Archive for febbraio, 2012


ANIMA

NESSUN ALTROVE

 

Il viaggio nel centro dell’ anima – 100 x 150 cm  olio su tela

http://www.jelenatodorovic.com/

Rimpiango la lentezza delle anime che non ho mai assaporato.

A volte risalgono alla mia coscienza, affamate,

a riprendersi lembi di spazi non concessi

dalla voracità della mia ragione, dalla bramosità del mio io.

Ho percorso con lo sguardo strati spessi di menzogna

sino a scorgere il seme degli occhi che ho incontrato.

Ho più spesso preferito consumarlo con i miei entusiasmi,

con le mie seduzioni, con i miei implacabili squarci.

Ho concesso.

Ho ferito. Ho abbandonato.

Di tutto il dolore causato,

non rimpiango quello procurato con l’ira incauta di chi ha ricercato,

sgarbatamente, l’autenticità.

Soprattutto non rimpiango il conflitto,

quando ciò sia servito a partorire

anche un solo piccolo foro nel muro di chi ha preteso

di imporre a se stesso e al mondo la propria verità.

Non credo ai profeti.

Non credo a chi pretende di incarnare più di altri l’infinito,

ma rispetto chi sconta della propria anima

l’infinità con un’esistenza all’orlo dello sfinimento,

come gli artisti che arrancano,

come gli amanti che non si curano.

Non desidero l’equilibrio

ma un armonico vivere nella sua assenza

e a nessun dio, costruito sull’affanno,

offrirò mai il sacrificio di me stessa

per un altrove felice.

Giorgia Vezzoli
Annunci

MIO PADRE

Dopo diverse settimane che non si andava dai miei genitori, ieri siamo andate da loro a pranzo, io ed Irene.

E’ stata una bella giornata. Erano molto contenti tutti e due di averci con loro.

Abbiamo parlato tutti con facilità, senza fraintendimenti. Quasi mai succede che la conversazione sia così fluida come è stata ieri.

Mio padre il 1° maggio prossimo compierà 90 anni.

Non li dimostra assolutamente ed io vorrei che vivesse ancora a lungo.

Anzi il mio desiderio insensato è che vivesse per sempre!

Ho sempre avuto un filo diretto con lui fin da bambina.

Siamo intimamente simili, stessa percezione di sensibilità, stesso ardore nel non accettare passivamente nulla, stesso spirito di ribellione, stesso essere disponibili agli altri, stessa resistenza alle intemperie della vita.

E adesso lui si sta preparando alla morte e ci si sta preparando bene.

Da un paio di anni lui, comunista a pelle e non perchè teoricamente e passivamentene ne avesse abbracciato le teorie, ha cominciato a prendere le distanze dalla politica ed anche dalla vita quotidiana.

Ha cominciato a farsi un sacco di domande sul senso della vita e della morte.

Ha cominciato a leggere la Bibbia.

Si è innamorato di Mosè, uomo.

Ha sognato per ben due volte l’universo, immenso e infinito.

E da allora non crede più a nulla perchè tutto è relativo, non esiste inizio e non c’è una fine, dice.

Si muore fisicamente, finisce la vita del corpo, ma nella morte ci trasformiamo in altro per continuare a vivere all’infinito.

E quindi, come la vita, la morte è continua trasformazione ed evoluzione.

Questo ci ha detto ieri mio padre, viso sereno e occhi limpidi, azzurri, splendenti.

Gli voglio un sacco di bene e so che mi sembrerà di morire anche a me quando lui morirà  

IL PULPITO

Diversamente onesti (Marco Travaglio).

