L’impianto della 953 è quello della «proposta Aprea». È «inaccettabile» e non emendabile

L’INTERVISTA – Ieri presidio a Montecitorio. Parla Anna Angelucci, docente al liceo Pasteur

Ieri il mondo della scuola è sceso in strada, a Montecitorio, protestando contro la «proposta Aprea» (pdl 953), mentre la Camera discuteva il testo della legge adottato in Commissione. Un intero spaccato di società civile sta dicendo che questa legge è irricevibile. Ne parliamo con Anna Angelucci, docente di italiano e latino al liceo Pasteur di Roma, animatrice del Coordinamento Scuole Secondarie.
Perché dite che la 953 è una legge «inemendabile»? Perché abolisce i decreti delegati, ridimensiona gli organi collegiali, prevede l’autonomia statutaria delle scuole, consente l’accesso a finanziatori privati negli organi di governo della scuola, compreso quello di valutazione interna. E perché viene discussa nel chiuso della VII Commissione, presieduta dalla deputata del Pd Manuela Ghizzoni, e non in Parlamento, come se fosse una delle tante leggi «prive di particolare rilevanza nazionale», mentre stravolge la scuola dalle fondamenta. Qualunque emendamento verrà apportato a questa legge non ne cancellerà il principio inaccettabile: singolo arbitrio e interessi privati.
Quali conseguenze per il diritto allo studio? Si perdono le pari opportunità di accesso a percorsi formativi scolastici e universitari, a prescindere dalle condizioni di partenza; e l’offerta formativa squalificata dalla contabilità.
Lede anche il diritto del lavoro? E da quale punto di vista? Patteggiare contenuti e metodologie didattiche con soggetti privati lede la libertà d’insegnamento sancita dalla Costituzione, che ha alimentato costantemente le scelte dei docenti nell’esercizio della loro professionalità, trasmettendo memoria culturale e storica alle generazioni successive.
Dite che questa legge mette in discussione il dettato costituzionale e l’equazione conoscenza uguale democrazia. Perché? Azzera nella sostanza gli organi collegiali, e per di più con l’idea disonesta che se nelle scuole quella partecipazione non c’è più la responsabilità è di consigli di classe o consigli d’istituto ormai inadeguati. In realtà, il problema è che anche nella scuola si avverte quella disaffezione verso le istituzioni e verso la politica, intesa come partecipazione alla cosa pubblica che dilaga nella società. I promotori di questa legge, e mi riferisco in particolare al Partito Democratico, dovrebbero interrogarsi sulle loro responsabilità nell’aver allontanato i cittadini dalla partecipazione politica.
È possibile creare un fronte il più ampio possibile per impedire che questa legge passi? Cosa diresti ai docenti che ancora non si sono schierati? Di riflettere sul fatto che la «sussidiarietà» del privato, in regime di autonomia statutaria, governato da dirigenti svincolati dal rispetto delle competenze degli organi collegiali, si tradurrà inevitabilmente in «aziendalizzazione» e privatizzazione dell’istituzione. È ultimo atto di dismissione della scuola della Repubblica, dopo il blocco dei contratti, la soppressione degli scatti d’anzianità, la riforma delle pensioni, il furto di miliardi di euro ai finanziamenti di scuola e università, il licenziamento di decine di migliaia di lavoratori; e ora anche la promessa di un concorso-monstre per docenti già più che titolati, che toglierà centinaia di milioni alle casse esangui dell’istruzione. Cos’altro ancora devono aspettare? I sindacati dovrebbero promuovere assemblee nelle scuole per illustrare e discutere i contenuti di questa legge, ancora sconosciuta ai più.
Quale connessione vedi con tutti gli altri lavoratori del privato, perché dovrebbero essere colpiti da questa legge e più in generale dalla necessità di ricostruire insieme la scuola pubblica statale? Ogni legge che definanzia scuola e università, che erode il diritto allo studio, che riduce gli spazi di democrazia nei luoghi preposti all’istruzione è un affronto per ogni lavoratore, per ogni cittadino italiano, senza contare quello che già pagano mentre perdono il lavoro. Ricostruire la scuola pubblica statale, riportare l’attenzione degli intellettuali, dei media e dell’opinione pubblica sulla necessità di restituire alla scuola quel ruolo sociale che non ha mai cessato di svolgere significherebbe cominciare a ricostruire lo Stato democratico.

il manifesto 2012.09.12

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