Archive for 19 aprile 2012


La nuova lotta di classe dei ricchi contro i poveri. Intervista a Luciano Gallino


colloquio con Luciano Gallino di Matteo Pucciarelli
Il povero ragioniere Ugo Fantozzi, reduce da una delusione amorosa in ufficio, prese in mano le “letture maledette” del compagno Folagra, il rivoluzionario con la barba lunga e la sciarpa rossa emarginato da tutti. Mesi di studio, e all’improvviso, curvo sui libri accatastati in salotto, sbatté il pugno sul tavolo: «Ma allora mi han sempre preso per il culo!». Quasi come una rivelazione divina: Fantozzi aveva capito tutto.
Ecco, la lettura dell’ultimo lavoro di Luciano Gallino “La lotta di classe dopo la lotta di classe” (intervista a cura di Paola Borgna, editori Laterza) può sortire lo stesso effetto. Anche in un pubblico colto, sobrio e moderatamente di sinistra. Perché smonta uno a uno i dogmi dell’idea, anzi dell’ideologia moderna liberista, così trasversale, così apparentemente intangibile, come se non ci fossero altri schemi possibili all’infuori. E Gallino lo fa mettendo in fila dati, studi, e non opinioni. Senza facili populismi, senza scorciatoie preconfezionate. Spiegando che la lotta di classe esiste, eccome. Solo che si è ribaltata: è il turbo capitalismo che ha ingranato la quarta contro le conquiste dei movimenti operai ottenute fino agli anni ’70.  E i lavoratori sono sempre più divisi al loro interno, impegnati in un’altra lotta, quella tra poveri.
Un testo imprescindibile per capire dove stiamo andando, e seguendo quali (folli) logiche. Un testo che a sinistra dovrebbe – o potrebbe, chissà – diventare una sorta di bibbia laica. Era un’ottima occasione per parlarne direttamente col professore e sociologo piemontese.
Partendo dal tema del momento: dopo aver letto il libro sembra di capire che l’attacco all’articolo 18, ma anche semplici frasi come quella di Monti «le aziende non assumono perché non possono licenziare», siano in realtà parte di un disegno ben preciso: quella lotta di classe alla rovescia di cui parla nel libro. È così?
«Direi di sì. Si tratta di idee che circolano da decenni, che fanno parte della controffensiva iniziata a fine anni ’70 per superare le conquiste che i lavoratori avevano ottenuto a caro prezzo dalla fine della guerra. Riproposte oggi sembrano sempre più idee ricevute, piuttosto che analisi attinenti alla realtà. Dottrine neoliberiste imposte adesso con la forza, combattendo i sindacati, comprimendo i salari e tagliando le spese sociali». Lei scrive: «La correlazione tra la flessibilità del lavoro – che tradotto significa libertà di licenziamento e insieme uso esteso di contratti di breve durata – e la creazione di posti di lavoro non è mai stata provata, se si guarda all’evidenza accumulatasi con i dati disponibili». Qui da mesi e mesi alla tv ci riempiono la testa col “modello danese”, poi quello tedesco… Ci fu la riforma Treu nel ’96, poi quella Biagi, e ancora non sembra bastare. Allora forse la Cgil non dovrebbe firmare la riforma, anche se la clausola del reintegro venisse reintrodotta, perché è tutto l’impianto ad essere sbagliato… «La Cgil è in una situazione molto difficile. Anche perché gran parte degli altri sindacati e dei media sono favorevoli a questa visione neoliberale. L’Ocse non è mai riuscita a provare l’esistenza di una correlazione tra flessibilità e maggiori posti di lavoro, e in alcune sue pubblicazioni arriva perfino ad ammetterlo. E anzi, c’è un aspetto paradossale: usando gli stessi indici dell’Ocse, si scopre che ad aumentare dovrebbe essere la rigidità, semmai. Perché dopo la riforma del 2003, che ha aumentato la cosiddetta flessibilità in Italia e che la rende superiore ad altri paesi come Francia, Germania e Inghilterra, i nostri indici occupazionali sono peggiorati».