23/02/2012 di triskel182

Dice Emma Marcegaglia che il sindacato, difendendo l’articolo 18, “protegge gli assenteisti, i ladri, i fannulloni”. Quando poi la sua frase scatena polemiche, la presidente di Confindustria precisa che “a volte l’articolo 18 diventa un alibi dietro cui si possono nascondere dipendenti infedeli, assenteisti cronici e fannulloni”. E così, per due volte, la signora ha perso un’ottima occasione per tacere. Perché l’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori non obbliga affatto le aziende oltre i 15 dipendenti a tenerseli anche se infedeli, assenteisti, fannulloni e ladri. Semplicemente consente a chi viene licenziato senza giusta causa o giustificato motivo di chiedere al giudice il reintegro in azienda. Dopodiché il giudice stabilisce se il licenziamento era motivato o pretestuoso: nel primo caso reintegra, nel secondo no. Ora l’infedeltà, la fannulloneria e il furto sono motivi più che giustificati per licenziare: bisogna però, come per tutte le accuse, dimostrarli. A questo punto occorre esaminare il pulpito da cui viene la predica. Davvero la signora Marcegaglia ha le carte in regola per accusare i sindacati di proteggere i ladri? Dipende da che cosa intende per “ladri”. Se ladro è chi si appropria indebitamente di denaro altrui, nella categoria rientrano gli imprenditori che pagano tangenti e le accollano alla collettività gonfiando i costi dei lavori; e per giunta vincono appalti truccati, togliendo lavoro alle imprese più meritevoli ma non avvezze alla mazzetta; e, per farlo, accumulano fondi neri sottraendoli al Fisco, cioè costringendo altri a pagare le tasse al posto loro. Che ha fatto in vent’anni Confindustria per combattere la corruzione? Una beneamata mazza. Anzi ha fatto molto per favorirla. Quando B. depenalizzò il falso in bilancio mentre Bush ne alzava le pene a 25 anni di galera, non si ricordano vibranti denunce del sindacato degl’imprenditori, che anzi era favorevole (memorabile l’entusiasmo di Tronchetti Provera). Né appelli confindustriali al Parlamento perché ratifichi la Convenzione anti-corruzione di Strasburgo del 1999, che contiene nuovi reati come l’autoriciclaggio e la corruzione tra privati. Eppure la corruzione tra privati è tipica dei ladri che derubano le aziende e tanto angustiano la sora Emma: si tratta infatti del reato (punito in tutto il mondo fuorché in Italia) commesso dai manager che affidano le commesse non ai fornitori più capaci e convenienti, ma a quelli che li riempiono di regali e di mazzette. Così le imprese spendono di più, si impoveriscono, sono costrette a licenziare e spesso a fallire. Articolo 18 o meno. Capita spesso che, in una fabbrica, l’operaio sorpreso a rubare un pistone o un cacciavite venga licenziato in quanto ladro: molto più rari i casi di capiufficio acquisti licenziati perché prendono mazzette dai fornitori. Poi ci sono i manager che le tangenti le pagano per vincere indebitamente appalti. E, in materia, la signora Marcegaglia dovrebbe essere piuttosto esperta, per motivi famigliari e istituzionali. Famigliari perché il fratello Antonio e il suo gruppo hanno patteggiato la pena (rispettivamente 11 mesi e 6 milioni di risarcimento) a Milano per corruzione nel caso Enipower: cioè per una maxi-tangente di 1 milione in cambio di un appalto di caldaie da 127 milioni. In più i magistrati stanno indagando su una rete di conti svizzeri che sarebbero stati alimentati per un decennio da fondi neri dei Marcegaglia per “operazioni riservate”. Motivi istituzionali perché la prima fila delle assemblee di Confindustria pare l’ora d’aria di San Vittore, tanti sono gli imprenditori inquisiti e pregiudicati che la sora Emma non s’è mai sognata di espellere in quanto “ladri”. Fra questi si segnalano i vertici del gruppo B., condannati in Appello a risarcire 560 milioni per aver fregato la Mondadori corrompendo un giudice. Se nemmeno questi gentiluomini sono considerati ladri, resta da capire chi sono, i ladri. Ma forse la sora Emma si ispira a Trilussa: “La serva è ladra, la padrona è cleptomane”.

Da Il Fatto Quotidiano del 23/02/2012.

La campana suona per noi

Loris Campetti – 19.02.2012

Cosa sarebbe dell’Italia senza la democrazia? Per capirlo è sufficiente vedere cosa sta succedendo a Pomigliano, in una fabbrica chiusa e riaperta da Marchionne sotto altro nome per cancellare il sistema di garanzie e diritti sindacali e individuali conquistati in più di un secolo di lotte.

