Archive for maggio, 2012


UMILIAZIONI

E poi, lentamente, molto lentamente, dimentichi le umiliazioni: persino quelle che sembravano indelebili sbiadiscono.

Li dimentichi tutti quanti.

Persino quelli che dicevi di amare, anche quelli che amavi veramente.

Sono gli ultimi a scomparire.

E una volta che hai scordato abbastanza, puoi amare qualcun altro.

Gabrielle Zevin

 

 

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31/05/2012 di triskel182

I RACCONTI DEGLI OPERAI: “NELLE AZIENDE ANCHE CARTELLI DI AVVERTIMENTO”. SOTTO LE LAMIERE TUTTI PRECARI.

Medolla (Modena) Vincenzina vuol bene alla fabbrica, canta in uno dei suoi pezzi formidabili Enzo Jannacci, quando smette i panni dello stralunato e folle. E di Vincenzine ce ne sono tante tra Mirandola, Medolla, Cavezzo e San Felice sul Panaro, borghi produttivi della Bassa modenese, il motore di una Emilia che fu rossa, ma è rimasta operaia. Ventiquattro ore dopo la scossa che ha sepolto i lavoratori, distrutto capannoni, viene da chiedersi perché fossero lì dentro a lavorare e non, come tante altre persone all’aperto, a preoccuparsi della loro pellaccia più che dei bilanci da fare, del premio produttivo da raggiungere, dello stipendio. Volontari in barba alle leggi della natura? Manco per idea. In molte aziende, quelle piccole, da dieci, quindici dipendenti, le richieste le ha fatte il direttore generale, il padrone direttamente, il ragioniere dell’amministrazione. “Noi siamo qui”, ha detto il piccolo imprenditore di turno via telefono ai suoi dipendenti. Un “noi siamo qui” che in molti casi ha suonato come “meglio che rientriate, perché se non lavoriamo oggi è un problema mio, domani un problema vostro”. Lo raccontano al Fatto Quotidiano non una, ma diverse persone. Tanti immigrati tunisini, ripresi anche in video. “Evitatemi di finire licenziato, proprio io che sono tornato a lavorare”, dice uno degli ospiti del campo allestito a Cavezzo. “Mi hanno costretto e sono rientrato”. Lo dice anche il marito di una donna che la mattina di lunedì 21 maggio è stata “gentilmente” invitata a rientrare. “E mia moglie è andata. Lavora in un’azienda del settore della meccanica da 20 anni. È tornata in ufficio. Si è salvata per miracolo, è stata l’ultima a uscire dalla porta d’emergenza. Il caso di mio zio – prosegue l’uomo – la dice ancor più lunga. Lo hanno chiamato i colleghi e spiegato che sul cancello della ditta c’era un cartello, che era meglio che passasse a leggerlo. Che cosa c’era scritto? Invito molto armonioso e gentile: c’è stato il terremoto, ma la vita continua. Chi vuole lavora, gli altri possono prendersi le ferie. Liberissimi di farlo”.

Ecco perché non c’era nessuno nelle case, ma c’erano molte persone a lavorare. Non è successo niente di diverso. Alla Haemotronic gli operai nella maggior parte dei casi sono assunti con contratto a tempo. In questo caso non c’è stata nessuna pressione per tornare, ma sotto le macerie sono morti i precari. L’azienda è un colosso della biomedica, i problemi non c’erano, ma avevano la certificazione per tornare al lavoro. Nessun rischio, nessun pericolo. Le pareti portanti hanno resistito, è il resto che è crollato. D’altronde avere l’agibilità, anche in casi di massima emergenza, è un gioco da ragazzi . Basta un ingegnere pagato dall’azienda che dice se è possibile rientrare. “Non potevamo prevedere un’altra scossa, non era prevista, eravamo convinti di poter lavorare”, dice uno dei soci della Haemotronic tra le lacrime, Mattia Ravizza. E nessuno mette in dubbio la sua parola. C’era anche lui lì, dentro, ha rischiato come gli altri. E non è un eroe.