La sinistra sembra giocare sempre in difesa. Passa per conservatrice. Che poi in effetti è vero, perché difende diritti acquisiti. Eppure il messaggio non passa, e se passa lo fa negativamente. “La vecchia sinistra, anti-moderna”. Il progresso sembra appannaggio di chi professa lo smantellamento del modello sociale. C’è un problema di comunicazione? Perché la sinistra ha così tante difficoltà a farsi capire da chi dovrebbe difendere? «C’è un problema non grosso come una casa, ma come un grattacielo. Se a sinistra non c’è un partito di grande dimensioni che non difende il “Lavoro” significa che siamo davvero malmessi e che l’impresa diventa ancor più ardua. E poi la sinistra ha contro la maggior parte dei media e della classe politica, anche quella della “sinistra” stessa. Perché sono state introiettate quelle dottrine neoliberiste di cui prima. La lotta ideologica contro i sindacati per adesso ha vinto, culturalmente in primis. Basta vedere il calo degli iscritti al sindacato nei Paesi sviluppati. E questo ha inciso anche sulla partecipazione dei cittadini alla vita politica».
Verrebbe da dire che la fine delle ideologie è una grande bugia. Perché una è sicuramente rimasta, viva e vegeta…. «La fine delle ideologia è una delle più robuste e articolate ideologie in circolazione. È servita ad assicurare il dominio delle politiche economiche neoliberali, e anche la legittimazione di quelle politiche sul piano culturale e ideale. Gli slogan gli conosciamo bene: “ridurre la spesa pubblica”, “tagliare le imposte alle imprese e agli individui”, “occorre più flessibilità”, “meglio il lavoro temporaneo”, “il mercato deve guidare ogni immaginabile decisione, anche a livello locale”. Tutto questo ha avuto la meglio, anche nella cultura di una parte della sinistra. Conta poco che queste ricette siano sistematicamente sconfessate dalla realtà» È interessante come il modello neoliberista abbia copiato da Gramsci la propria tendenza egemonica culturale. Lei lo ripete spesso. E poi spiega, e lo ha detto anche prima, come un pezzo di sinistra ne sia stata sedotta. Aggiungerei che alla sinistra hanno copiato anche l’internazionalismo, cioè la capacità di fare “gioco di squadra” a livello planetario. Come si fa a invertire la tendenza? Come si fa a imporre nuovamente una visione alternativa della società? «È estremamente difficile. L’egemonia attuale è vincente sia sul piano della pratica, come lo vediamo ogni giorno, sia sul piano morale e culturale. L’austerità sta tagliando l’insieme delle condizioni di vita di milioni di persone, seminando recessione. E qui nasce un altro pericolo, cioè che politiche di questo genere fomentino l’estrema destra che urla contro la finanza, ma in modo assolutamente strumentale».
Il primo a parlare di “austerità” fu Enrico Berlinguer. Qualcuno, sempre a sinistra, ha ritirato fuori la cosa. «Sì, ma erano altri tempi, altre situazioni, e quella parola usata dal segretario del Pci voleva dire un’altra cosa. Ora significa tagliare salari, posti di lavoro, spesa sociale e diritti. Allora era una critica al consumo. La crisi è nata anche per delle storture del modello produttivo. Non si può pensare di continuare a produrre sempre di più, all’infinito. Il progresso non consiste nell’avere cinque telefoni e tre automobili a famiglia, ma ha a che vedere con la qualità della vita, del tempo libero, del lavoro…»
Negli anni Settanta i giovani gridavano lo slogan “Lavorare meno, lavorare tutti”. A un certo punto lei parla dei sindacati, e fa una critica a livello non solo europeo, ma mondiale: «Non si è sentito nessun sindacato, o gruppo di sindacati, europeo o americano, alzare la voce per dire che era inaudito che il salario orario minimo in Cina fosse di 75 centesimi di dollaro; e che è scandaloso che aziende europee e americane protestino perché quell’innalzamento da 65 a 75 centesimi non permette più loro di operare con profitto…». È sicuramente vero. Ma perché accade? Si è persa la solidarietà di classe? L’egoismo, l’interesse particolare, ha contagiato anche il sindacato? È questa l’ennesima vittoria del pensiero dominante? «I sindacati hanno delle giustificazioni. La frammentazione delle attività produttive ha complicato l’attività sindacale. Un conto è avere un megafono per parlare a cinquemila operai tutti insieme, un conto è andarli a cercare in cinquanta fabbriche diverse con cento operai ciascuno. Però sì, a livello internazionale si è fatto poco. La necessità, adesso, è esportare diritti».