Sotto il Vesuvio, lungo le linee della nuova Fiat Panda, la Fiom non ha accesso, è stata messa fuori da un accordo separato che getta alle ortiche il contratto nazionale di lavoro e riconosce qualche sparuto diritto sindacale solo alle organizzazioni che hanno firmato la resa loro e la morte di un altro sindacato che invece non si è arreso. Qui, su duemila «nuovi» assunti non ce n’è uno iscritto alla Fiom. Forse uno o due ce l’aveva quella tessera extraparlamentare, ma per essere assunto l’ha dovuta strappare. Allora, a Pomigliano senza Fiom succede che se un operaio selezionato (politicamente e sindacalmente) non ce la fa a reggere i ritmi infernali del nuovo modello produttivo Fiat, se ritarda di qualche secondo o se monta male un pezzo, non solo viene sanzionato ma a fine turno e senza poter andare in mensa a mangiare è costretto a presentarsi nell’«acquario», un open space dove al disgraziato viene consegnato un microfono e davanti a una folla di capi, capetti e sottocapi deve dire «song n’omm e mmerda». Meglio ancora se accusa il suo vicino alla catena di montaggio per quel ritardo o quell’errore. Così, con meno pause, con la mensa spostata a fine turno, con i ritmi da far paura all’operaio Charlie Chaplin, con il divieto di scioperare e di eleggersi liberamente i propri rappresentanti, con i pubblici atti di dolore e di autoflaggellazione, ci raccontano che la locomotiva Italia riconquisterà la competitività sul mercato globale. E quasi nessuno, tra i monti e i colli di Roma, trova da ridire. Se così stanno diventando le fabbriche e tutti i posti di lavoro – perché la Fiat fa scuola in Italia, da Pomigliano a tutti gli stabilimenti del gruppo, all’indotto meccanico, chimico e via costruendo e trasportando, e via egemonizzando in Federmeccanica, in Confindustria, al governo dei tecnici, persino dentro il centrosinistra e negli altri sindacati – cosa ne sarà della nostra democrazia? Una democrazia sospesa, e dormiente, una politica che si è consegnata ai tecnici illuminati dalla finanza. Inutile chiedersi se e quando si risveglierà la nostra democrazia, raccontandoci che saranno gli stessi anestetisti, un giorno, a decidere di aprire le finestre. Quelle finestre resteranno chiuse, se non ci penseremo noi a spalancarle. Dove il noi comprende tanti pezzi di società non pacificati che stentano a mettersi in comunicazione tra di loro. Bisogna capire, come si ostina a fare la Fiom, che la condizione precaria riguarda l’intero mondo del lavoro e del non lavoro, che non c’è contrapposizione tra difesa dell’articolo 18 che andrebbe semmai esteso a tutti insieme agli ammortizzatori sociali, e battaglia per un reddito di cittadinanza. Il 9 marzo sarà un’occasione per tutte le voci fuori dal coro del pensiero unico dominante. Lo sciopero generale della Fiom deve diventare un embrione di alternativa allo stato di cose presente, un primo momento di ricostruzione di un progetto comune con cui uscire dalla difensiva. Ieri a Roma la parte viva del sindacato italiano ha lanciato un appello generale. Con uno slogan – la democrazia al lavoro – e la convinzione che è il lavoro a creare la ricchezza mentre la finanza lo distrugge. I delegati e le delegate metalmeccaniche hanno raccontato un paese in crisi, fabbriche occupate e in cassa integrazione, interi distretti industriali desertificati, regioni come la Sardegna a cui hanno tolto il tappo e adesso rischia di affondare. Ma anche fabbriche salvate dalla lotta coraggiosa della Fiom, come il cantiere navale di Sestri, o prima ancora la Innse. Dunque, è di lavoro e investimenti per un nuovo modello di mobilità e di sviluppo che bisogna parlare, di come creare occupazione qualificata, di come lo stato deve intervenire nell’economia, e non di come rendere ancor più facili i licenziamenti. Invece il centrosinistra si limita a dire che sul mercato del lavoro va bene quel che decidono i sindacati naturalmente uniti e le parti sociali. Di quale unità vanno cianciando, nella stagione degli accordi separati? La sinistra parlamentare non ha niente da dire sul mercato del lavoro, e neanche vuole vedere quel che succede a Pomigliano. Il dio mercato è diventato anche per loro il regolatore generale che non ammette variabili indipendenti. La sinistra parlamentare non guarda nei call center, o all’università, o nel mondo giovanile a cui è interdetta la possibilità di crearsi un futuro e di accedere a un lavoro se non a condizioni schiavistiche e ricattatorie. Non guarda al trasporto che è diventato un bene di lusso per pochi, perché solo i capitali e i capitalisti possono muoversi liberamente. Gli altri restino a terra. Viva la Tav e abbasso i treni dei pendolari. L’Italia pagherà le multe all’Unione europea perché gli autobus che girano nelle nostre città sono i più vecchi e inquinanti del continente, e la politica non ha nulla da dire quando la Fiat decide di chiudere l’unica fabbrica di autobus italiana per andare a costruire altrove. Inutile far finta di non sapere per chi suona la campana. Ieri a Roma hanno parlato operai, tecnici, ricercatori, studenti, precari, il popolo No-Tav rappresentato da una sindaca della Valsusa e tanti altri. Quel che succede a Pomigliano non è diverso da quel che sta per succedere o già succede in tutta la società italiana. Bisogna tagliare il filo spinato che stanno stringendo intorno alla Fiom come ai cantieri dell’Alta Velocità. Come ha detto Maurizio Landini, sbaglia chi si riscalda per i tre delegati persi dalla Fiom a Melfi e non va ad abbracciare gli altri duecento delegati Fiat che non hanno gettato la spugna e ancora stringono in pugno orgogliosamente la loro tessera. Sono quelli che scelgono di abbassare gli occhi al cospetto della moglie e dei figli a cui non riescono più a garantire una vita decente, pur di non abbassare la testa di fronte a Marchionne. Sono quelli che hanno imparato l’insegnamento di Giuseppe Di Vittorio, quando diceva ai lavoratori di non togliersi il cappello al cospetto del padrone. Dopo gli anni Cinquanta sono arrivati i Sessanta, non per grazia ricevuta ma grazie alla tenacia e alle lotte dei lavoratori che più volte salvando la propria dignità hanno salvato la democrazia. Il 9 febbraio la campana suona anche per noi. La lotta che stanno facendo i compagni del manifesto, è stato detto ieri dal palco dell’Atlantico gremito fino all’inverosimile, è la nostra stessa lotta. Questo fa sentire la Fiom e il manifesto meno soli, e un po’ più forti.

WWW.ILMANIFESTO.IT
LUIGI SCANO

Il filo conduttore

della mia vita

Il filo conduttore

delle mie azioni

è l’amore

 

Amore

non solo grazia

dolcezza accoglienza

ma anche

odio rabbia

determinazione 

 

Le scelte politiche

le decisioni i dolori

la sofferenza le gioie

anche le intemperanze

di quelle pazze

giornate

che precedono

il fiume rosso di ogni mese

e che sempre generano

nuovi ed inevitabili assetti

sono tenute insieme

da questa forza

propulsiva

che genera da sè

Nonostante

e.m.

Venerdì pomeriggio mia sorella è stata dimessa

Sono andata a prenderla ed ero un pò in ansia perchè non avevo capito se a seguito dell’intervento l’ avrebbero  o meno indotta in menopausa. Invece tutto procederà con i  tempi naturali e fisiologici.

E questa è stata la notizia più bella della settimana.

E’ stato un grande sollievo!

La maternità di un ospedale è lo specchio immediato della società in cui si vive che non corrisponde mai al piccolo pezzetto individuale di vita di ognuno di noi.

Il reparto ginecologia di Careggi è un concentrato di multiculturietà, donne italiane, marocchine, vietnamite, peruviane, tutte insieme con la loro storia, la loro ansia, la loro paura, il loro dolore…………..

…………e le differenze culturali non esistono più!

Scatta immediata una istintiva complicità che nasce dal riconoscere nelle altre se stessa con gli stessi sentimenti e le stesse emozioni.