Ma quei lavoratori erano dove non dovevano essere. Lo ha detto il procuratore della Repubblica di Modena, Vito Zincani. E ha fatto capire dove andrà a parare la sua inchiesta. Strutture, progetti, direzione dei lavori. Ma soprattutto dovrà farsi spiegare perché a Medolla gli operai erano in fabbrica mentre il paese era quasi completamente evacuato. Chi ha dato l’agibilità, chi l’ha firmata? E perché tante di quelle carrozzerie che coprono così potenti motori del secondo comparto mondiale per la biomedica, dietro solo a Memphis per produzione, si sono sciolte come panetti di burro.

Emiliano Liuzzi

Da Il Fatto Quotidiano del 31/05/2012.

ANIMA

 
 Alda Merini

Terremoto: “cancellate la parata militare e il viaggio del Papa a Milano”

Il manifesto 27.05.2012

DDL LAVORO

– Nota della segreteria: «Luci e ombre». E scoppia la polemica

Cgil, è scontro aperto

È polemica in Cgil dopo la pubblicazione sul sito dell’organizzazione di una nota della segreteria che, commentando il testo del disegno di legge sul mercato del lavoro, annota «diverse novità positive» pur a fronte di «alcuni peggioramenti». La segretaria di una delle categorie più ‘pesanti’ all’interno della confederazione, il pubblico impiego, a 24 ore dalla pubblicazione della nota ancora non ne sapeva nulla. Uno dei membri della segreteria, Nicola Nicolosi, accusa: «Questo comunicato non è stato discusso». Ma è soprattutto sul merito della nota che si appuntano le critiche dei segretari di importanti categorie. «Io vedo più ombre che luci, quello del governo è un testo deludente e pericoloso», commenta Mimmo Pantaleo che in Cgil guida la federazione dei lavoratori della conoscenza, «ci sono tagli pesanti ai diritti, nessun vero allargamento degli ammortizzatori sociali, un’accentuazione della precarietà e sull’articolo 18 è stata fatta una mediazione inaccettabile, che rende una chimera la possibilità del reintegro». Nella nota della segreteria vengono giudicate positivamente alcune misure: il compenso dei collaboratori a progetto che non può essere inferiore ai minimi salariali dei lavoratori subordinati e le «presunzioni di subordinazione» per il lavoro precario, cose che messe insieme, secondo il sindacato, «pongono le premesse normative per un’importante opera di pulizia del mercato del lavoro dalle forme elusive di ricorso al lavoro autonomo e insieme di tutela efficace dei redditi per le collaborazioni genuine». La Cgil annuncia l’intenzione di «presidiare» la discussione della legge sia al Senato che alla Camera perchè «si è ancora in presenza di un testo che necessita di importanti modifiche». Sei sono i punti su cui il sindacato avanza una richiesta di cambiamento: il nodo dei contratti a termine per i quali viene meno l’obbligo di causale; il lavoro intermittente; la stretta sulle partite Iva che esclude dalla «presunzione di subordinazione» chi guadagna 18 mila euro all’anno, ossia 700 euro al mese; l’universalizzazione degli ammortizzatori sociali; e la rimozione della retroattività del licenziamento in caso di esito negativo della procedura di conciliazione. Gianni Rinaldini, coordinatore dell’area di opposizione «la Cgil che vogliamo», definisce la nota «sconcertante e incredibile». «È l’impianto legislativo di Maroni del 2001, quello contro il quale la Cgil si è aspramente battuta, si riparte dal lavoro a termine senza causali e ritorna persino il lavoro a chiamata, senza nemmeno la chiamata perchè basta un sms». Tra l’altro, nota Rinaldini, le tipologie contrattuali precarie restano tutte, senza nessun allargamento degli ammortizzatori sociali, perchè il diritto all’Aspi si matura dopo 52 settimane di contributi: «Se questa è la posizione della Cgil, il sindacato sta avallando un’operazione che contiene tutti i nodi che nel passato erano stati contrastati, e non solo sull’articolo 18». «È il ritorno di una concezione neocorporativa», dice Nicola Nicolosi, membro della segreteria confederale. Nicolosi punta il dito soprattutto contro una delle ultime modifiche al testo che, in materia di appalti, abolisce di fatto «la responsabilità in solido» che grava sulla ditta appaltatrice qualora l’appaltante non rispetti leggi e diritti. «Hanno stabilito che sarà il contratto collettivo firmato da sindacati e imprese a definire le regole di controllo per le ditte che prendono appalti», spiega, «che vuol dire che quel che fino a oggi ha fatto la legge, dovranno farlo le parti sociali, siamo all’assurdo». Più cauta nei giudizi, ma in sintonia nella sostanza delle critiche, anche Rossana Dettori, segretaria dei pubblici della Cgil, vede più ombre che luci. «Bisogna mettere in campo inziative per cambiare il testo di legge, mettendo in conto, se nulla dovesse cambiare in Aula, anche lo sciopero generale». Anche Mimmo Pantaleo converge sulla necessità di una mobilitazione generale. Per il momento dentro l’organizzazione si aspetta la manifestazione proclamata insieme a Cisl e Uil del 2 giugno, «un momento importante» convergono tutti i segretari di categoria interpellati, ma dopo il 2, senza migliorìe al testo, la pressione per una mobilitazione generale salirà. E in testa ci sarà la Fiom, reduce dall’assemblea fiorentina che al centro aveva proprio la difesa dei diritti del lavoro messi in discussione dalla legge del governo.
Sara Farolfi 