Il governo tecnico, anzi i governi tecnici in Europa, sono in realtà governi di destra. Lo chiarisce molto bene. Com’è possibile che il Pd lo sostenga e ne subisca il fascino anche per il futuro? Sembra un cerchio che si chiude. La dimostrazione che la sua analisi sul pensiero dominante è corretta. «Concorrono diversi fattori. Un po’ perché la dottrina neoliberale, come dicevamo, ha fatto presa anche a sinistra. Poi c’è il timore di apparire agganciati a una storia di “vecchie ideologie”. C’è una questione di competenza: si è capito ben poco di perché è nata la crisi, sul come si è sviluppata, per colpa di chi o di cosa. E infine c’è un fattore di convenienza: l’Italia è in Europa, e in Europa si gioca con le regole del liberismo. Così qualcuno avrà pensato di far mettere la faccia ai “tecnici” rispetto alla richieste dolorose che Bruxelles richiedeva. Diciamo che può essere stato un grigio calcolo elettorale».
Lei cosa ne pensa dei No Debito? È possibile rifiutarsi di pagare? «Il movimento non tiene conto dell’esistenza della Bce, che però non opera come una normale banca centrale: non può concedere prestiti, magari a basso tasso di interesse, agli stati membri o ad altre istituzioni. Questo perché il trattato di Maastricht lo proibisce. Abbiamo rinunciato alla sovranità monetaria entrando nella Ue, e quindi ci ritroviamo con una moneta straniera. Ecco, visto questo, non pagare il debito è impossibile. L’istanza è però moralmente valida, specie se si pensa alla dissennatezza del sistema finanziario, al fatto che i Paesi hanno speso 4,1 trilioni di euro per salvare le banche aumentando il proprio debito. Ma bisognerebbe chiedere subito una riforma del sistema finanziario. Sono stati fulminei a fare la riforma delle pensioni, a imporre diktat da occupazione militare alla Grecia, eppure da anni giace in un cassetto da anni una riforma di questo tipo. Per la quale dovremmo davvero batterci». L’analisi del suo libro potrebbe diventare fondamentale per ridare fiato alla sinistra. Ho letto il “Manifesto per un soggetto politico nuovo“, e mi sembra che il gruppo di intellettuali che l’ha redatto e firmato, tra cui lei, vada in quella direzione. Che reazioni ha avuto da parte dei partiti d’area? «Ho l’impressione che siamo intorno a zero. Ma vorrei dire che non si tratta di buttare via i partiti, quanto di rinnovarli, saldando il ponte tra movimenti e organizzazioni politiche. Se i movimenti continuano a vedere i partiti come vecchie carrozze, e se i partiti vedono i movimenti come allegri ma inutili catalizzatori per le manifestazioni, il futuro non sarà certamente roseo». Chiudo con una battuta. In chiusura lei scrive: «Con la caduta del socialismo reale è stato seppellito anche quel frammento di verità essenziale su cui era stata malaccortamente e colpevolmente innalzata la torreggiante megamacchina sociale che pretendeva di rappresentarlo. Quel frammento, che dopotutto sta alla base del movimento operaio da quando è cominciato, fin dall’inizio dell’Ottocento, era la ragione stessa della storia, o meglio la ragione che conferisce un senso alla storia. Era giusto che la torre cadesse, ma, cadendo, la torre ha sepolto tra le sue macerie anche quell’ultimo frammento che rappresentava la speranza di un rinnovamento della società intera. E questa è stata una perdita enorme». Lo sa che le daranno dello stalinista? «È possibile e la cosa mi diverte anche. Perché cito dati ufficiali, molto spesso, del Congresso americano. Tutto questa significa che tra la realtà oggettiva delle cose e l’interpretazione che se ne dà c’è una distanza siderale. E ciò non depone certo a favore della maturità politica della nostra classe dirigente».
(4 aprile 2012)