Basterebbe soffermarsi un momento su questo per capire che non esistono altri da noi, che possiamo essere sì diversi fisicamente ma nelle vene di ognuno di noi inevitabilmente, e nonostante discutibili esponenti della classe politica italiana, scorre sangue di colore rosso, lo stesso sangue per tutti e quindi dobbiamo tutti ricordare sempre le parole di Vittorio Arrigoni: facciamo tutti parte della stessa famiglia umana.

Immagine tratta da AGI

Cara ministra Fornero, le do della ministra non per pedanteria ma perché mi hanno insegnato a declinare al femminile le cariche se riferite a una donna. Mi chiamo Giorgia e sono, fra le altre cose, una blogger che si occupa da tempo di stereotipi di genere. Come molte donne e uomini sul Web, faccio parte di quel movimento che ha fatto della Rete un luogo di cultura alternativa e di attivismo sulle tematiche di genere in Italia. Non siamo persone che stanno sotto i riflettori, però sarebbe molto bello se lei venisse a sapere di questo universo, magari cominciando dalle realtà che hanno aderito al Feminist Blog Camp tenutosi l’anno scorso, un’esperienza collettiva di condivisioni di saperi molto interessante.
Volevo dirle tre cose. La prima è che ho molto apprezzato il fatto che lei abbia affermato di essersi sentita offesa per come è trattata la donna in tv. Pare che invece a molte persone, fra cui anche autori televisivi, conduttori e giornalisti, manchi proprio il senso dell’offesa e, nonostante i passi avanti fatti nel dibattito sulla rappresentazione della donna in TV e nonostante le recenti raccomandazioni dell’ONU preoccupata dell’immagine della donna-oggetto sui media, ancora ritengono di poter fare un uso del corpo delle donne ben poco dignitoso. La seconda cosa che volevo dirle è che ho molto apprezzato anche le parole con cui ha illustrato le sue linee programmatiche in materia di pari opportunità, in particolare quando ha affermato che esistono infine forme di violenza o di istigazione alla medesima che  sono connesse a fenomeni mediatici ed informatici che non possiamo  sottovalutare“. E, a questo proposito, volevo dirle che mi piacerebbe saperne di più circa la sua idea di un progetto educativo per contrastare  l’immagine mercificata della donna, anche attraverso la televisione come l’introduzione di gender  mainstream nei progetti educativi al fine di monitorare che i messaggi,  trasmissioni, pubblicità e testi scolastici siano il più possibile  gender correct. Ecco, io credo che abbiamo davvero un estremo bisogno di questo progetto come credo che abbiamo bisogno di rendere efficaci iniziative già approvate o in corso come, ad esempio, l’Osservatorio Donne e Media. Perché vede, signora Ministra, a volte cambiare canale o spegnere la nostra tv secondo me non basta. Resterà comunque accesa, per i più svariati motivi, per molti altri, fra cui anche persone molto giovani, e con questi altri tutte noi ci troveremo prima o poi a fare i conti.
La terza cosa che volevo dirle è che nei giorni scorsi, insieme all’Associazione Pulitzer, ben oltre 3000 persone hanno firmato un appello alla Direttrice Generale della RAI per la pessima immagine della donna mandata in onda dal TG1 a proposito del Festival di Sanremo, evento che quest’anno in particolare non sta dando, a mio avviso, un bello spettacolo per quanto riguarda la rappresentazione della donna in tv. Troppo spesso, cara Ministra, quando osiamo criticare alcune scelte mediatiche e giornalistiche perché ritenute sessiste, ci sentiamo rispondere con una sostanziale scrollata di spalle. Ci sentiamo dire che è stato solo un gioco, che era solo ironia e che non si voleva offendere nessuno. Però, vede, io – e sono certa anche lei – sappiamo bene che tutto questo non è affatto un gioco ma, per citare le sue parole, “un  copione che tende al compiacimento del mondo maschile” da cui è davvero tempo di affrancarci.
Che ne dice di cambiare, tutte insieme, la sceneggiatura?
La ringrazio per l’attenzione e, con la speranza che lei possa al più presto occuparsi dell’immagine delle donne e degli uomini sui media italiani per liberarci dalle gabbie che ancora ci rendono schiavi spesso inconsapevoli di modelli vetusti e svilenti,  le auguro un buon lavoro.

