrona, pazienza per chi non può difendersi. “In questi anni si è diffuso il disprezzo” è una sintesi gentile, prova vergogna per chi si dovrebbe vergognare, non dice della paura seminata come fertilizzante elettorale, della stupidità e della sistematica distruzione del sapere che l´ha scientificamente, consapevolmente coltivata. Da quanti anni? Venti, trenta o persino di più? A chi addosseranno i libri di storia la responsabilità politica dello sfacelo nelle cui macerie ci aggiriamo increduli, spaventati dall´odore di polveri che non sappiamo se e quando si riveleranno esplosive ben oltre quei due colpi di pistola? Solo a Berlusconi? Solo ai signori del denaro o anche, ben prima, già sul finire degli anni Settanta e poi negli Ottanta, a una classe politica esangue e pronta a lasciarsi comprare o spazzare via, brodo di coltura dell´Uomo della provvidenza prossimo venturo? Da quanti anni in questo Paese mancano lo sguardo, il sorriso, l´intelligenza la generosità e il coraggio di qualcuno capace di pensare il bene di tutti a scapito del suo? Qualcuno capace di vedere quel che gli altri ancora non vedono e provare a realizzarlo: senza un tornaconto privato, perché è l´unica strada possibile ed è giusta, persino. Pazienza se costa. Mi scuso per la lunga premessa ma è che avevo negli occhi e nelle orecchie le immagini del corteo dei senegalesi di Firenze nelle ore in cui chiudevo il secondo dei due libri appena usciti per una piccolissima casa editrice, Alphabeta, che raccontano come fosse un romanzo d´avventura una straordinaria storia davvero accaduta in Italia negli anni Settanta. Una storia di cui i nostri ventenni sanno poco o niente e quanto sarebbe importante che la conoscessero, invece, per dare una direzione e un senso costruttivo alla loro sacrosanta indignazione. C´era una volta la città dei matti e Marco Cavallo – poderosi tomi, non libriccini – narrano l´incredibile magnifica rivoluzione condotta controcorrente da un pugno di donne e di uomini guidati da Franco Basaglia. Raccontano come sia stato possibile far approvare, in Italia, nei giorni dei sequestro Moro, una legge che riguardava apparentemente una irrilevante minoranza di persone, i matti dei manicomi. E siccome allora, davvero, molti dei “matti” erano semplicemente vittime delle violenze di quel tempo, non è poi così difficile per quanto sia – lo riconosco – sommamente impreciso pensare che il posto che occupavano i matti negli anni di Basaglia l´abbiano adesso i neri d´Africa e gli afgani e i migranti dei barconi che muoiono speronati al largo delle nostre coste. Numeri, volti senza identità, estranei, stranieri, diversi da noi che si insinuano nelle strade e nelle piazze proprio come, usciti dai manicomi, Boris e Mara, Margherita e suo figlio cercavano senza trovarlo un posto in un appartamento a Gorizia, a Trieste. La cronaca dell´assemblea in cui i cittadini “normali” denunciano come l´apertura dei centri di igiene mentale nel loro quartiere faccia perdere valore alle loro case, la paura delle “donne per bene” di fronte a “quelli là”, l´ostilità, la chiusura. L´atteggiamento dei politici, così prudente, così diffidente, anche a sinistra: perché non bisogna perdere di vista il fatto che sarà pure giusto che i matti escano dai manicomi ma la gente non li vuole e il nostro elettorato sono la gente, non i matti. Ecco, c´è più di una suggestione, come vedete. Poi penso anche, forse con una punta di ottimismo, che questo sia il tempo giusto per ricominciare a raccontare – a ricordare – storie come quella. Il film di Marco Turco, C´era una volta la città dei matti, è andato in onda nel 2010 in Rai ed ha avuto un successo straordinario. Sette, otto milioni di spettatori. Fabrizio Gifuni, il sorriso di Basaglia redivivo. Un sorriso che guarisce e che illumina. Il libro che esce oggi contiene i due dvd del film tv e il corposissimo trattamento scritto da Elena Bucaccio, Katja Kolia, Alessandro Sermoneta e Marco Turco. Il trattamento è tutto il materiale raccolto per la preparazione del film. Un romanzo storico, un documento meticoloso e avvincente che racconta centinaia di storie, di vicende minori che si intrecciano alla cronaca grande, Tina Anselmi e la Dc di allora, i volontari da tutto il mondo, Zavoli e la Rai com´era, l´Italia di chi sognava il futuro e quella di chi conservava il passato nel presente, impaurita. Marco Cavallo è il diario di Giuliano Scabia che racconta la storia del cavallo azzurro di cartapesta che – cavallo di Troia alla rovescia – ha portato fuori dai manicomi i biglietti dei reclusi chiusi nella pancia ed è diventato il simbolo del dialogo, è ristampato qui, rispetto all´edizione Einaudi del ‘76, coi contributi di Basaglia stesso e di Peppe dell´Acqua, allora giovane medico oggi direttore del Dipartimento di salute mentale di Trieste. Dell´Acqua racconta come questa storia ci porti fino ad oggi: all´interesse attivo di Giorgio Napolitano per la chiusure dei manicomi giudiziari, per esempio, sconcio e ferita ancora aperta. Quest´estate Marco Cavallo, il cavallo blu di cartapesta emblema della via crucis dei senza volto, senza diritti, sans papiers di ogni tempo ha fatto il suo ingresso al Teatro Valle Occupato, avamposto della tutela dei Beni comuni e supplente di una sinistra smarrita e divisa. È arrivato coi suoi quarant´anni che parevano quattro. I ragazzi, giovanissimi, lo hanno applaudito e festeggiato senza conoscerne, spesso, la storia. È stata una festa di teatro e di strada, un momento magnifico. I giornali non ne hanno quasi parlato, le televisioni per nulla. Il fatto è che in questi anni si è diffuso il disprezzo. L´antidoto è a rilascio lento, come certe medicine omeopatiche, e comincia dalle parole senza rabbia dei senegalesi di Firenze e da due libri così.