Luciano Gallino intervistato da Loredana Lipperini per “Fahrenheit” Radio3Rai

http://youtu.be/0KVqoLeNXHo

La Calabria che non sorride!

Sul sessismo nel nostro paese ne abbiamo discusso parecchio ma non è mai abbastanza. Accade che in Calabria, proprio in quella regione dove pochi giorni fa si è tolta la vita Lucia, una ragazza laureata in ingegneria perchè non trovava lavoro, la Regione anzichè dare modelli migliori alle giovani donne spende 60mila euro per eleggere Elisabetta Gregoraci come simbolo della Calabria (e ovviamente ben pagata), un vero sberleffo verso la povera ragazza che si è uccisa perchè per lei non c’era alcuna opportunità lavorativa ma non voleva lasciare la sua terra, sbandierare il modello steroetipato della donna vincente solo se bella, se mamma e moglie mantenuta di un miliardario, strapagare starlette e spendere soldi per spot simili anzichè investirli per aiutare i precari.

Ancora peggio è il claim “la calabria che sorride” con il volto rassicurante di Lady Bratore (un nome e una garanzia), c’è poco da sorridere! direi che chi ha promosso l’iniziativa l’ha fatta proprio fuori dal vaso.

Non sono qui per giudicare le scelte della Gregoraci ma io sono d’accordo con la Cgil che si è indignata per questo, perchè in Calabria ci sono parecchie giovani donne che chiedono alla regione di poter lavorare, donne con meriti che non hanno alcun riconoscimento dalla società perchè un paio di tette e un buon matrimonio sono requisiti che in Italia valgono più di una laurea da 110 e lode.

E per di più come se non bastasse, Libero, paladino protettore del bunga bunga, ci fa su un articolo accusando le donne della Cgil di essere invidiose perchè non hanno la fortuna di essere belle come la Gregoraci.

Abbiamo denunciato parecchie volte sopratutto il sessismo sui mezzi di comunicazione mainstream, e il fatto che malgrado Berlusconi sia caduto siamo ancora in pieno “velinismo”, tra quelli che continuano a portare avanti modelli antifemministi, portatori di energia negativa, gli imbonitori che indotrinano le ragazzine al messaggio “Sii bella e ben maritata o stai zitta”  e gli altri che continuano ad aggredire quelle donne e associazioni che si fanno portavoce di modelli positivi e difendono una categoria di lavoratrici che in Italia non hanno alcun futuro perchè ancora forti sono i pregiudizi per le donne che vivono in questo Paese.

Quindi, sei brutta, allora non hai diritto non solo di avere posto nella società ma nemmeno di prendere parola.

Ancor di più ce l’ho contro la Regione Calabria, perchè non hai pensato minimamente che potevate essere meglio rappresentati da una donna laureata o da una lavoratrice precaria o meglio disoccupata dal momento che in Calabria la disoccupazione femminile è tra le più alte d’Italia?

Magari qualsiasi donna che si alzava in piedi  per chiedervi di fare di più per le lavoratrici precarie e disoccupate per evitare non solo la fuga dei cervelli ma anche che giovani donne (ma anche uomini) si tolgano la vita ormai ogni giorno perchè non trovano un lavoro che possa soddisfare gli anni di studio spesi.

Davvero vogliamo ancora credere che questo è un Paese incivile se non solo la Calabria dimentica le donne calabresi ma i giornali mainstream invitano alle donne che prendono posizione indignate a non esistere perchè non sono piacevoli allo sguardo maschile.

E’ davvero troppo chiedere alla Calabria di ricordare Lucia come simbolo di una regione che da poche speranze e iniziare a dare più opportunità alle giovani donne (e ai giovani in generale)?

