Quella che spesso noi diciamo essere fortuna, quando notiamo, anche congratulandocene, la buona riuscita di qualcuno, per gli anglosassoni si direbbe frutto di resilienza.

Resilienza è una parola preziosa che, nella fisica, sta ad indicare la capacità di un materiale di resistere agli urti senza spezzarsi; per traslato indica la capacità di reagire alle sollecitazioni presentate dai cambiamenti, siano essi positivi o negativi.

Se ci si pensa, la resilienza si palesa chiaramente nella struttura della “famiglia-welfare” italiana, cardine del tessuto sociale, in grado di assorbire gli urti della crisi economica e, a seconda delle esigenze, reinventarsi in asilo nido, casa di cura o, ancora, servizio sociale.

Seguendo, sui social media e dal vivo, le vite delle mie amiche italiane, ho notato che negli ultimi dodici mesi molte di loro hanno aperto blog di moda per portafogli assottigliati, organizzato mostre e creato, con patrocinio comunale, dei collettivi per artisti emergenti nati negli anni ottanta. Tutto questo mentre lavorano.

Ho dunque deciso di parlare con alcune di loro per capire se si trattasse solo di una curiosa coincidenza temporale, oppure se ci fosse dell’altro.

Proprio mentre scrivo, ad esempio, nasce “Ottanta”: un gruppo che vuole creare opportunità espositive a Lodi in spazi istituzionali, “per mettere in luce il lavoro di giovani artisti che operano nell’ambito dell’arte contemporanea e conducono una ricerca visiva originale.”

Fondato dalle artiste Arianna Angeloni, Paola Fenini, Sibilla Maggio e Miriam Mosetti, il gruppo sta realizzando un censimento di artisti nati negli anni ottanta per dare loro spazi, difficilmente raggiungibili (http://ottanta.jimdo.com/news/).

Le fondatrici ne parlano così: “Il progetto Ottanta nasce a Lodi nel 1980 e poi cresce e si iscrive all’Accademia di Belle Arti di Brera e poi fa il cameriere, poi si arrabbia, poi torna a vivere dai genitori e infine nel 2013 compie 33 anni.”

Giulia e Costanza, letterata e ingegnere rispettivamente, invece gestiscono il blog “Le Manufattucchiere” (lemanufattucchiere.wordpress.com), dove presentano le loro creazioni di moda fatte a mano, da cui Manufattucchiere.

Amiche dalla scuola superiore, hanno entrambe attraversato esperienze professionali instabili. Costanza per diversi anni ha lavorato all’estero, ora insegna in una scuola superiore. “[Questi anni di crisi] mi hanno fatto cambiare 3 nazioni, 4 città, 4 lavori, 7 case, molto amore e amicizie. Nella crisi ho avuto opportunità di cambiamento, che tuttavia, quando imposto, è stato un pò doloroso.” Giulia, che avrebbe volute lavorare nell’editoria, ramo in cui si era specializzata, lavora oggi come educatrice e si occupa di una bambina down. “In questi anni sono passata da un lavoro all’altro, e nessuna delle posizioni che ho ricoperto mi dava opportunità di crescere e di essere formata,” spiega. Giulia e Costanza sono concordi nel dire che probabilmente avrebbero investito tempo in questo progetto anche in situazioni economiche più rosee, ma ammettono che la crisi abbia offerto un incentivo: “Sicuramente l’Italia di oggi è deprimente sotto molti aspetti, impegnarsi in un progetto personale può essere un modo di affrontare le delusioni e le incertezze del momento. Proprio perché la situazione generale è così deprimente, c’è bisogno di incanalare le energie in un progetto positivo.”

Mentre raccolgo le loro testimonianze su Facebook, mi contatta Elena, lodigiana, che si trova in Africa per la costruzione di un dispensario medico e mi informa che anche sua mamma, Nicoletta, ha avviato insieme a tre amiche una piccolo produzione artigianale di oggetti di carta, come bomboniere o maschere di carnevale. Insieme, Adriana, Daniela e Nicoletta, si chiamano Le Stregatte (https://www.facebook.com/LeS3gatte?fref=ts). Sono tre mamme sulla cinquantina “più o meno casalinghe,” dicono, perchè ancora occupate part-time. Si incontrano nelle loro case, davanti a un caffè, per disegnare e produrre le loro creazioni.

“Forse se non ci fosse stato l’euro se non ci fosse questa micidiale crisi e se non ci ammazzassero con le tasse, forse non ci sarebbe venuto in mente anche se io e Daniela avevamo la voglia di fare per il gusto di fare,” spiega Nicoletta che poi ribadisce come Le Stregatte si sostenga, per ora, solo del loro impegno. “Le entrate sono ridicole forse siamo in pari con le spese, ma noi ci crediamo, la follia dei folli…”

Dopo aver conosciuto Nicoletta, ricevo un’email di Chiara, Veronese, mia compagna di università a Milano, che mi racconta di aver deciso di dedicarsi completamente al teatro. Venendo meno le Scuole di Specializzazione per l’Insegnamento (dette SSIS), non è semplice capire, mi spiega Chiara, quali crediti aggiuntivi occorrano per diventare insegnante, nonostante il possesso di laurea specialistica.

“Costatato il fatto che la mia laurea specialistica è un titolo “da muro” (utile da appendere in camera da letto), sto continuando privatamente i miei studi teatrali frequentando laboratori in alcuni teatri di Milano,” mi dice con ironia.

“Devo ammettere però che “grazie” alla crisi, mi dedico a cuor leggero al teatro ora; diciamo quasi che mi sento legittimata visto che offre le stesse opportunità lavorative dell’insegnamento, di un dottorato di ricerca, di un posto di lavoro nel settore culturale dell’amministrazione pubblica o privata: zero!”

Spengo la chat e inizio a scrivere il post di oggi, galvanizzata da questa inchiesta lanciata quasi per gioco su Facebook che mi conferma che le donne italiane sono di un materiale capace di resistere agli urti, senza spezzarsi.

Marina Freri

http://www.ilcorpodelledonne.net/

 

 

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