SINDACATO

Serve «un’altra unità» che rompe le barriere

 Centinaia di delegati in assemblea Rete28Aprile della Cgil e sindacati di base: «Scioperi e presìdi già l’8 e il 9 giugno»

Quale sindacato, da qui in poi? Le sofferenze della Cgil – inchiodata al tentativo di recupero dell’«unità sindacale» con Cisl e Uil – sembra aumentare col prolungarsi dell’immobilismo di fronte a una «controriforma» del mercato del lavoro che da martedì sarà in votazione al Senato. A meno che alla Fiom non riesca uno di quei colpi di genio di cui, fin qui, si è dimostrata spesso capace. Ma se si deve guardare al futuro disegnato dal combinato disposto pensioni-mercato del lavoro-ammortizzatori sociali, il bisogno di ridisegnare ruolo e funzioni del sindacato esce allo scoperto come problema non più rinviabile. L’assemblea nazionale di ieri mattina a Roma, all’Ambra Jovinelli, ne è stata a suo modo una prima dimostrazione. Centinaia di delegati di quasi tutte le categorie, ma non una banale – e sempre frustrata – «autoconvocazione». Qui c’erano pezzi importanti della Cgil (Rete28Aprile, soprattutto) e dei sindacati di base (Usb, Snater, Unicobas, ecc). Perché la presenza o meno di «organizzazioni strutturate» fa sempre la differenza, in materia di lotta sindacale. Un «moto dal basso» che viene accompagnato anche dall’«alto», da gruppi dirigenti ormai consapevoli della necessità di «rompere le barriere» tra organizzazioni e visioni contrastanti, da consegnare al passato («la concertazione è finita anche per chi se n’era avvantaggiato»). E che accomuna tute blu e pubblico impiego, ferrovieri e Alitalia, insegnanti e senza casa. Il dirigente più noto in sala è il sempre bastian contrario Giorgio Cremaschi, una vita della Fiom Cgil. «Bisogna anche cambiare linguaggio – spiega – L’unità sindacale di cui si parla è quella tra Cgil, Cisl e Uil, che da molti anni ha portato soltanto disastri per chi lavora. Non si tratta, ricorda a chi l’ha criticato – specie in Cgil – di «andare in un’altra organizzazione», ma di «trovare un’altra unità, quella fondata sul sindacalismo antagonista e la partecipazione dei delegati». Altrimenti questi ultimi – come accade sempre più spesso – vengono «ridotti a fiduciari delle diverse organizzazioni»; o, come nella Fiat di Marchionne, addirittura «fiduciari dell’azienda» (gli iscritti a Fismic e Assoquadri). Il «linguaggio» sembra una preoccupazione da intellettuali, ma in un mondo dove le parole significano quasi sempre l’opposto (basti pensare a «riforme», per dirne una) il problema esiste. E non è strano che sia un giurista del lavoro, come Carlo Guglielmi, a insistere sulla parresia , parola del greco antico che non significa solo «libertà di parola» ma anche, contemporaneamente, «dovere di dire la verità». Da lui viene l’invito a fare «come se» il «nuovo sindacato esistesse già, in questa sala». L’esempio è il Michael Collins che invita gli irlandesi a fare «come se» gli inglesi non ci fossero, iniziando a vivere secondo