Archive for giugno, 2013


il manifesto   2013.06.27

STORIE

APERTURA – MINA WELBY

 
«Ero un ‘soldatino’. Imparai cose nuove, come medicare una stomia, fare la bronco aspirazione, cambiare i filtri dell’uomo bionico. La nostra vita diventò non solo accettabile ma anche stimolante»
Anticipiamo il testo scritto da Mina Welby e che leggerà stasera (ore 18) nell’ambito de La Milanesiana – Letteratura Musica Cinema Scienza Arte Filosofia e Teatro, ideata e diretta da Elisabetta Sgarbi. La manifestazione è sotto l’Alto Patronato del Presidente della Repubblica e gode del patrocinio di Expo Milano 2015.

Chi non ha mai percorso dei sentieri di montagna? Sono diligentemente marcati con delle indicazioni che aiutano il viandante ad arrivare alla meta prefissata. Io per natura ero un po’ discola nel rispettare le segnaletiche. Curiosa da sempre, seguivo suoni di ruscelli e voci di animaletti che volevo sorprendere. Non m’importava arrivare più tardi degli altri in cima alla collina.
Anche sulla strada della mia vita ho fatto come cappuccetto rosso. Ho fatto di più, ho perduto il cuore per una persona che diventò ragione di vita per me. Dall’esempio di mia madre, che allora non viveva più, ho tratto il coraggio di farlo. Innamorarsi di una persona con abilità limitate suscita qualche perplessità e preoccupazione in chi ti conosce. Hai riflettuto bene? Fu la domanda con uno sguardo preoccupato. Mi vedevano felice e questo bastava a tutti, almeno credo.
Inizialmente sembrava complicarsi il rapporto tra me e Piero. Non voleva un legame di responsabilità, sancito pubblicamente, il matrimonio. Il suo amore arrivò al punto di non volermi legare sé. Lui era già allora orientato verso «un porto non lieto, ma sicuro». Troppe erano le avvisaglie di una patologia, la distrofia, che aumentava varie disabilità fisiche nel suo corpo. Io non lo amavo per compassione, ma volevo che trovasse ancora gusto di vivere nonostante tutto. Ancora non mi conosceva. Lui cacciatore, amante della natura non doveva marcire in un letto. Come superare gli ultimi gradini della scala per poter uscire insieme a lui? E come fargli venire la voglia di uscire? Sorpresa! Uno scivolo rimovibile e una leggerissima canna da pesca. Alla nostra prima gita insieme al suo papà fu molto scettico, ma alla fine contento, e una uscita tirava l’altra, come le ciliegie. Mi facevano molta pena le larvette di mosca che mettevo all’amo, ma ben presto diventò una necessaria abitudine. Le ricettine di trote ai frutti secchi o alle erbette furono graditissime. Avevo vinto! Aveva vinto la voglia di vivere! E io avevo imparato tutto sulla pesca. Anche il suo amore per la fotografia e la pittura ci fece trovare nuove strade per poter ancora lavorarci. Le giornate diventarono piene di soddisfazioni sempre nuove.
Assistere nello studio ragazzi svogliati e studenti volenterosi, godere dei loro successi agli esami, allestire una mostra fotografica, poter partecipare a una esposizione di quadri e riuscire a venderne qualcuno erano piccole soddisfazioni, silenziosamente condivise. Lo studio di filosofia alternato a quelli di programmi per computer e tutto il resto allontanava sempre di più la spada di Damocle della distrofia, apparentemente per me. Oggi so che lui viveva per me. Non aveva mai perso la severità del suo futuro. Sapeva nascondermelo. Con molta dolcezza mi preparò e mi chiese di non portarlo in prontosoccorso, se fosse sopravvenuta una crisi respiratoria. Ero d’accordo. Ci parve tanto semplice morire.