Concita De Gregorio

Da La repubblica del 19/12/2011.

A proposito di quello che sta succedendo in quest’ultimi giorni

Ieri sera sqilla prima il telefono fisso, a cui non faccio in tempo a rispondere, e poi il mio cellulare, dall’altra parte la voce del ragazzo di mia figlia, che non trovando lei, chiede a me di controllare se avesse o no preso la pillola. Sono rimasta un pò interdetta dalla situazione, meravigliata di come lui, che ha un pò di riserve a relazionarsi con i suoi, fosse così tranquillo a parlare con me. E’ stato solo un attimo e poi ho controllato nel disordine perenne delle scrivania di mia figlia, che era uscita un attimo prima per raggiungere lui, e gli ho detto di stare tranquillo, che la pillola del sabato mancava dalla confezione.

E in un attimo ho ripensato alla storia di quella ragazzina sedicenne di Torino che, per paura di essere picchiata dai genitori che la costringevano a sottoporsi ogni mese a visita ginecologica per accertarne la verginità, ha inventato lo stupro da parte di due rom per coprire il primo rapporto sessuale, peraltro consensiente col suo ragazzo.

La normalità non sono io

Mi auguro che non siano neanche quei genitori

La normalità è piatta, è fatta di non detti, di mancanza di assunzione di responsabilità, di far finta di non sapere nulla mentre invece si sa, di non condivisione, di sofferenza, di infelicità, di tristezza, di vite sprecate……………

La normalità non sono io, io sono una mina vagante, come la nonna del film di Ferzan Ozpetek, che dice in una scena del film: 

“La mina vagante se n’è andata. Così mi chiamavate, pensando che non vi sentissi. Ma le mine vaganti servono a portare il disordine, a prendere le cose e a metterle in posti dove nessuno voleva farcele stare, a scombinare tutto, a cambiare piani.”

Una mina vagante che ha amato per tutta una vita la vita e che rivendica la sua unicità non volendo aspettare la morte ma scegliendo di suicidarsi nella maniera più dolce: rimpinzandosi di dolciumi.

 http://youtu.be/5k_iDUIxRMA

“Non farti mai dire dagli altri chi devi amare, e chi devi odiare.

Sbaglia per conto tuo, sempre.”

A proposito dei fatti di Torino e di Firenze si può parlare di clima di terrore o come al solito chi lo fa è solo uno che esagera?

http://youtu.be/6W7fFgzgl2k

Modou e Mor chi erano le vittime

I due senegalesi uccisi in piazza Dalmazia da Gianluca Casseri, estremista di destra che poi si è tolto la vita dopo aver ferito altri 3 immigrati

di GERARDO ADINOLFI

Modou e Mor chi erano le vittime//

“Samb Modou e Diop Mor sono le due persone uccise oggi a Firenze. Hanno un nome e avranno memoria”. Il ricordo delle due cittadini senegalesi, uccisi da un estremista di destra a Firenze,  parte da Twitter, dove migliaia di utenti da tutta Italia li stanno ricordando, ognuno a suo modo.
Si chiamavano Samb Modou e Diop Mor i due uomini senegalesi uccisi da Gianluca Casseri nell’agguato in piazza Dalmazia, a Firenze. Modou, 40 anni, abitava a  Sesto Fiorentino in via Puccini e, secondo gli accertamenti dei carabinieri, sarebbe clandestino. Diop Mor, invece, aveva 54 anni, un regolare permesso di soggiorno e la residenza in via Primo Settembre. Modou e Mor sono stati uccisi tra la folla, tra i banchi del mercato di piazza Dalmazia. Insieme a loro è stato colpito un altro senegalese, Moustapha Dieng, di 34 anni, ricoverato a Careggi in prognosi riservata. Dieng, secondo fonti sanitarie, ha ricevuto due colpi di pistola. Un proiettile lo ha preso di striscio, mentre un altro gli ha trapassato il torace, entrando dall’alto e raggiungendo due vertebre dorsali. Potrebbe rischiare la paralisi.
Nel pomeriggio di ieri, intorno alle 15, un nuovo agguato, questa volta al mercato di San Lorenzo, dove sono stati feriti Sougou Mor, 32 anni e Mbenghe Cheike, di 42. Lacrime e commozione, sguardi bassi e tristi tra i familiari dei feriti radunati all’esterno del reparto di rianimazione dell’ospedale. A Firenze dal 1998 Mbenghe, il secondo uomo ferito a San Lorenzo, ha una sua bancarella al mercato. A sostenerlo, all’ospedale di Santa Maria Nuova,  la moglie e il nipote. Mbenghe, che abita con la moglie e un figlio piccolo, è stato operato in tarda serata.
“Se ci sarà qualcuno che non sa chi siano Samb Modou e Diop Mor siamo senza speranza”, scrive Teo. “Non sono due senegalesi, sono prima di tutto due persone, è il tweet di Ruben, mentre Simone abbraccia le loro famiglie, “ne avranno una, da qualche parte”.

(13 dicembre 2011)

http://firenze.repubblica.it/

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Il folle progetto sionista si realizzerá con la pulizia etnica locale e la ricostruzione del tempio sul Monte Moriah

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