le proprie regole condivise. Un sogno? Non più di quello che spinse il sindacato italiano – ancora in piena guerra e fino al ’47 – di ottenere il «blocco dei licenziamenti, la cassa integrazione, la scala mobile e la parità salariale nord-sud». Ma è dalle situazioni – industriali o meno – che arriva la carica a muoversi. Non perché sia facile («la gente ha paura, attende di vedere e capire meglio», si ripete in quasi ogni intervento). Un delegato Fiom di Fincantieri, da Ancona, spiega come hanno fatto ad evitare che 180 «dipendenti diretti» (quasi tutti disabili per motivi di lavoro o «rompicoglioni» del sindacato) venissero messi fuori e sostituiti con «disperati dei subappalti, precari, a volte senza permesso di soggiorno». Il mondo del lavoro – dentro questi racconti dal vivo – «vive in una guerra». Commerciale, certo, basata sulla «competitività»; ma dagli effetti altrettanto esiziali sulle persone. «È ora di dire basta all’era dei suicidi, è ora di dire basta e ribellarsi». Ma non c’è alcun estremismo, in queste parole. È prima di tutto un rifiuto a essere considerati «carne morta», soggetti passivi, merce liquida a disposizione. Lo spiega con molta calma dante De Angelis, macchinista due volte licenziato da Fs e sempre riassunto «perché c’era l’art. 18». Il bisogno impellente è «riportare le persone, chi produce, a governare l’orientamento del paese». Era il «patto sociale inscritto nella Costituzione», che riconosce al lavoro interessi diversi da quelli dell’impresa e il diritto a organizzarsi per farli valere. Al contrario, come altri vedono, c’è «un golpe strisciante che, mettendo in Costituizione il pareggio di bilancio, pone al posto di comando i princìpi del libero mercato, nemmeno contenuti prima nella Carta». L’elenco delle ragioni è molto lungo, ma «il tempo per provare a resistere è ora». Paolo Leonardi, coordinatore Usb, propone in conclusione sia una piattaforma di lotta «comune a delegati di sindacati differenti», sia una prima scadenza. Immediata, di fatto. «Per difendere l’art. 18 nel suo valore di fondo e nella sua essenza simbolica, invitiamo tutte le Rsu, le Rsa, le organizzazioni e le aree sindacali che condividono queste esigenze a organizzare nelle prossime giornate dell’8 e 9 giugno momenti di lotta: fermate, sciopero, azioni di protesta, presìdi». Non è la proclamazione solo cartace di uno «sciopero generale» che si sa impraticabile, con questi livelli di rappresentatività e organizzazione. Ma è un primo passo. Gli obiettivi (dal blocco dei licenziamenti a ripristino della pensione di vecchiaia a 60, dal blocco delle privatizzazioni al diritto a casa, reddito, servizi, ecc) «se sembrano incompatibili con il pagamento del debito» – e di certo lo sono – «diciamo: è il debito che non va pagato». Sta nascendo qualcosa di nuovo. Ne sentiremo parlare ancora.
Francesco Piccioni

Medici italiani e tanta ipocrisia: testimonianza del calvario riservato alle donne che vanno incontro ad un aborto spontaneo.