Giorgia

 Vita da streghe

Do not disturb

Marco Travaglio

17/02/2012 di triskel182

Qui non si tratta di decidere se Celentano ha ragione o ha torto. Ma se ha il diritto di dire ciò che pensa in un programma per cui è stato regolarmente scritturato dalla Rai e poi pompato da tg e spot all’insegna del “chissà cosa dirà a Sanremo quel matto di Adriano”, per lucrare clamore, ascolti e introiti pubblicitari. Forse Celentano non avrebbe diritto di parlare in Rai se nessuno lo stesse ad ascoltare. Ma il boom di ascolti nella sua serata, seguito dal crollo in quella senza di lui, dimostra che milioni di italiani vogliono ascoltare le sue “banalità qualunquiste” (come le han definite i commentatori più carini): cioè le sacrosante critiche alla Consulta, che ha cestinato il milione e 200 mila firme che lui stesso aveva contribuito a raccogliere per cambiare la legge elettorale; le sue critiche (sia pure nel mucchio: Famiglia Cristiana non le meritava, l’Avvenire sì) a un mondo cattolico più impegnato in beghe di potere che nell’annuncio della Resurrezione; le sue critiche alla Rai della sora Lei, che ormai è una protesi del Vaticano oltreché dei defunti partiti, e tiene fuori dalla porta chi fa stecca nel coro del pensiero unico, chi non rispetta il recinto grammaticale e sintattico delle cose che non si possono dire. Critiche talmente banali e qualunquiste che non le fa nessuno. Anche a noi non è piaciuto l’invito a chiudere due giornali cattolici. Ma Celentano, per fortuna, non ha alcun potere di chiudere giornali. Quel potere ce l’hanno i partiti, aprendo e sbarrando i rubinetti dei finanziamenti pubblici all’editoria. E quel potere l’aveva B. che, appena chiedeva la chiusura di un programma Rai, lo otteneva e, appena invocava la cacciata del direttore di un giornale, veniva accontentato nell’indifferenza di quanti oggi strepitano contro Celentano. Ora, dalla censura smaccata e pagliaccesca dell’Era B., all’insegna del “non disturbare il manovratore”, siamo passati a quella felpata e tecnica delle grandi intese, all’insegna del “non disturbare i manovratori”, che sono diventati parecchi. Monti, a Strasburgo, se la prende con un bravo giornalista del Corriere, Ivo Caizzi, reo di aver sollevato dubbi sulla sua irresistibile carriera europea. Grandi giornali attaccano il Fatto perché osa pubblicare documenti autentici sulla corruzione e i complotti in Vaticano ed esultano quando pensano (poveretti) che la Gendarmeria abbia “identificato le talpe”. Il Csm è costretto ad assolvere a livello disciplinare il pm Ingroia, ma trova comunque il modo di bacchettarlo perché s’è detto “partigiano della Costituzione” al congresso del Pdci. Il testo raccapricciante scritto a quattro mani dai “laici” Zanon (berlusconiano) e Calvi (dalemiano) e votato dal plenum definisce “particolarmente vistosa e inopportuna” l’esternazione di Ingroia: sia perché è avvenuta a un congresso di partito (ma nessuna regola deontologica lo vieta: anche Falcone e Borsellino parlavano di mafia in manifestazioni di partito), sia perché – udite udite – “fortemente polemica” verso programmi e leggi (nel caso specifico sono programmi e leggi incostituzionali) di forze politiche “facilmente riconoscibili”. Dal che si deduce che un magistrato può parlare, ma solo per plaudire a leggi e programmi partitici incostituzionali, e solo senza renderli riconoscibili: cioè parlando in politichese per non far capire che cosa sta dicendo. La libertà di espressione diventa così libertà di applauso: come nelle dittature. Nelle democrazie, invece, si può parlare liberamente sia per consentire sia per dissentire dal potere. Ma, anziché insorgere contro questa vergogna bipartisan, il presidente Napolitano ha subito esortato i partiti a riformare l’ordinamento giudiziario per inserire fra gli illeciti disciplinari anche le esternazioni che gli garbano: quelle dissonanti dal pensiero unico. Una “riforma condivisa” da fare a tutti i costi, “arginando” chi si permette di non condividerla. Così la prossima volta Ingroia, oltreché bacchettato, verrà anche punito. Colpirne uno per educarne cento.

Da Il Fatto Quotidiano del 17/02/2012.

Le notizie della settimana del 18/02/2012 (Massimo Gramellini).

18/02/2012 di triskel182

7-A Savona c’è un bidello di 61 anni, si chiama Giancarlo, che lavora in una scuola elementare di periferia. Sta per andare in pensione, ma gli fa male al cuore vedere i muri scrostati delle aule su cui le maestre appendono i disegni dei bambini. Così compra vernici e pennello e durante le vacanze ridipinge da solo tutta la scuola, ogni aula con un colore diverso. Si dice che il bene non va mai raccontato, ma a furia di non farlo ci siamo convinti che non esista più. Invece le scuole italiane sono piene di giancarli che le tengono in piedi. E mica solo le scuole. Mentre l’intero apparato mediatico si concentrava sulla nevicata di Roma neanche fosse stata la ritirata degli alpini dal Don, meno interesse suscitava la tormenta vera che ha bloccato per giorni l’Emilia-Romagna e le Marche. Nei paesi dell’Appennino avevano la neve alla cintola, ma nessuno si è  lamentato. Erano troppo impegnati a spalare. Ecco, uno legge la relazione della Corte dei Conti sullo stato della corruzione in Italia e si ammala. Poi pensa a Giancarlo che vernicia le aule e ai romagnoli che spalano la neve e gli torna un po’ di voglia di guarire.

.

6-Uno-due abbastanza terrificante di Mario Monti. Prima nega i finanziamenti alla candidatura di Roma per le Olimpiadi del 2020 e poi impone l’Ici alle proprietà della Chiesa non adibite al culto. Sull’Ici alla Chiesa adesso sembrano tutti d’accordo, persino il Vaticano, persino Casini. Ma allora perché nessun governo l’aveva messa prima? Tutti d’accordo – tranne qualche cicchitto isolato – anche sulla rinuncia alla candidatura olimpica di Roma, tanto che il presidente del Coni Petrucci ha commentato: All’improvviso scopro che le Olimpiadi non le voleva nessuno.

Rimane però in carica la commissione regionale Giochi Olimpici e grandi eventi che in un anno si è riunita tre volte ed è costata 1 milione. Toglierà solo Giochi olimpici dal nome. Quando fu istituita, qualcuno pretese che venisse scritto nella legge la data di scadenza. Un assessore si ribellò: Siamo persone serie, non c’è bisogno di fissare i termini. E infatti, dato che sono persone serie, restano lì. L’oscar del commento più surreale va al vicesegretario del pd Enrico Letta:  Ora tifiamo tutti Madrid. Conoscendo il talento del Pd nel scegliere i propri candidati, a Madrid pare siano entrati nel panico.

