Archive for 15 aprile 2012


La ricostruzione.

Ma dentro le carte c’è la verità storica sulla strategia della tensione

(Carlo Lucarelli).

15/04/2012 di triskel182

Per Piazza della Loggia come per Piazza Fontana non ci sono responsabili eppure i documenti processuali raccontano protagonisti e dinamiche di quanto accaduto in Italia in quegli anni e i piani segreti per stabilizzare terrorizzando. Ancora una volta, per la strage di piazza della Loggia di Brescia non ci sono colpevoli, anche se per questo genere di processi bisogna aspettare le motivazioni della sentenza perché i procedimenti relativi alle stragi italiane e ai misteri della nostra Repubblica svolgono due tipi di funzioni: la prima, certamente, è quella di individuare e sanzionare i responsabili degli avvenimenti ma la seconda è quella di mettere in fila i fatti per ricostruire una verità, almeno giudiziaria, della storia. Una funzione storica che al tempo stesso è anche etica, morale e politica. Prendiamo la sentenza per Piazza Fontana: nessuno è finito in carcere e tutti gli imputati sono stati assolti, ma questo non significa che sulla strage consumata a Milano il 12 dicembre del 1969 non ci sia alcuna verità. Le motivazioni di quella sentenza riportano delle verità stabilite: sappiamo che ad organizzare la strage è stato il movimento neofascista di Ordine Nuovo nella cornice di quella che è stata definita la strategia della tensione, sappiamo che sono stati Giovanni Ventura e Franco Freda che però non si possono più processare e sappiamo anche che i servizi segreti stranieri ne furono informati dopo l’attentato mentre quelli italiani si adoperarono per coprire i responsabili e depistare le indagini. Tutte verità, scritte nelle motivazioni della sentenza, che danno un giudizio politico, morale e storico su quanto avvenuto pur non riuscendo a portare alla condanna di nessuno. Questo accade anche perché da Portella della Ginestra fino alle stragi che hanno accompagnato la storia dell’Italia repubblicana ci sono state mani molto abili a nascondere la verità, mani che appartenevano allo Stato. È evidente che questi depistaggi “interni” messi in atto contro chi faticosamente ha cercato di rimettere insieme i pezzi della verità hanno reso molto più complicato il lavoro degli inquirenti, che hanno dovuto fare i conti anche con il tempo trascorso. Tutti i procedimenti sulle stragi, infatti, hanno portato alla sbarra i presunti responsabili soltanto a distanza di decenni, con processi basati il più delle volte su poche prove e ancor meno testimoni. Ma è un lavoro che comunque va portato avanti per l’importanza che riveste anche nella ricostruzione della memoria dell’Italia di quegli anni. Un Paese in cui le stragi hanno sempre segnato un momento di passaggio quando non addirittura di stabilizzazione di un nuovo stato di fatto. Una forma di rivoluzione gattopardiana: deve cambiare tutto perché nulla cambi davvero. E allora qualche manovalanza criminale viene fatta fuori perché la “dirigenza” possa accordarsi con le nuove leve criminali e tutto resti uguale a parte alcuni dei