La memoria di Sabra e Chatila NON SI TOCCA!.

Di solito, le dediche stanno… all’inizio dei libri.

Le ho trovate talvolta un po’ fastidiose, appiccicaticce,come non c’entrassero poi molto con quello che veniva dedicato: A Maria con affetto,e a seguire un trattato di zootecnia sulla riproduzione artificiale dei bovini.

Senza alcun disprezzo, sia chiaro, ma mi sono sembrate solo un omaggio, un regalo, qualcosa di esterno, se non di estraneo, a chi lo riceve.

Ho voluto metterla alla fine questa dedica, perché tutto quello che precede, esattamente tutto, è stato reso possibile dalla generosità, dall’intelligenza, dalla pazienza e soprattutto dall’amore di Teresa.

Così una dedica si è trasformata nella logica conclusione di questo libro che, anche se poca cosa, è interamente suo.

Lei lo ha “scritto” lasciandomi scorrazzare per il mondo,lasciando che togliessi a lei, e a nostra figlia,tempo,dedizione,sostegno,e purtroppo anche amore.

Lei lo ha scritto,sopportando di non sentire mie notizie per mesi,pur sapendomi in zone di guerra,sobbarcandosi da sola l’educazione di una figlia e i cento guai di una famiglia,aspettando i miei ritorni,ascoltando ogni volta le mie preoccupazioni, coccolando i miei sogni e le mie follie.

Senza mollarmi mai, anche quando lo avrei capito cento volte…

Non sono mai stato capace di dirgliele di persona fino in fondo queste cose, per lo stupido orgoglio che è sempre lì a proteggere la mia fragilità.

Ma vorrei che lei sapesse che in ogni momento di questi lunghi anni, anche quando mi sentivo soddisfatto-indipendente-autonomo-realizzato, anche quando… non ho ma smesso di sentire dentro un po’ di tristezza, tanta nostalgia, un sacco di rimorsi.

Spesso mi sono sentito un ladro,un truffatore. Avrei dovuto essere vicino a lei,darle amore e aiuto,partecipare ai suoi problemi,insomma esserci.

E invece ero in giro a occuparmi di me e di gente strana, col turbante e con gli occhi a mandorla, di bambini altrui, di sconosciuti che ho curato perché andava fatto, ma forse,innanzitutto,per la mia personale soddisfazione.

A qualcuno sarà stato utile.

Che cosa io abbia guadagnato non lo so,so di certo che cosa ho perso.

Tornassi indietro,rifarei quasi tutto.Vorrei solo che al mio fianco,in ognuno dei tanti luoghi pieni di sofferenza che ho visto, ci fosse sempre lei. A consigliarmi, a impedirmi di sbagliare,a dividere con me momenti importanti, che solo la sua presenza avrebbe potuto rendere irripetibili.

A Teresa.

Gino Strada

Vent’anni fa le stragi di Capaci e via d’Amelio hanno radicalmente cambiato la

Sheets commemorating Giovanni Falcone and Paol...