.

5-Alle primarie di Genova si è ripetuto il solito psicodramma. Fra due litiganti del pd, ha vinto il terzo incomodo sostenuto da Vendola. Ormai basta che un politico abbia il marchio di fabbrica del partito per raffreddare gli elettori. Ma naturalmente la nomenclatura non si interroga su questa amara verità e, come ha scritto Concita De Gregorio, dà la colpa della febbre al termometro, cioè alle primarie. Bisogna però riconoscere che l’ex sindaco Vincenzi ha preso bene la sconfitta. Ecco un florilegio delle sue dichiarazioni su Twitter.

A IPAZIA e’ andata peggio. Oggi le donne riescono a non farsi uccidere quando perdono. (Ipazia, per la cronaca, anzi per la storia, era una scienziata di Alessandria d’Egitto messa a morte dai cristiani.) Basta con sta fissa delle infrastrutture. Vuoi mettere come e’ meglio parlare di beni comuni? Specie se benedice Don Gallo. A proposito, chissà dove sarebbe stato Don Gallo al tempo di IPAZIA?

Ma chi glieli scrive i discorsi, Celentano?

.

4-Pare che Alfano, Bersani e Casini abbiano trovato l’accordo sulla riduzione dei parlamentari, la riforma del Senato e la legge elettorale. Naturalmente non ci sarà il promesso dimezzamento degli onorevoli, ma solo una spuntatina: duecento in meno. Con il voto dei tre grandi partiti la riforma passerà senza bisogno del referendum confermativo, quindi senza il consenso degli elettori. Ora, non mi pare una bella cosa che la più importante riforma costituzionale venga fatta da un parlamento delegittimato, con 88 indagati, quello che votato Ruby nipote di Mubarak. Qui continuano a cambiare le regole, ma mai le facce.

.

3-Ma è vero che la Rai si è dissociata da Celentano dopo averlo invitato, ben sapendo che avrebbe fatto Celentano? Poi mi chiedo, ma forse è la febbre: per far ridere bisogna per forza offendere gli omosessuali e trattare le donne sempre e solo come un oggetto di eccitazione onanistica? C’è un maschilismo inguaribile in questo Paese. A Bassano beccano due ragazzi di 15 anni a fare sesso nel bagno della scuola e il preside dà 1 giorno di sospensione a lui e 4 a lei. Motivazione. Era nel bagno dei maschi!

.

2-Si è dimesso il presidente tedesco Wulff. Lo accusano di aver accettato un prestito di 500 mila euro da un imprenditore amico con un tasso di favore per comprare una casa.

Pensa che scandalo. Lui almeno l’ha pagata. In Italia le comprano a loro insaputa.

Però è pur sempre un inizio… Appena la Borsa ha saputo dei guai di Wulff, i titoli tedeschi sono calati e lo spread è sceso. Capisci? Ci hanno riempito la testa che per abbassarlo dovevamo diventare noi come i tedeschi. Mentre si fa molto prima a far diventare loro come gli italiani.

.

1-Il 27 gennaio 1976 un commando assaltò la caserma di Alcamo Marina e uccise due carabinieri, Carmine Apuzzo e Salvatore Falcetta. Da Palermo arrivò una squadra di investigatori guidata dal colonnello Russo. Fermarono Giuseppe Vesco, un giovane anarchico che fu costretto con le torture a confessare la partecipazione alla strage e ad accusare alcuni giovani che frequentava: Giuseppe Gulotta, Giovanni Mandalà e i minorenni Vincenzo Ferrantelli e Gaetano Santangelo. Vesco fu trovato impiccato in cella in circostanze mai chiarite. Ferrantelli e Santangelo furono prima condannati e poi assolti. Ora vivono in Sud America. Mandalà è morto. In carcere rimase solo Gulotta. Dal luglio 2010 era in libertà vigilata perché un maresciallo in pensione, Renato Olino, che era nel gruppo del colonnello Russo, aveva avuto il coraggio di confessare le torture.

Mi puntarono una pistola in faccia e mi dissero: se non confessi ti uccidiamo, racconta Gulotta. Adesso è stato assolto. Dopo 36 anni. Ne aveva 18 quando fu arrestato. Alla lettura della sentenza ha abbracciato la moglie e il figlio, poi si  è accasciato su una sedia. La mia vita è stata bruciata. Ora come posso portare l’orologio indietro di 36 anni? Chi potrà restituirmi ciò che mi è stato tolto?

Anche noi vogliamo che ci venga restituito qualcosa. La fiducia in uno Stato di diritto che non ricorre alla tortura per estorcere dichiarazioni di colpevolezza.

Da Che tempo che fa del 18/02/2012.

Un esame di noi stessi

Che al governo una voce come la  nostra non interessi è comprensibile, ma perché non interessa più ai nostri lettori? La difficoltà di fotografare la nuova topografia del sociale, le difficili condizioni di lavoro interne. Eppure è un giornale in cui, ogni giorno, si può trovare qualcosa di interessante.

Rossana Rossanda – 18.02.2012

Della libertà di stampa al governo Monti non potrebbe importar di meno.  Da buon liberista è convinto che un giornale è una merce come un’altra;  se vende abbastanza ai lettori e agli inserzionisti di pubblicità, viva,  se no muoia.