protagonisti. Piazza Della Loggia arriva alla fine della strategia della tensione che parte con Piazza Fontana e il cui fine era quello di terrorizzare per stabilizzare utilizzando certe forze politiche e criminali con l’illusione di un golpe. La bomba di Brescia, si è detto, è uno degli ultimi episodi di questa strategia e gli autori, secondo la ricostruzione storica, avevano l’obiettivo da una parte di fermare le riforme allarmando l’elettorato della Democrazia Cristiana col pericolo comunista rappresentato dall’avanzata del Pci, dall’altra di liberarsi di una certa manovalanza neofascista tirandola dentro l’organizzazione dell’attentato. E su queste vicende la ricostruzione giudiziaria rappresenta una base fondamentale per il lavoro degli storici che hanno indagato sul ruolo e sulle connessioni fra servizi segreti, organizzazioni di estrema destra e criminalità organizzata anche e soprattutto nel tentativo di fare chiarezza e spazzare via alcuni luoghi comuni. Per molti anni, infatti, in Italia si è ragionato nell’ottica di una contrapposizione fra lo Stato e un supposto “anti-Stato”, intesi come blocchi totalitari e tra loro omogenei. Si parla ad esempio dei servizi segreti da piazza Fontana in avanti come se fossero sempre gli stessi mentre al loro interno hanno visto correnti diverse, come quelle che facevano capo al generale Maletti o al generale Miceli, fenomeni diversi che prendono le mosse da idee, per quanto funzionali e strumentali, molto differenti fra loro facendo riferimento a cordate politiche completamente diverse. Lo stesso si può dire ad esempio di partiti politici come la Democrazia Cristiana, o fatte le dovute differenze della loggia massonica P2, o – fatte ancora le dovute differenze di Cosa nostra o della Cia o dei servizi inglesi che sono stati così attivi sul territorio italiano dalla seconda guerra mondiale in poi. La Cia di Kissinger o di Nixon agiva attraverso pesanti ingerenze sulla vita interna degli stati, basti pensare al Vietnam o all’Italia stessa, diversa invece era l’idea che muoveva la Cia ai tempi di Jimmy Carter. È comunque indubbio che ci siano state persone che facevano parte dello Stato e delle istituzioni che si sono adoperate per la pianificazione e la prosecuzione di una strategia “politica” condotta attraverso il terrore e la violenza per cambiare tutto in modo che nulla cambiasse. È in questi passaggi di testimone, in questi momenti di transizione e cambio di linea che spesso si sono aperti quei piccoli “buchi” che hanno permesso alla magistratura e agli inquirenti di infilarsi nelle pieghe delle ricostruzioni ufficiali e scavare alla ricerca di una verità, tanto storica quanto processuale. Sentenze come questa di Piazza della Loggia non devono comunque mai essere pietre tombali sull’argomento ma aprire un dibattito storico e politico sui fatti accertati che continui al di là dell’esito giudiziario e dell’accertamento delle responsabilità. È un obbligo che si deve ai tanti innocenti uccisi o feriti, ai loro parenti e ad un intero paese che ha pagato sulla propria pelle l’esito delle stragi.