Ma la realtà fu ben diversa di quella che immaginavamo. Piero mi chiese aiuto. Chiamai il soccorso. Era difficile, difficilissimo capire, come agire in modo giusto. Tutto da imparare. In rianimazione: non mi poteva parlare, aveva un tubo in bocca attraverso il quale una macchina gli soffiava l’aria nei polmoni. Non mi doveva vedere triste. Potevo piangere fuori sul corridoio, dopo la visita. Non doveva vedermi con gli occhi rossi. Poi venne la scelta, no, l’imposizione, unica scelta possibile: la tracheotomia. Dopo tre giorni di discussione tra noi due, come meglio possibile nelle sue condizioni, e i medici. Poi con disappunto mi fece firmare. Lo vedevo e lo percepivo indifeso, mi sentivo impotente e in colpa nei suoi confronti. La sua vita diventò una condanna. Si fece portare Lucrezio «De rerum natura». Se lo fece leggere da un’infermiera, quando era libera. Sicuramente non apprezzava la catechesi del cappellano sul valore del dolore e la salvezza nell’accettazione. Poi tornò a casa. Era un figlio della terra, dove tutto muta, nulla si distrugge, ma serve per far nascere altro. I suoi occhi mi parlavano di ribrezzo di se stesso.
Evitava di guardarsi perfino nel riflesso di un vetro. Il mio istinto cercava soluzioni. Il rispetto per la sua persona mi suggerì di trattarlo il più naturale possibile, come sempre. Imparai tante cose nuove, come medicare la stomia, fare la bronco aspirazione, cambiare i filtri all’«uomo bionico», come cambiargli posizione, alzarlo, tutto in modo accelerato e la nostra vita diventò di nuovo non solo accettabile, ma anche stimolante. Si risvegliò il suo humor, il ventilatore automatico era diventato «la mamma». La nostra gatta era la caposala, mi avvisava, se il ventilatore andava in allarme. Anche la tecnica medica per noi era diventata una delle cose, inventate dall’uomo, accettate con ironia, come supporto necessario. Vivevo quasi in una ebbrezza di felicità per la vita riacquistata da Piero. Lui era consapevole delle sue condizioni e spesso aveva cercato di portarmi alla realtà. Sentiva che la distrofia voleva il suo fio. Durò pochi anni e mi risvegliò alla brutale realtà un grave peggioramento fisico. Chiese l’uso di un sondino temporaneo per poter nutrirsi senza danni per i suoi polmoni. Era iniziata una lenta ma continua «decostruzione» di un corpo che non riusciva più a dare piacere di vivere, ma diventava via via ostacolo per uno spirito che in tutto il suo percorso lo aveva dominato, curato, educato per attuare il suo piano di vita. Era giusto dare a questo strumento di vita il meritato riposo. «Non c’è più nulla da inventare. Abbiamo avuto tutto dalla vita. Dobbiamo capire che è tutto finito.» Non voleva indugiare sullo sfacelo fisico e reclamava il diritto per il suo corpo di poter concludere come era nella sua natura: morire.
«Dopo capirai». «Sei un soldatino». Solo lentamente capii queste parole che sono profetiche per la mia persona. Compongo in breve un buzzle: Piero era co-presidente dell’Associazione Luca Coscioni, per anni lavorava su un progetto: una legge per una «morte opportuna», i tempi vitali si erano troppo ristretti, rimaneva il suo corpo per terminare il lavoro: il dovere di morire, per far capire.