Lo strangolamento è stato bene illustrato l’altro ieri  da Valentino Parlato. Ed era visibile dai nostri bilanci. La nostra  asfissia è della stessa natura di quella che si tenta di applicare ai  beni comuni non meno urgenti. A noi sembra importante anche la presenza  di una voce fuori dal coro come la nostra, perché in un paese che ha  mandato tre volte Silvio Berlusconi al governo, qualcosa non funziona. 

 

Né funziona che tanti amici si rallegrino che al posto d’un faccendiere  impresentabile sia venuto un onesto e distinto liberista. Onesto  personalmente, s’intende. L’onestà sociale non si sa più bene che cosa  sia, e non importa più alla stampa salvo che a noi. Che siamo non solo  un pezzo della sinistra, ma addirittura comunisti. Anzi, più che  comunisti, nel senso che il comunismo dei “socialismi reali” non ci  andava né su né giù. Per questo fummo esclusi dal Pci, ma per non  essersi posti le nostre domande sui socialismi reali i partiti comunisti  non esistono praticamente più.

 

Che al governo una voce come la  nostra non interessi è comprensibile: del manifesto è rimasta l’immagine  di un quotidiano di sinistra, anzi di estrema sinistra. Ora è facile  giurare sulla libertà di stampa finché questa non è dalla parte di chi  ti attacca. E in Italia chi attacca il governo? E noi dove siamo? Come  Parlato ricorda, il manifesto vende sempre meno da otto anni a questa  parte.

 

Il calo si è accelerato negli ultimi due. La media in cui ci  eravamo tenuti nei nostri primi trenta anni è stata, poco più su poco  più giù, di trentamila copie, non molto alta, eravamo un giornale di  nicchia. Ma solida e rispettata nicchia. Ora si è circa la metà.

 

Dovremmo  chiederci perché. Era nostra abitudine fare un punto almeno un paio di  volte all’anno. Ma negli ultimi tempi la direzione non ha più convocato  un’assemblea che faccia il punto sullo stato del mondo e dell’Italia e  sul nostro orientamento in esso. Né la redazione, che può esigerlo,  sembra averne sentito il bisogno. Neanche un attimo prima di arrivare a  quella forma di liquidazione, non proprio un fallimento ma quasi, cui  siamo costretti. 

 

Non è stata una buona scelta. Non è  infatti per nulla ovvio che cosa sia oggi un giornale di sinistra, tanto  meno uno che, sempre secondo Parlato, dovrebbe ancora definirsi  comunista. Nel senso che dicevamo sopra, un comunismo che poco ha a che  vedere con i “socialismi reali”, ma che realizzi un cambiamento del  vivere e del produrre e che facendolo realizzi un più di libertà  politica. Lo abbiamo detto in questi anni ancora? Si poteva dirlo? Si  poteva crederlo? Questa è la domanda cui abbiamo smesso di rispondere  cessando fra noi persino di farcela.

 

Io tendo a credere che da questa  reticenza venga il dimezzamento dei nostri lettori. Ma è una domanda cui  non è semplice rispondere. Non è facile essere comunisti oggi, a più di  trenta anni dal 1989. E appunto sarebbe nostro compito chiarire che  cosa intenderemmo nel dirci comunisti ancora, o perché non si possa  dirlo più.

 

Io credo che, almeno nei tempi brevi, non si possa dirlo  più. E non perché il sistema mondializzato sia diventato più umano,  condiviso e condivisibile, meno feroce, più pacifico perché libero e un  po’ meno inegualitario, cosa che non vuol dire conformizzato. Non  abbiamo mancato di scrivere che dal 1971 non sono soltanto passati molti  anni, ma sono cambiate molte cose. Quasi tutte. Ma non ne abbiamo  tratto ed esplicitato le conseguenze. In questo la crisi della sinistra  non è diversa dalla nostra, almeno – sinistra essendo ormai parola assai  vaga – di quella parte della sinistra che si proponeva un cambiamento  del modo di produzione. Si può essere anticapitalisti oggi?

 

Il  manifesto è nato quando una parte del mondo, sotto l’egemonia degli  Stati Uniti, era capitalista e imperialista, e una parte che aveva già  abolito la proprietà privata del capitale si diceva socialista ed era  sotto l’egemonia dell’Urss. Il mondo si ridefiniva fra due campi e  mezzo: perché restava una parte sospesa in un “postcolonialismo”, vago  come tutti i post, che chiamavamo paesi terzi. Oggi non è più così; gli  Stati Uniti non sono più la indiscussa prima potenza capitalista, e non è  sicuro che il loro fine si possa definire, come prima, imperialista.  L’Unione Sovietica non esiste più. La Cina ha un governo che si dice  comunista ma un sistema produttivo capitalista spinto. Cuba non sembra  più affatto socialista. Il terzo mondo ha percorso, tra stati e sotto  l’infuenza di potenze diverse, un itinerario mai visto prima.

 

Allo  stesso tempo l’Europa ha formato una grande area a moneta unica e a  direzione liberista che da anni è traversata da una crisi, economica e  politica, più acerba di quella degli Stati Uniti da cui aveva preso  radice. Insoma, è cambiato tutto. È cambiato il capitalismo? Possiamo  dire di sì, nel senso che ha articolato le sue forme e non ha più uno  stato che ne sia indiscutibilmente la leadership. Dobbiamo dire di no,  nel senso che ha mondializzato, appunto articolandolo, il suo modo di  produzione. Possiamo, davanti a questo mutamento di scena, conservare  gli strumenti di analisi e di proposta che avevamo nel 1971? Non credo.  Andrebbero almeno verificati.

