“Né il Paese né la magistratura né il   potere, quale ne sia il segno politico, hanno saputo accettare le idee di Falcone,   in vita, e più che comprenderle, in morte, se ne appropriano a piene mani,   deformandole secondo la convenienza del momento. E’ soltanto il più   macroscopico paradosso della vita e della morte di Giovanni Falcone: la sua   breve esistenza, come oggi la sua memoria, è stata sempre schiacciata dal   paradosso, a ben vedere. Ce ne sono di clamorosi… Non c’è stato uomo in   Italia che ha accumulato nella sua vita più sconfitte di Falcone. E’ stato   sempre “trombatissimo”. Bocciato come consigliere istruttore.   Bocciato come procuratore di Palermo. Bocciato come candidato al Csm, e   sarebbe stato bocciato anche come procuratore nazionale antimafia, se non   fosse stato ucciso“.

Così Ilda Bocassini, la scorsa estate, ricordava Giovanni Falcone a 10 anni   dalla sua morte: collega con il quale aveva condiviso una vocazione forte   alla magistratura, vissuta come impegno civico totalizzante.

Oggi sostituto procuratore della Repubblica a Milano, ma napoletana di   nascita, 53 anni, separata con due figli, la Bocassini non è personaggio da   seconda linea. Impegnata nei processi di Mani Pulite e nelle inchieste sulla   criminalità organizzata, per tutti nel Palazzo di giustizia milanese diventa   ben presto “Ilda la rossa”: appellativo che allude alla sua   capigliatura, recentemente convertita ad un new look che ha sorpreso molti, e   , secondo i maligni, alla sua fede politica. Ma prima di Milano, dei grandi   processi di Tangentopoli, la sua carriera in magistratura ha alle spalle anni   ancor più difficili, vissuti pericolosamente nella lotta alla mafia a   Caltanissetta e culminati nell’inchiesta sull’omicidio Falcone.

E’ lei a condurre buona parte delle indagini che risalgono agli esecuti   materiali ed ai mandanti della strage di Capaci, è lei a raccogliere elementi   fondamentali per fare chiarezza sulla strage di via D’Amelio. Coerente fino   alla scontrosità, inflessibile nelle requisitorie, esigente con i   collabortori, a Milano si tuffa ben presto nell’inchiesta Duomo connection.   Impermeabile al fascino dei riflettori, infastidita dai risvolti mediatici   dei processi eccellenti che la vedono sostenere la pubblica accusa, è stata   inserita dal settimanale francese L’Express fra le cento donne più potenti   del mondo. Aspramente attaccata dai difensori degli imputati del processo   Sme-Ariosto per la sua intransigenza, sfugge alle facili etichette di chi la   inquadra politicamente e in una lunga intervista a Giuseppe D’Avanzo   (Repubblica), nell’anniversario della morte di Falcone, ha toni polemici nei   confronti di molti suoi colleghi, perché “la magistratura italiana   addirittura scioperò contro Falcone nel 1991. Scioperò contro la legge che   creava la Procura nazionale antimafia a lui destinata”.

Abituata alla ricerca di chiarezza, fa nomi e cognomi: “Per bloccarne la   candidatura (di Falcone all’antimafia, ndr.) – spiega – un togato del Csm,   Gianfranco Viglietta, di Magistratura democratica, esaltò in una lettera al   presidente Cossiga l'”assoluta indipendenza” dell’antagonista di   Falcone, Agostino Cordova, osservando che “i criteri per la nomina a   importantissimi incarichi direttivi non prevedono notorietà o   popolarità”. Dunque, Falcone non era indipendente, ma solo   “popolare” per Viglietta. Più esplicito in quell’accusa fu Alfonso   Amatucci, anch’egli togato al Csm, per la corrente dei Verdi (cui pure   Falcone aderiva). Scrisse al Sole-24 ore che Giovanni “in caso di   designazione, avrebbe fatto bene ad apparire libero da ogni vincolo di   gratitudine politica”. Falcone era più o meno un “venduto” per   Amatucci”. E ancora, guardando a fuori il Palazzo, non risparmia dalle   critiche esponenti di sinistra: “Leoluca Orlando Cascio (già sindaco di   Palermo, ndr.), nel 1990, sostenne e non fu il solo, soprattutto nella   sinistra che “dentro i cassetti della procura di Palermo ce n’è   abbastanza per fare giustizia sui delitti politici”. Quei cassetti, dove   si insabbiava la verità sulla morte di Mattarella, La Torre, Insalaco,   Bonsignore, erano di Falcone. Ritorna l’accusa di Amatucci e Viglietta:   Falcone è un “venduto”. Delle due l’una, allora. O quelle accuse   erano fondate e allora non si beatifichi come eroe un magistrato che ha fatto   commercio della sua indipendenza o quelle accuse erano, come sono, calunnie e   gli artefici avvertano la necessità di fare pubblica ammenda. In dieci anni,   non ho ancora ascoltato una sola autocritica nella magistratura e nella   politica”.

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