Sheets commemorating Giovanni Falcone and Paolo Borsellino. The sheets, exposed as a sign of protest against mafia from the people, read: “You did not kill them: their ideas walk on our legs”. (Photo credit: Wikipedia)

mia vita. La ferocia spietata dei corleonesi e dei loro complici voleva cancellare libertà e diritti, aprendo sotto i piedi dell’Italia l’abisso spaventoso di uno Stato-mafia o narco-Stato. Mi sembrò doveroso mettermi a disposizione e chiedere di essere trasferito da Torino a Palermo, nella convinzione che proprio da Palermo doveva ripartire la strada che avrebbe consentito alla nostra democrazia di resistere. Cominciò così la mia esperienza di capo della Procura di quella città. Una fatica, nel ricordo di Falcone e Borsellino, condivisa per quasi sette anni con un’infinità di persone coraggiose. UNA FATICA supportata all’inizio dalla concordia granitica sugli obiettivi antimafia che cementò l’intiero nostro Paese. Resa poi più gravosa dal progressivo allentamento di tale concordia, col riaffiorare di antiche posizioni (che già avevano intralciato il lavoro di Falcone e Borsellino) preoccupate di bloccare l’applicazione diffusa e intransigente delle regole anche nei confronti degli imputati “eccellenti” accusati di collusione con la mafia. Proprio l’eredità di Falcone e Borsellino imponeva di non arrendersi nonostante l’infoltirsi delle schiere degli oppositori dichiarati e dei finti neutrali. E se oggi possiamo ancora discutere di contrasto alla mafia (senza essere stati irreversibilmente travolti dalle stragi) è appunto merito della “resistenza” che ha caratterizzato l’azione dei pezzi più responsabili dello Stato italiano. Palermo, in questi sette anni, mi è entrata nell’animo. Ma già prima si era impressa dentro di me. Ho fatto parte del Csm (1986-1990) che – chiamato a nominare il successore di Nino Caponnetto – scelse di umiliare Falcone consentendo lo smantellamento del “pool”. Ricordo bene la protervia istituzionale e l’insopportabile arroganza con cui la maggioranza del Csm innalzò una frontiera di incomprensione contro le buone ragioni di Falcone e del “pool” di Palermo. Dentro di me (che in quel Csm ero minoranza) si frantumò qualcosa, per la constatazione – mai come in quel caso evidente – dell’influenza di un mondo limaccioso popolato di personaggi che temono la rottura di antichi equilibri attraverso l’intraprendenza di magistrati indipendenti. Fu così che Palermo, già allora, acquistò nei miei pensieri un posto preminente. QUANDO POI, dopo le stragi del 1992, presi possesso del nuovo incarico a Palermo, nel corso di un interrogatorio del 23 ottobre 1993 – cominciato alle ore 01.41 e concluso alle 04.10 – toccò a me raccogliere la prima confessione di uno degli autori materiali della strage di Capaci. La prima in assoluto, decisiva per ricostruire in ogni dettaglio le responsabilità degli esecutori di quel gravissimo attentato. Provai un insieme di sensazioni che nonostante i tanti anni allora già trascorsi in magistratura non avevo mai avvertito. Da un lato l’orrore e l’emozione incontenibile per la rievocazione di un fatto tanto tragico e coinvolgente; dall’altro la soddisfazione professionale di essere il primo a raccogliere la confessione che ricostruiva con precisione un episodio così influente sulla storia del Paese. Un “risarcimento” alle vittime della strage, immensamente sproporzionato rispetto al danno causato dall’“attentatuni”, e tuttavia assai significativo. Anche se poco dopo avvelenato dalla rappresaglia nazista dei mafiosi contro Giuseppe Di Matteo, il figlio tredicenne di colui – Santino Di Matteo – che aveva chiesto di parlare proprio con il procuratore di Palermo per rivelargli un segreto (l’attacco al cuore dello Stato del 23 maggio 1992) che Cosa Nostra avrebbe voluto non fosse mai svelato.

Gian Carlo Caselli

da Il Fatto Quotidiano del 22/05/2012. 