Lucia è morta perchè senza raccomandazioni in gran parte d’Italia non puoi nemmeno lavorare e mi sembra veramente uno schiaffo morale eleggere Elisabetta Gregoraci testimonial di uno spot istituzionale eletta a simbolo della Regione , poichè si tratta di starletta quasi sconosciuta, senza meriti solo perchè bella e sopratutto perchè è sposata con un personaggio famoso. Un’ offesa verso le donne calabresi che si laureano, che si diplomano e che vorrebbero far carriera perchè rifiutano quel modello maschilista.

Con questo gesto la Regione Calabria ha dimenticato Lucia e tutte le donne vittime della crisi.

Mary

http://ilquotidianodellacalabria.it/news/il-quotidiano-della-calabria/349994/-Lucia-voleva-solo-vivere–nella-sua-Calabria-.html

http://www.infooggi.it/articolo/lucia-voleva-solo-vivere-nella-sua-calabria-il-dramma-e-i-sensi-di-colpa-della-madre/26803/

http://comunicazionedigenere.wordpress.com/2012/04/19/21091/

La spilla sessista e le lavoratrici trattate come oggetti

 

Siamo in tempi di crisi e il lavoro è sempre meno sopratutto per le donne che oltre alle conseguenze della crisi devono subire una serie di discriminazioni che vanno da quelle del reddito a quelle a sfondo sessuale, sempre in aumento nel nostro Paese stando ai dati ma anche ai fatti.

Alla Rinascente di Firenze le commesse vengono obbligate a indossare una spilla con su scritto “averla è facile chiedimi come” e tvtb ( ti voglio troppo bene), paragonando la commessa alla fidelity card e obbligate ad indossare tacchi alti e vestiti succinti attirando commenti sessisti da parte dei consumatori che appunto sono stati la causa che hanno scatenato la polemica e facendo notare che i doppi sensi del badge incriminato.

E’ una questione culturale in Italia, la tendenza di vedere le donne come oggetti a causa del modello che si è andato a formare nell’opinione pubblica a metà degli anni ’90 e la diffusione della tv commerciale e quella triste e becera rappresentazione stereotipata della donne che la maggioranza delle emtitenti italiane continua a trasmettere, perchè  qui sono sempre e solo le donne a dover indossare abiti succinti e scomodi, essere belle e quasi nude per attrarre il cliente maschio che nel nostro paese deve corrispondere ai canoni del macho sessualmente arrapato, che molto spesso convivendo affianco ad un modello femminile culturalmente educato ad essere “quasi asessuato” si rivela molesto e fastidioso, permettendosi di trattare le donne come oggetti  a sua disposizione solo per il proprio piacere, poichè culturalmente il piacere sessuale è diritto solo maschile.

Dobbiamo ogni giorno lottare contro la crisi come in tutto il mondo, ma nel nostro Paese dobbiamo anche avere a che fare con la discriminazione delle donne che cresce ancora di più perchè  in un momento di crisi le lavoratrici sono talmente indebolite che non possono protestare per non trovarsi senza lavoro ed è per questo motivo che aumentano le molestie sessuali sul lavoro e iniziative che espongono le dipendenti come fossero merce in vendita.

Lasciamo perdere chi fa del proprio corpo un business, le modelle, lapdancer, le ultime bariste sexy che hanno fatto impazzire i giornali, le escort che guadagnano parecchi soldi eccetera, ma chi non gradisce di essere trattata come un oggetto merita rispetto perchè in caso contrario si tratta di molestia sessuale. E’ preoccupante il fatto che in Italia posti di lavoro normalissimi si trasformano in case di appuntamenti dove alla lavoratrice ignara le si chiede disponibilità sessuale con tutti: datore di lavoro, clienti eccetera…a gratis per giunta, perchè lo stipendio resta sempre quello: precario.

Meno male che nessuno ha taciuto per questo gravissimo episodio e che ci sono state delle proteste. Anche da parte delle dipendenti, imbarazzate dagli sguardi e battute dei clienti. Il nostro Paese deve smetterla da una parte di lasciare a casa le donne e dall’altra di trattare quelle che vogliono lavorare come fossero delle prostitute perchè questo è un atto di inciviltà che nemmeno i paesi meno evoluti del nostro compierebbe.

Mary

http://comunicazionedigenere.wordpress.com

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