Copyright: © Mina Welby, 2013

 

il manifesto        2013.06.27
DISPOSITIVI DEL POTERE
Se la vera felicità è un azzardo

APERTURA – ALESSANDRA PIGLIARU

Il nuovo libro di Luisa Muraro «Autorità» e l’efficacia politica della pratica dei saperi femministi in «C’è una bella differenza», conversazione fra Luisa Cavaliere e Lia Cigarini
Nella storia del pensiero, e soprattutto in quella della moderna civiltà occidentale, esistono idee controverse di non facile digestione. Alcune, in particolare, sembrano scontare un passato e una stratificazione storico-politica tesa a sovrastarne il significato effettivo. Sembra che all’idea di autorità accadano entrambe le cose, contesa come è da chi ne rigetta completamente il senso e da chi le manifesta una costante diffidenza.
Da molti anni, la riflessione intorno al tema dell’autorità è centrale nel femminismo della differenza italiano di cui Luisa Muraro è figura di spicco. Leggere oggi il suo nuovo libro dal titolo Autorità (Rosenberg & Sellier, pp.128, euro 9,50), consente di fare il punto su una questione spinosa e decisiva come quella dell’autorità, per mostrarne la posta in gioco nel presente del dibattito politico. Il libro è un lungo ragionamento, costellato da numerosi riferimenti filosofici, storici, artistici e letterari. Muraro sceglie alcune figure che più di altre forniscono la possibilità di interrogazione intorno all’autorità.Principi che si inceppano
Dalla figura di Antigone che nel conflitto tra due leggi, opta per quella più autorevole nominata nel suo ordine simbolico, fino ad arrivare ad Anne Elliot, la protagonista del romanzo Persuasione di Jane Austen, che affronta con grazia la questione del consiglio autorevole. In questo dettato di forza simbolica femminile, a farsi segno dell’autorità sono state le madri di Plaza de Mayo, così come oggi – riempiendo le piazze con i propri simili, contro la sordità e cecità del potere costituito – lo sono quelle di Istanbul. Con lo stesso desiderio di chiarezza, la filosofa segnala alcuni passaggi storici cruciali entro cui rivoltarsi contro il principio di autorità si è reso necessario. Si pensi al lungo cammino che dalla culla del Rinascimento e della Riforma protestante è giunto fino alla Rivoluzione scientifica approdando al movimento studentesco.
In questi passaggi, che sono altrettante aperture di modelli politico-culturali, l’intera società è stata trasformata dal suo interno. In effetti, quando l’incarnazione del principio di autorità non funziona più o cerca connivenze con l’oppressione del potere, è pur vitale rivoltarsi. L’applicazione di quel principio – quando non è tenuto insieme da un senso riconosciuto di giustizia – si deforma repentinamente in autoritarismo, in dispositivo scellerato con tutte le conseguenze rapinose nella vita di ognuna e ognuno di noi. Ciò, sostiene Muraro, non significa che l’autorità possa essere bandita dalle faccende umane, perché a essa è interna una qualità inconsumabile che si muove tra relazione e riconoscimento e che, se praticata avendo cura della sua forza simbolica, diventa risorsa di accrescimento e felicità tra le persone. Certo se ne deve saper fare un buon uso dopo aver compreso che «l’autorità viene riconosciuta, attribuita, accettata, assunta, nasce cioè in una relazione dove nessuno la possiede di suo».
Così è capitato a Galilei che per tagliare i lacci delle posizioni bibliche e aristoteliche si è appellato al grande libro dell’universo, capace di tradurre in forma rigorosa le sorti della scienza. Per farlo ha avuto bisogno tuttavia di attendibilità, quella di cui la conoscenza della lingua lo aveva dotato. Una cosa è infatti la liberazione dal passato di una tradizione che opprime e schiaccia, altra cosa è la necessità – superato il rifiuto – di una parola che assicuri a sé forza e credibilità. Diversamente da ciò che capitò a Montaigne – che Muraro avvicenda con Kant in capo alla questione legge-giustizia-autorità -, chiudere con il principio di autorità ha significato riconoscere le imperfezione dei legislatori, uomini vani, per aprire ad un’indagine che parta dalla soggettività di ciascuno.

Il meccanismo della devozione 
Gli esempi che ci vengono forniti durante la lettura concorrono tutti a rimarcare una questione dirimente che è poi il rilancio del libro: così come autorità e potere sono disgiunti, altrettanto distanti sono l’ordine simbolico e l’ordine sociale. Sulla prima dicotomia è fondata la tesi del libro ma anche la possibilità della scommessa della politica contemporanea: dove compare l’autorità il potere arretra. Potremmo dunque aggiungere che laddove non c’è autorità – intesa come forza simbolica e scambio tra i viventi – quel posto vuoto viene depredato e occupato impunemente dal potere. Anche qui il territorio lambito sembra essere quello tra forza e violenza: dove manca l’autorità, avanza la violenza giacché la relazione tra chi esercita il potere e chi ne è soggiogato non consente un riconoscimento, tantomeno scelta. È piuttosto un obbligo di obbedienza e devozione unilaterale che non concede contraddittorio. Dalla confusione, spesso per niente ingenua, di autorità e potere nasce la sopraffazione. Nel meccanismo del potere, che muta in coercizione, si è dinanzi ad una sottomissione e ad un’oppressione dettate da una gerarchia dei rapporti di forza. Tale gerarchia insieme ai rapporti di subalternità prende il posto della mancanza di autorità comportando lo sfascio al quale oggi assistiamo. In questa traiettoria, si mescolano un po’ le carte facendo finta che non esista altro modo se non il proprio di impadronirsi del consenso. C’è un vuoto – in questo momento fulgidamente rappresentato dalla politica istituzionale – che cerca di assumere su di sé autorità per farne scempio, pensando forse che nessuno se ne accorga.
Ecco che la proposta politica del libro di Luisa Muraro sta a questa altezza: fare dell’esperienza dell’autorità un modo dello scambio che apra alla discussione critica e comporti un orientamento di senso. Una corrispondenza che eventualmente possa renderci anche un po’ felici. In fondo è la stessa interlocuzione richiesta alla lettrice e al lettore quando, nella seconda parte del libro, viene chiesto di continuare a scrivere quelle pagine bianche. Si deve sempre domandare la restituzione di quel riconoscimento di autorità, perché la promessa non può essere fatta una volta per tutte. È un rischio evidente ma è questa la scommessa in un presente così poco credibile: mettersi in gioco con la forza radicale di una soggettività che intenda le relazioni tra donne, e quelle tra donne e uomini, come il centro della politica.