 

Anche l’Italia è cambiata. Nel senso  che forse nel paese dove il movimento del ’68 è stato più lungo e più  esteso a vari strati sociali, non solo operai e studenti, ha anche – ha  ragione Mario Tronti – più destrutturato le forme classiche del  socialismo e della democrazia di quante forme nuove abbia prodotto. Ha  investito nuove figure sociali e anche qualcosa di assai più che una  forma sociale, le donne e i femminismi. Questa molteplicità di oggetti  ha avuto in comune il rigetto delle forme di potere cui era,  visibilmente o invisibilmente, sottomessa, nello stesso tempo  dividendosi acerbamente. Risultato, all’ampiezza del rigetto ha risposto  una reazione opposta, un individualismo piatto, un rifiuto di ogni  cambiamento di società, di ogni collettività che non sia locale o  comunitaria. La incomunicabilità delle differenze ha prodotto una crisi  della politica, il cui esito è stato il berlusconismo e il crescere del  populismo.

 

Ma di questo neanche noi abbiamo dato una mappa e una  topografia approfondita e comune. Abbiamo denunciato i limiti del  keynesismo postbellico con l’intento di andare oltre, ma di fatto  abbiamo lasciato spazio a spinte liberiste. Meno stato più mercato, è  uno slogan che piaceva anche a sinistra. Per un paio di decenni abbiamo  messo da parte il rapporto di lavoro, analizzando le nuove soggettività e  le molte contraddizioni che ne erano fuori, finendo col dichiarare lo  sbiadimento se non addirittura l’irrilevanza della contraddizione fra  lavoro e capitale. Fino allo scoppio della crisi e dell’offensiva  padronale alla Fiat abbiamo dato poca attenzione alla struttura sociale,  come se fosse un problema puramente sindacale.

 

Non siamo stati  convinti, e quindi non siamo stati capaci di convincere, che – come ci  ricorda il segretario della Fiom – il modo di produzione non investe  soltanto la fabbrica ma tutta la società. Il lavoro? Roba del secolo  scorso. L’operaio? Non c’è più. Il sindacato? Vecchiume. Del resto non  gorgheggiavano ogni giorno i padroni che il lavoro costituiva orami una  parte minima del processo di produzione?

 

Oggi i padroni dicono tutto  il contrario, strillano che per essere competitivi nella  mondializzazione bisogna ridurre i salari italiani a quelli  dell’Indonesia o della Cina, un terzo, un quarto del livello che i  lavoratori erano riusciti a spuntare da noi. Così siamo arrivati, come  il resto del mondo occidentale, a una stretta in cui i redditi si sono  divaricati al massimo, il dieci per cento della popolazione guadagna  quanto il novanta per cento, e di questo dieci, l’un per centro guadagna  più di tutti gli altri. Nella stretta si dibattono anche le nuove  soggettività.

 

In questo ribollire di bisogni e nella loro incapacità  di trovare un dialogo, il manifesto non è riuscito a suscitare più  interesse ma meno. Eppure non c’è giorno che esso non proponga un pezzo  interessante e che sarebbe impossibile trovare altrove,  un’interpretazione di una notizia che l’altra stampa offusca. Forse che  quel che scriviamo non si capisce, non è detto bene? Non è chiaro? Non è  rapido e divertente? Qualcosa non ha funzionato neanche da noi. Siamo  stanchi, perché – per favore non lo si dimentichi – coloro che ogni  giorno hanno confezionato questo foglio e lo hanno spedito in giro non  ne possono più di un successo che lentamente viene meno e perdipiù di  essere pagati meno che in qualsiasi altro giornale, e a singhiozzo, a  volte aspettando il salario per mesi. Affidarsi per anni agli introiti  del marito, della moglie, dei genitori, a un altro lavoretto è facile da  dire, non facile da vivere.

 

Io insisto perché nel chiedere  solidarietà facciamo anche un esame di noi stessi. O pensiamo che la  storia sia finita e che “io speriamo che me la cavo” sia divenato il  solo slogan veramente popolare?

www.ilmanifesto.it

Terra Santa Libera

Il folle progetto sionista si realizzerá con la pulizia etnica locale e la ricostruzione del tempio sul Monte Moriah

noisuXeroi

loading a new life ... please wait .. loading...

#OgniBambinaSonoIo

dalla parte delle bambine

unaeccezione

... avessi più tempo sbaglierei con più calma.

esorcista di farfalle

Se i tempi non chiedono la tua parte migliore inventa altri tempi. (Baolian, libro II, vv. 16-17)

lafilosofiAmaschiA

filosofia d'altro genere per la scuola

S P A C E P R E S S. I N F O

Il Blog libero da condizionamenti politici. Visitatori oltre: 357.200

donnemigranti

"dall’Africa ‘o Mediterraneo st’anema nun se ferma maje.."

non lo faccio più

un luogo dove raccontare di violenza, di relazioni, di paure e d'amore.

I tacchi a spillo

quello che sogno

femminile plurale

"Le persone istupidiscono all'ingrosso, e rinsaviscono al dettaglio" (W. Szymborska)

Al di là del Buco

Verso la fine della guerra fredda (e pure calda) tra i sessi

Michele (Caliban)

Perfidissimo Me

Abner Rossi Blog Ufficiale

Teatro, Poesia, Spettacoli

ACCENDI LA VITA

Pensieri, parole and every day life

uova di gatto

di libri, gatti e altre storie

BLOG.ANDREA LIBERATI

"compongo e rappresento storie" | INFORMAZIONI E POST

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: