QUAL E’ LA TUA IMPRONTA COGNITIVA?

In questo periodo si è parlato spesso di inquinamento cognitivo. Ne hanno discusso i pubblicitari dell’ADCI che hanno recentemente lanciato una campagna e una petizione contro la pubblicità sessista, e ne parlano da tempo diverse/i attiviste/i in rete.
L’idea che sta alla base del concetto a mio avviso è molto semplice: si può inquinare a livello fisico ma si può inquinare anche a livello mentale. Con i messaggi che si diffondono, per esempio. Perché ci sono cose che fanno male se assunte in grande quantità nel corpo e cose che fanno male se assunte nella testa.
Parliamo, ad esempio, di reiterati messaggi e immagini razziste, sessiste, offensive, umilianti e di tutto ciò che, se diffuso, contribuisce a produrre sottocultura provocando un generale imbruttimento del pensiero terrestre e influenzando negativamente le generazioni future.

Dunque, mi chiedo, se esiste un inquinamento che non è solo ambientale ma anche cognitivo, perché non dovrebbe esistere altresì un’impronta cognitiva?
Proprio come quella ecologica, l’impronta cognitiva rappresenterebbe il nostro impatto culturale terrestre, sia esso positivo che negativo. Impossibile, forse, da misurare, ma applicabile, questo sì, come riferimento personale.
Molti strumenti per aiutarci a gestire la nostra impronta cognitiva esistono già: dai codici deontologici per i professionisti ai consigli sul “Parlare civile” per tutti (è appena uscito un bellissimo libro a cura di Redattore Sociale con questo titolo che ho appena cominciato a leggere) e a tutte quelle preziose indicazioni su come essere noi stessi senza mancare di rispetto a qualcuno/a. Un’utile risorsa sono spesso i blog, come ad esempio Invisibili del Corriere della sera che mi ha aiutato a capire come relazionarmi con rispetto al tema della disabilità o il sito dell’Accademia della Crusca che mi ha dato indicazioni su come usare il linguaggio in modo non sessista. Insomma, di spunti in rete ce ne sono tanti per chi ha voglia di informarsi. Uno su tutti resta il dialogo con l’altro/a che a volte (non sempre) può aiutarci a capire che forse quello che abbiamo appena pubblicato potrebbe aver inavvertitamente offeso qualcuno.
Posto infatti che ogni brand dovrebbe assumersi la responsabilità dei messaggi che

diffonde attraverso la propria comunicazione commerciale, e posto che dovrebbero farlo anche tutti gli operatori della comunicazione (dalle testate informative ai programmi televisivi), perché mai noi dovremmo esimerci dal porre la medesima attenzione nella nostra comunicazione pubblica? Il discorso ha un senso se pensiamo che, nell’epoca digitale, ogni nostro messaggio pubblico (sia esso un tweet o un commento su una pagina facebook pubblica o un’immagine su una bacheca pubblica di pinterest) potenzialmente può diventare un messaggio visto e condiviso da chiunque, in qualsiasi quantità. Penso, in particolare, ai cosidetti influencer della Rete che, come numero di fan, spesso non hanno nulla da invidiare a quello di grandi brand o che addirittura talvolta rappresentano essi stessi un brand.

Certo, si potrebbe obiettare che ciò che molti di noi diffondono in Rete non ha scopi commerciali e che pertanto noi non sfruttiamo l’immagine delle persone o non le sviliamo per guadagnarci qualcosa, ma può essere ciò sufficiente ad esimerci dal porre attenzione ai messaggi che veicoliamo? Io penso di no, perché un messaggio può essere svilente a prescindere del fatto che lo si usi o meno per vendere qualcosa.

Molte persone, per esempio, credono che diffondere pubblicamente messaggi o immagini che contribuiscono a rafforzare stereotipi di genere sia tutto sommato innocuo nel mare magnum dell’informazione condivisa dimenticandosi che tante gocce nel mare compongono l’oceano digitale. Il web non è però qualcosa di astratto. Il web siamo noi. Sono le nostre immagini, le nostre parole, le nostre informazioni pubbliche condivise che, a differenza delle chiacchiere de visu o private, permangono nel tempo. La cultura digitale siamo noi. Sarebbe ora che ognuno facesse la propria parte e si assumesse la responsabilità del suo comportamento e della sua cosiddetta impronta cognitiva all’interno del web.
Siamo tutti dei potenziali media nell’era digitale. Tanto maggiore sarà la nostra influenza, tanto più grande la nostra responsabilità.

Vi sembrano discorsi assurdi? Troppo severi? Rigidi? Estremisti? Beh ma non dicevano, in fondo, le medesime cose anche dei primi ecologisti? Per fortuna, però, poi la coscienza ambientalista si è diffusa nella mentalità comune come atteggiamento di buon senso e di salvaguardia del pianeta. Chissà, forse noi oggi che discutiamo di questi temi siamo questo: i pionieri e le pioniere della coscienza cognitiva nell’era digitale. Magari ancora non sappiamo esattamente come risolvere il problema, ma quantomeno, il problema, ce lo poniamo.
 
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