Da L’Unità del 15/04/2012.

Veri uomini MALTRATTANTI

L’esperienza pilota del Cam, un centro di ascolto per chi si scopre violento nei confronti della propria compagna e vuole cambiare. Per la prima volta Claudio, Sergio Antonio e gli altri, tutti italiani, pacati e gentili, raccontano quello che è anche un loro dramma

«Tutto è iniziato dopo il matrimonio, piccoli episodi violenti sempre più frequenti, anche quando lei era incinta. Sono robusto, se avessi voluto farle davvero del male l’avrei fatto in una volta sola invece non le ho mai rotto nulla. Ogni volta che alzavo la mano o anche solo la voce lei tremava, mi temeva. Anch’io non stavo bene per questi eccessi di rabbia. Quando le ho sferrato un calcio ho capito che non poteva più andare avanti così. Mi sentivo in colpa, non tolleravo più questa situazione». A parlare è Claudio (i nomi sono di fantasia), poco più di quarant’anni, che da settembre 2010 ogni giovedì per due ore frequenta a Firenze il Cam, Centro di Ascolto Uomini Maltrattanti, progetto pilota in Italia che segue e si occupa di chi agisce violenza sulle donne, molto spesso i compagni. La presa in carico degli uomini violenti fra le mura domestiche è una pratica comune nei paesi del nord Europa, l’Italia rappresenta un fanalino di coda dopo i paesi dell’ex Unione Sovietica e dell’America latina già attivi da tempo. Insieme a Claudio una decina di uomini, di cui un paio entrati nel gruppo da poche settimane e cinque in valutazione, tutti italiani, pacati e gentili, che nulla fanno trapelare della loro drammatica situazione domestica. Ognuno di loro ha esercitato o esercita una qualche forma di violenza sulla propria compagna: fisica, sessuale, psicologica, economica. Dai loro racconti emergono storie di ordinaria violenza, un fenomeno trasversale per estrazione sociale, età, professione. Centoventi contatti e un invito Il Cam nasce nel 2009 da una costola del centro antiviolenza cittadino Artemisia insieme all’Asl 10 e finanziato del Cesvot (servizi per il volontariato della regione Toscana). Finora il centro ha ricevuto centoventi contatti da parte di uomini violenti, compagne, familiari, e servizi. Per accedervi e frequentare gratuitamente le sedute di gruppo, per un percorso della durata media di un anno, bisogna prima sostenere alcuni colloqui individuali. La condizione necessaria è autorizzare il centro a contattare la partner vittima per informarla della decisione del compagno e, nel caso si sospettasse una situazione di pericolosità, invitarla a rivolgersi a centri antiviolenza per la sua protezione. Da una ricerca, condotta dalle volontarie della Casa delle donne per non subire violenza di Bologna, emerge che nel 2011 in Italia sono state uccise 120 donne, 127 nel 2010, finora il dato più alto registrato dal 2005, seppure sia ritenuto sottostimato. Il 6,7% in più del 2009. Il 78% di loro sono italiane e nel 79% dei casi sono state uccise da uomini italiani. Di questi il 22% sono mariti, il 9% compagni o conviventi, il 23% ex. Antonio, che ha esercitato sulla ex moglie una forma di violenza psicologica, pensa che «forse è più facile capire di aver sbagliato dopo aver preso a botte la compagna, un gesto estremo, ma anche più facile da riconoscere rispetto ad una violenza subdola, sottile, continuativa» e confessa: «Ora ho il coraggio di affrontare fantasmi personali, scavare in cose che mi facevano stare male, è come rimestare nella melma. Ho la sensazione di avere una copertura di cemento sul nocciolo di un reattore. A volte sento di avere un’aggressività e un istinto omicida. Finora ho evitato di guardarlo in faccia, ma era il momento giusto per affrontare una mia predisposizione». Paolo ha al suo attivo due episodi in dodici anni: «Avevo bevuto e l’ho presa per il collo, l’ultima volta si è salvata perché mi ha morso», racconta. Per Sergio la gravità, oltre alla pericolosità e al male che si fa agli altri «sta in quello che senti per te stesso, il fastidio a non riconoscerti più allo specchio. A scatenare la violenza è stata una vita sconvolta nell’arco di una notte per colpa di un dissesto finanziario che ha innescato una dinamica pericolosa». Il gruppo è seguito dallo psichiatra del servizio sanitario Andrea Cicogni e dalla psicologa e presidente del Cam Alessandra Pauncz, che ha studiato a Boston l’attività del centro Emerge nato negli anni ’70 e il lavoro del norvegese Alternative till vold (Alternativa alla violenza). Entrambi sono convinti dell’opportunità di occuparsi dei violenti «perché la strategia punitiva del carcere da sola non può bastare. Inoltre non tutti i maltrattamenti finiscono in tribunale, come nel caso degli uomini attualmente seguiti dal Cam che non hanno denunce a loro carico». I dottori non dimenticano