Dal lavoro alla cura
Sull’efficacia politica della pratica e dei saperi femministi che guardano al presente, si apre C’è una bella differenza (et al./ Edizioni, pp.104, euro 10). Fitta e importante conversazione tra Luisa Cavaliere e Lia Cigarini, il volumetto offre molteplici sollecitazioni riguardo temi e problemi cruciali al centro del dibattito politico contemporaneo. In particolare, il nucleo portante è rappresentato dalla discussione dell’esperienza di Paestum, l’incontro nazionale avvenuto lo scorso ottobre che ha visto la partecipazione di quasi mille donne. Cavaliere e Cigarini, entrambe promotrici e firmatarie – insieme a Lea Melandri e ad altre femministe italiane – della lettera d’invito, percorrono le ragioni che hanno fatto di quell’incontro una posta di radicalità politica. Più desiderato come un grande gruppo di autocoscienza, la tre giorni ha consentito di mettere in circolo numerose e diverse pratiche politiche. I temi discussi sono altrettante questioni aperte sul tavolo del confronto tra generazioni politiche che riguardano tutte e tutti: dall’economia, quindi il lavoro e la cura, fino allo statuto stesso della democrazia, insieme all’idea di rappresentanza-autorappresentazione, passando per il nodo della violenza. Cigarini, pungolata dalle domande di Cavaliere, mostra quali e quante parole siano state messe in circolo, a ben guardare sono le stesse che la politica delle donne ha trasmesso e su cui ha riflettuto in questi quarant’anni, attraverso associazioni, librerie e tutte quelle realtà che hanno lavorato con convinzione e tenacia.
Una sfida femminista dunque che si è intesa – e si intende – capace di affrontare la crisi politica dell’ordine maschile, rilanciando la forza e la consapevolezza del femminismo. La questione del lavoro è stata molto presente a Paestum così come viene ulteriormente discussa anche nel libro con i riferimenti all’Agorà milanese, un luogo pensante fondato da Lia Cigarini e da altre che riflette sul lavoro riunendo donne e uomini intorno alle teorie e alle pratiche sul tema. Anche a Paestum il lavoro è stato centrale, nominato, sessuato nelle narrazioni della precarietà e sottoprecarietà, che si sono confrontate a partire da sé, riflettendo sulla materialità delle singole esistenze.

Verso la tuffatrice
Certamente l’altra questione aperta appare quella della rappresentanza, così come il conflitto e il tentativo di confronto tra politica prima e seconda. Nessuna parola definitiva è stata detta tuttavia e neppure la si attendeva. Se il femminismo italiano è da sempre la spinta propulsiva di una riflessione politica che metta al centro la libertà femminile e la sapienza delle pratiche di relazione, appare chiaro come Paestum abbia rafforzato e confermato la capacità e il potente confronto di soggettività politiche. Secondo Cigarini, «la crisi merita un pensiero efficace. Primum vivere mette al centro e indica come imprescindibile la materiale irruzione della soggettività, delle storie e delle vite (…) Primum vivere. La mia proposta dunque è di dire e ribadire pubblicamente quello che sappiamo su come vogliamo vivere e sul lavoro necessario per vivere, a partire dalla critica della evidente unilateralità dell’economia maschile, sia di quella dominante che di quella di opposizione. Con la consapevolezza che quello che si dice e si agisce ha un valore universale: vale non solo per le donne».
Le parole di Eleonora Forenza, ricordate da Cigarini, «siamo tutte femministe storiche», inchiodano alla responsabilità le diverse generazioni che attraversano le ragioni strettamente anagrafiche per dirsi anzitutto politiche – a Paestum come nell’intera cartografia italiana dei femminismi. Sono tuttavia le osservazioni di Maria Giovanna Piano – anche queste citate da Cigarini – ad apparire dirimenti per la forza di Paestum 2012, quella rappresentata dalla tuffatrice (versione che riprende l’immagine del tuffatore ritratto in una pietra tombale esposta nel Museo Archeologico di Paestum).
Di quella immagine, Piano segnala la movenza del tuffo declinato dalle parole delle donne come «azzardo, radicalità; la direzione è il cuore di una realtà disorientata che oggi più che mai chiede soggettività politica per una decifrazione «altra», per un «altro» passaggio». È davanti a quella distesa d’acqua, che è poi il movimento stesso del presente della politica declinato al futuro, che la soggettività imprevista del femminismo mostra la propria dirompenza. In quel tuffo, che inaugura ancora una volta – come fosse la prima – una separazione da quel che resta del patriarcato.
Bisognerebbe pensarci e discuterne ancora, perché il potere è altra cosa non solo rispetto all’autorità ma anche rispetto alla libertà. O almeno: c’è una bella differenza.