22/05/2012 di triskel182

 Mentre la Bocconi de’ noantri (leggasi Luiss di Roma) sbandiera un francamente poco credibile 43,79% di consensi nei confronti di Mario Monti, spingendosi a sostenere che un’inverosimile lista guidata dal già consulente Goldman Sachs (nonché membro della Trilateral e del Bilderberg), arriverebbe a conquistare il 29,6% delle preferenze degli italiani, da nord a sud, isole comprese, contro di lui (e non solo) fioccano denunce che rischiano di intasare la Procura della Repubblica di Roma.
Attentato contro l’integrità, l’indipendenza e l’unità dello Stato (art. 241 del codice penale), associazione sovversiva (art. 270 c.p.), attentato contro la Costituzione dello Stato (art. 283 c.p.), usurpazione di potere politico (art. 287 c.p.), attentato contro gli organi costituzionali (art. 289 c.p.), attentato contro i diritti politici del cittadino (art. 294 c.p.) e financo cospirazione politica mediante accordo e mediante associazione (artt. 304 e 305 c.p): sono le accuse che, in blocco, ma anche a puntate, vengono rivolte a colui che più d’uno principia ad appellare come “Re Giorgio”, insieme col bocconiano premier e la nutrita squadra di qualificati tecnici che lo affiancano nella missione di salvare il Bel Paese. Li si accusa, in parole povere, di aver fatto un vero e proprio “colpo di Stato”.
Non sono le uova lanciate dai ragazzi dei centri sociali all’indirizzo dei ministri Fornero e Profumo a Torino: sono i (masochistici) appelli di cittadini di ogni luogo e censo che reclamano quella sovranità che, stando al primo articolo della Costituzione, appartiene al popolo. Ad Abbiategrasso Salvatore Mandarà, a Vicenza Fabio Castellucci, a Vigevano Giuseppe Contini, A San Sebastiano al Curone Marines Zanini, a Perugia Carla Catanzaro, a Brescia Davide Trappa, a Biella Stefano Prior, a Nuoro Lai Estevan, a Bologna Roberto Chiavetteri, ad Alba Mediterranea Orazio Fergnani, ad Ascoli Piceno Dario De Angelis, solo per citarne alcuni: la lista degli indomiti (o incoscienti che dir si voglia) si allunga in tempo reale… presumibilmente anche negli schedari di qualche poco illustre servizio deputato al mantenimento della “pubblica quiete”.
Un movimento che, passateci l’azzardata analogia, ricorda quei sedevacantisti che, dal Concilio Vaticano II in poi, dichiarano occupato abusivamente il Soglio che fu di Pietro. Ma se quelli, dei quali si occupa la Congregazione per la dottrina della fede (ex Sant’Uffizio, già Romana e Universale Inquisizione), rischiano la scomunica, questi cosa dovranno attendersi? Certo non l’esilio, che ben lungi dall’essere castigo, potrebbe semmai costituire consolazione.
Indomiti, dunque. Ma spontanei, e popolari: su Facebook, dove il consenso, democraticamente, si misura col pollice recto e il dissenso col pollice verso, la fan page dell’avvocato cagliaritano Paola Musu, che come molti altri collega l’arrivo del governo tecnico ai diktat di Bce e banche internazionali e parla di attentato contro la Costituzione dello Stato, conta già 15.594 “mi piace”. A un migliaio di chilometri più a nord, un altro avvocato, Gianfranco Orelli, di chiara fama filoinsubrica, chiama in causa per attentato alla Costituzione il presidente Napolitano che, insieme con Mario Monti e Silvio Berlusconi, avrebbe anteposto alla fiducia del parlamento quella della Bce e del Fondo monetario internazionale, “piegando le istituzioni alle ragioni di una strumentalizzata emergenza”. Perché è vero che “si stava meglio quando si stava peggio”. Ma è anche vero che, per molti, il meglio è nemico del bene.
di Marina Marinetti per ilsussidiario.net
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Il folle progetto sionista si realizzerá con la pulizia etnica locale e la ricostruzione del tempio sul Monte Moriah

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