però che «è chiarissimo che chi subisce e chi commette violenza non sono sullo stesso piano, la responsabilità di chi agisce violenza è solo sua». La Pauncz aggiunge: «È altrettanto necessaria una legge di finanziamento per i centri antiviolenza, non ha senso attivare un servizio per i maltrattanti se manca un luogo per la protezione delle vittime. Le donne tendono a non denunciare il compagno, forse se sapessero che alla denuncia seguirebbe l’obbligo di un programma di trattamento sarebbero spinte a farlo. Le vittime non vogliono che i partner violenti vadano in carcere, ma che cambino». E continua: «Lavoriamo con uomini poco abituati a riconoscere le proprie emozioni, che tendono a canalizzare tutto nella rabbia. Il modello sociale maschile dominante non prevede emozioni e fragilità, ma è accettabile la rabbia che si traduce in violenza contro l’altro. È come se questi uomini avessero il libretto delle istruzioni sbagliato per le relazioni affettive. Per ognuno di loro il primo impatto con il gruppo è di stupore nel constatare che sono normali. Alcuni sono spaventati, temono di trovarsi di fronte a uomini violenti». «Fare un lavoro sul maltrattante – prosegue Cicogni – ha una grande utilità perché l’uomo, con molta probabilità, agirà violenza anche nella relazione successiva, si tratta spesso di seriali che ricercano una compagna da maltrattare». Il luogo meno sicuro per una donna Il fenomeno della violenza domestica è grave e sottostimato: «Ogni tre giorni una donna viene uccisa dal proprio partner – incalza Cicogni -, statisticamente il luogo meno sicuro per una donna è la casa, la famiglia. L’emergenza vera si consuma fra le proprie mura». Le sedute hanno fornito agli uomini alcuni strumenti per controllare le emozioni e capire il rischio di eccessi di rabbia capaci di portarli a reazioni manesche. Claudio ha notato dei cambiamenti, però dice: «Non mi ritengo soddisfatto. Anche se gli episodi violenti sono cessati ci sono ancora atteggiamenti ostili. In questi casi cerco di seguire il metodo del time-out, ovvero defilarmi quando c’è tensione, ma ho ancora tanta strada da fare. Caratterialmente sono aggressivo, violento, ma cerco di controllarmi, capisco quando sono a rischio». Per Paolo il Cam è una tappa di un percorso iniziato anni fa dopo essere entrato nell’alcolisti anonimi. Solo Claudio ricorda un episodio pregresso: «È capitato che abbia dato uno schiaffo a una mia compagna, ma escluso quello, non ho mai messo le mani addosso nemmeno su un uomo, se non per difendermi, su una donna nella maniera più assoluta. Con mia moglie si è scatenata l’ira che avevo accumulato negli anni. Spesso abbiamo discussioni molto conflittuali, fa affermazioni che scatenano in me una violenza e una rabbia pericolose». Quando questi uomini hanno picchiato le loro compagne i sentimenti che nutrivano per loro sembravano svaniti: «È una reazione irrazionale, rabbiosa. In quel momento c’è solo dolore per ciò che lei mi dice, devo fare giustizia a un torto subito, mi ritengo una vittima. Se si pensasse di amare la persona a cui si sta facendo del male il braccio si fermerebbe» dice Sergio. Claudio rincara la dose: «In quei momenti odio, ma ho ben chiaro quello che succede nella mia mente. Quando le ho messo la mano intorno al collo la odiavo, ma non a tal punto da sopprimerla. Mi sono fermato, ho sentito le mani allentare la presa. In qualche modo è stato un gesto d’amore, se la mia mente fosse andata oltre avrei fatto l’irreparabile. Sarebbe bastata una volta sola, come quando le ho dato un calcio e l’ho frenato. Se ci avessi messo tutta la forza le avrei staccato la testa. Tutti gli episodi estremamente violenti che ho commesso sono stati misurati. Mi sono trattenuto, si è trattato di uno sfogo circoscritto in cui avevo ancora un minimo di barlume. Non mi ritengo una persona violenta, forse aggressiva, ma non violenta». Da alcuni mesi a Rovereto, Bolzano, Torino, Bergamo e Modena sono stati attivati servizi analoghi, ispirati all’esempio e alla pratica indicata dal Cam di Firenze. Nella città emiliana il centro sarà interamente gestito dentro ai servizi ed erogato dagli stessi psicologi che svolgono attività nel consultorio della Asl. A Milano, Ferrara e Genova ci sono alcuni referenti a cui rivolgersi. La Pauncz però si augura che presto i centri possano chiudere per mancanza di utenza, questo significherebbe aver ottenuto un grande risultato e un’inversione di tendenza della cultura machista ancora troppo spesso terreno fertile per esercitare violenze. Per i maltrattanti invece l’obiettivo da perseguire è interrompere ogni forma di violenza sulle compagne. Antonio, Sergio, e gli altri ci stanno provando.

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