Triskel182

 

Margherita Hack

Addio Margherita Hack, signora delle stelle una vita controcorrente tra scienza e impegno Trieste, è morta a 91 anni: da tempo gravemente malata, aveva deciso di non curarsi più.

MARGHERITA Hack, la Signora delle Stelle, se n’è andata a 91 anni. Era da tempo gravemente malata, ma aveva deciso di non curarsi più, lasciando alla Natura la decisione di quando richiamarla a sé. Fino all’ultimo, dunque, è rimasta coerente con la sua figura di intellettuale impegnata. Da un lato, concentrata nello studio e nell’apprezzamento delle bellezze
del cosmo. L’astrofisica Margherita Hack.

DALL’ALTRO lato, incurante delle convenzioni stabilite e insofferente delle superstizioni condivise.
Fin dalla giovinezza, aveva imparato a vivere sana. Era nata in una famiglia vegetariana e non aveva mai mangiato carne, facendo sua la motivazione esposta dal filosofo Peter Singer nell’ormai classico libro Liberazione animale
(Mondadori, 1991): il fatto, cioè, che mangiare gli animali richiede di causare loro enormi sofferenze, dalla nascita…

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Triskel182

LA MAGGIORANZA: DDL SU DEROGA ALL’ART.138 IN AULA A LUGLIO.

Prove tecniche di colpo di mano, sulla Costituzione. Da piazzare nel cuore dell’estate, quando le spiagge sono piene e l’attenzione sul Palazzo crolla. La strana maggioranza del governo Letta ha fretta, tanta fretta di approvare il disegno di legge che prevede una deroga all’articolo 138 della Carta: la norma che pone precisi paletti temporali e di metodo alle leggi di revisione costituzionale. E allora, l’obiettivo è quello di approvare entro la prima settimana di agosto il ddl che abbatte i tempi del 138. “Le leggi di revisione della Costituzione e le altre leggi costituzionali sono adottate da ciascuna Camera con due successive deliberazioni ad intervallo non minore di tre mesi” recita l’articolo. Il disegno di legge vuole ridurre l’intervallo a un mese, ma solo per questa volta, senza modificare l’articolo. 

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Ernesto Che Guevara reunited with Simone de Be...

Ernesto Che Guevara reunited with Simone de Beauvoir and Jean-Paul Sartre, in Cuba. 1960 (Photo credit: Wikipedia)

Quanto mi sento lontano da loro, su questa collina. Mi sembra di appartenere a un’altra specie. Escono dai loro uffici dopo un giorno di lavoro, guardano le case e le piazze con espressione soddisfatta, pensano che questa è la loro città. Una ‘buona e solida città borghese’. Non hanno paura, si sentono a casa. Hanno visto solo acqua ammaestrata che esce dai rubinetti, luce che riempe le lampadine quando si accende l’interruttore. Hanno la prova, un centinaio di volte al giorno, che tutto avviene meccanicamente, che il mondo obbedisce a fisse e immutabili leggi. I corpi lanciati in uno spazio vuoto cadono tutti alla stessa velocità, il parco pubblico chiude ogni giorno alle quattro in inverno, alle sei in estate, il piombo si scioglie a trecentotrentacinque gradi centigradi, l’ultimo tram parte dall’Hotel de Ville alle ventitré e cinque. Sono tranquilli, talvolta un po’ cupi, e pensano al domani, in altre parole un nuovo oggi. Le città hanno solo un giorno a disposizione che ritorna sempre uguale ogni mattina.Che cosa succederebbe se qualcosa dovesse accadere? Cosa succederebbe se all’improvviso qualcosa palpitasse?
Jean Paul Sartre – La Nausea

Picture René Magritte

Quanto mi sento lontano da loro, su questa collina. Mi sembra di appartenere a un'altra specie. Escono dai loro uffici dopo un giorno di lavoro, guardano le case e le piazze con espressione soddisfatta, pensano che questa è la loro città. Una 'buona e solida città borghese'. Non hanno paura, si sentono a casa. Hanno visto solo acqua ammaestrata che esce dai rubinetti, luce che riempe le lampadine quando si accende l’interruttore. Hanno la prova, un centinaio di volte al giorno, che tutto avviene meccanicamente, che il mondo obbedisce a fisse e immutabili leggi. I corpi lanciati in uno spazio vuoto cadono tutti alla stessa velocità, il parco pubblico chiude ogni giorno alle quattro in inverno, alle sei in estate, il piombo si scioglie a trecentotrentacinque gradi centigradi, l'ultimo tram parte dall'Hotel de Ville alle ventitré e cinque. Sono tranquilli, talvolta un po' cupi, e pensano al domani, in altre parole un nuovo oggi. Le città hanno solo un giorno a disposizione che ritorna sempre uguale ogni mattina. Che cosa succederebbe se qualcosa dovesse accadere?  Cosa succederebbe se all'improvviso qualcosa palpitasse? Jean Paul Sartre - La NauseaPicture René Magritte

Penso anche con il cuore

Perché non si è mai una cosa sola

Triskel182

Insegna italiano in un istituto tecnico della periferia romana ed è commissaria interna agli esami di maturità. Da quando ha ricevuto quella telefonata, le si è rovesciato il mondo. «Professoressa? Sono il padre di Andrea». Uno dei suoi maturandi migliori. Un adolescente caparbio che per tutto l’anno si è diviso fra lo studio e il lavoro in nero ai tavoli di una pizzeria. «Professoressa, la chiamo per la maturità di mio figlio…». «Non si preoccupi, Andrea la supererà senza problemi». «E’ proprio questo il punto… Ho bisogno che lei me lo bocci».   

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MERCOLEDÌ 26 GIUGNO 2013

VOGLIAMO LA NOMINA DELLA MINISTRA PER LE PARI OPPORTUNITA’

Copincollo di seguito la petizione creata da Barbara Spinelli in merito al destino del ministero per le pari opportunità dopo la vicenda Idem. Credo anch’io, infatti, che un tema importante come questo in Italia meriti assolutamente un ministero a sé.
E’ possibile firmare la petizione a questo link.

“Al Presidente del Consiglio dei Ministri Enrico Letta
E.p.c.
Al Presidente della Repubblica
Al Presidente del Senato On. Grasso
Alla Presidente della Camera On. Boldrini
A tutti i Ministri e le Ministre della Repubblica
A tutti e tutte le Parlamentari
A tutte e tutti i Presidenti delle Regioni italiane
A tutte e tutti i Presidenti delle Assemblee legislative regionali
A tutte le Consigliere di parità
A tutte e tutti gli Assessori alle Pari Opportunità
A tutti i direttori e alle direttrici delle testate informative italiane e locale
Ai Sindacati
Alle Associazioni di categoria
Alla cittadinanza tutta
Egregio Presidente Letta,
la prevenzione ed il contrasto alla violenza maschile sulle donne rappresenta una priorità per il Paese.
Le donne italiane, per richiamare le Istituzioni ad agire con responsabilità, hanno utilizzato tutti i meccanismi internazionali, portando la loro voce davanti al Comitato CEDAW, alla Relatrice Speciale dell’ONU contro la violenza sulle donne, al Consiglio per i Diritti Umani.

Le raccomandazioni delle Nazioni Unite al nostro Paese sono nette nell’affermare che “l’elevato numero di  donne uccise dai propri partner o ex-partner (femminicidi), può indicare il fallimento delle Autorità dello Stato nel proteggere adeguatamente le donne, vittime dei loro partner o ex-partner”.
La Ministra Idem ha il merito di aver creato immediatamente una sinergia con la società civile e con le altre Istituzioni per definire una strategia responsabile e coordinata, di lungo termine, per la prevenzione e il contrasto alla violenza maschile sulle donne.
Questa volontà politica di portare avanti una risposta non emergenziale al problema, ma strutturata e condivisa, rappresenta un ottimo esempio di buona politica e di azione adeguata per raggiungere risultati concreti, a partire dalla rilevazione delle risorse e delle criticità esistenti.
 Ci giunge notizia che, dopo la sollecitazione delle dimissioni della Ministra Idem, questo Governo vorrebbe re-distribuire le deleghe, senza procedere alla nomina di una nuova Ministra.
Ebbene, noi lo troviamo un gravissimo atto di irresponsabilità Istituzionale.
Oggi più che mai c’è bisogno di una “cabina di regia”, che solleciti il contributo dei singoli attori istituzionali e non, al fine di apportare nel nostro ordinamento le riforme necessarie a rendere funzionante il meccanismo delle pari opportunità, per la prevenzione e per la predisposizione di efficaci meccanismi di tutela che consentano alle donne di  difendersi da ogni forma di discriminazione e violenza di genere.
La Relatrice Speciale dell’ONU contro la violenza sulle donne ha chiesto all’Italia di “istituire una singola struttura governativa dedicata a trattare esclusivamente  in genere la questione del raggiungimento dell’uguaglianza sostanziale e in  particolare la violenza contro le donne, per superare la duplicazione e la mancanza di coordinamento”, perché questo ha rappresentato, fino a ieri, uno dei motivi principali dell’inefficacia delle azioni intraprese.
La spartizione delle deleghe tra altri Ministri, non farebbe altro che accentuare questa frammentarietà, non solo di azioni ma anche di intenti.
Urge prendere atto che la Ministra delle Pari Opportunità non potrà più essere considerata una figura accessoria, rinunciabile ad libitum, e che riveste un ruolo primario per assicurare l’efficacia dell’azione del Governo nell’adempimento delle sue obbligazioni internazionali in materia, assunte in particolare a seguito della ratifica della CEDAW e della Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica.
Siamo certe/i che Lei vorrà capire la rilevanza delle argomentazioni che Le sottoponiamo e che vorrà comprendere la nostra determinazione nel desiderare ardentemente che il nostro Paese, per cancellare un passato recente in cui la dignità delle donne troppo spesso è stata pubblicamente calpestata, scelga finalmente di anteporre agli equilibri politici la possibilità di vita e di libertà per le donne.
Si assuma quindi il carico della responsabilità che onera le Sue spalle in quanto Presidente del Consiglio dei Ministri, decida attraverso la Sua scelta di agevolare la costruzione di un percorso adeguato di riforma politica, amministrativa e legislativa delle Istituzioni per poter adeguatamente prevenire e contrastare la violenza maschile sulle donne.
Prenda atto di quanto risulta preziosa per le donne e di pregio per il Suo Governo la strategia avviata da Josefa Idem nel breve periodo di incarico come Ministra, Le chieda di continuare a ricoprire  ad interim la carica di Ministra per le Pari Opportunità, o scelga celermente una figura altrettanto competente e dialogante, che possa degnamente continuare il percorso di riforme dalla stessa iniziato.”
 
(Fonte: Firmiamo.it)

Triskel182

La ministra Idem si è dimessa: non sopportava di restare in un governo sostenuto da Berlusconi. A parte gli scherzi, fino a pochi anni fa una doppia mazzata come quella di ieri avrebbe creato sconquassi umorali nel Paese. Il politico italiano più conosciuto nel mondo condannato a sette anni e interdetto dai pubblici uffici per reati odiosissimi.

Una ministra della Repubblica costretta ad andarsene a casa (pardon, in palestra) per avere evaso le imposte sugli immobili. E invece, se si escludono i giornalisti, i politici e le tifoserie strette, l’impressione è che ormai questi eventi scivolino addosso agli italiani senza lasciare altra impronta che un sospiro di fastidio misto ad assuefazione. L’assillo economico ha scompaginato le priorità, persino quelle dell’ira. Chi non dorme la notte per un mutuo da pagare o un figlio da occupare non riesce a eccitarsi per delle partite di giustizia e potere che si dipanano in…

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Terra Santa Libera

Il folle progetto sionista si realizzerá con la pulizia etnica locale e la ricostruzione del tempio sul Monte Moriah

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