gen 11, 2014

#PartoDaMe: io imperfetto. Mi considererai un mostro?

Sono Gianfranco, mi piace leggere, facevo l’università, non ho portato a termine gli studi, ora faccio il dipendente di un grosso magazzino. Mi hanno spiegato che se hai problemi con tuo padre quel conflitto si esercita attraverso la madre. Deve essere vero perché io volevo che mia madre mi desse ragione e si schierasse dalla mia parte. Volevo che lei lo lasciasse e rimanesse con me. Invece ha scelto lui, o meglio, non ha scelto. Mi ha detto proprio questo: “Non intrometterti. Se vuoi restare qui con noi devi convincerti che quello è tuo padre e mio marito. Altrimenti vai per la tua strada.” e appena ho trovato un lavoro io me ne sono andato.

Ancora oggi vado inconsapevolmente alla ricerca della approvazione di mia madre ma più che approvazione intendo che una donna deve fare quello che dico io per dimostrare il mio valore. La mia ragazza dice che è mia la responsabilità. Mia madre aveva il diritto di fare la scelta che preferiva e io non le potevo imporre niente, anche se penso che lui l’abbia resa infelice. Ma quello che non riuscivo a dire a me stesso è che ha reso infelice me e avrei voluto che lei si salvasse per salvarmi. Non sono mai riuscito a risolvere quel conflitto. Io e mio padre non ci parliamo più e non mi interessa neanche farlo. Non mi interessa più.

Adesso sono combattuto. A volte penso che inconsciamente volessi sostituirmi a mio padre, dominare l’ordine di casa e fare il capo famiglia e altre volte invece penso semplicemente che la mediazione forzata di mia madre mi abbia impedito di buttare fuori dalla mia vita un uomo che non mi piaceva. Vedere lei significava vedere anche lui. Perché lei non se ne è liberata? Perché ha preferito lui a me? Perché sono io ad essere rimasto a margine dalla loro vita?

Non voglio giudicare i loro equilibri di coppia, certe donne sono strane. Si lamentano, soffrono, ma poi restano attaccate agli uomini che dicono renderle infelici. La mia ragazza dice che le cose sono un minimo più complesse, che non esistono relazioni perfette e che comunque un figlio non deve e non può interferire con le scelte di una madre. D’altronde una madre non potrebbe interferire con le scelte di un figlio adulto se anche ritenesse che lui stia compiendo un errore. Quello che si può fare è esserci, senza ricatti, senza ultimatum e “lui o me” è in qualche modo un ricatto al quale lei non poteva che rispondere, dolorosamente, come ha fatto.

Mi chiedo se anche fossi rimasto come avrei potuto cambiare qualcosa o se è a me che spettava quel compito e cerco di colmare vuoti e risolvere i sospesi perché questa cosa condiziona, che io lo voglia o no, la mia attuale vita. Sono perciò invadente, intrusivo, autoritario. Sono sempre lì a tentare di tenere sotto controllo la vita della mia ragazza perché qualunque sia la donna con cui entro in relazione, se non si affida a me, se non mi riconosce autorità di gestire anche la sua vita, io mi sento perso. Mi sento escluso. Mi sento solo.

Ho dei problemi, penso che potenzialmente potrei fare del male alla mia ragazza e probabilmente gliene faccio. Gli addebito alcune mie cattive azioni così come in parte addebito a mia madre un po’ di miei cattivi comportamenti. Non so davvero come risolvere e non vedevo questo tratto di me fino a quando non mi sono scontrato con la mia ex che per questa ragione mi ha lasciato. Quando l’ha fatto mi sono sentito rifiutato. L’ho perseguitata per un po’. Quando me l’ha fatto notare l’ho derisa, le ho detto che in realtà era paranoica, che esercitavo il mio pieno diritto di dirle quello che pensavo. Il punto è che lo dicevo sui social network, alle persone che lei conosceva, sostanzialmente l’ho diffamata e insultata ovunque facendomi aiutare anche dagli amici e dalle amiche. Soprattutto dalle amiche che erano gelose di lei, non so perché. Volevo che soffrisse. Volevo che soffrisse come stavo soffrendo io.

Poi ho incontrato la mia attuale ragazza e un po’ ho capito. Non ho chiesto scusa, perché per uno come me è difficile ammettere che una persona che ha sfidato la mia autorità possa avere ragione. E dire che mi vantavo di essere sensibile al problema della violenza sulle donne. Dicevo di voler aiutare mia madre e poi scopro di aver pensato solo a me stesso. Perché se una donna dice di voler fare di testa propria, che sia mia madre, la mia ex ragazza, quella attuale, io sbatto la porta, mi arrabbio, o con molta calma insulto ritenendoti comunque non meritevole di considerazione perché potresti esserlo solo se obbedisci a me.

Partire da se’ significa dire a me stesso queste cose, per nulla piacevoli, sapere che non sono perfetto e buttare giù una maschera che tengo in vita perché altrimenti ho paura di essere ferito, ancora abbandonato e rifiutato. Ho anche il timore di essere confuso con chi uccide una donna perché penso che tra quella violenza e quello che faccio io, che non ho mai messo una mano addosso a una donna, ci sia una grande differenza. Quello che succede a me mi sembra quasi normale, umano, sono atteggiamenti che vedo tutti i giorni, sbaglio io, sbaglia lei, ma anche questa cosa qui ora che ti scrivo mi sembra una giustificazione dovuta all’esigenza di distinguermi da quelli che considero mostri.

Ma sono mostri per davvero? Anormali? Oppure sono io che faccio parte di quel banale gruppo di umani che considera la violenza come qualcosa da rilevare solo quando c’è una emergenza senza considerarne gli aspetti strutturali, abituali, quotidiani, le prassi ordinarie? E quanti sono quelli che non raccontano di se’ per timore di essere stigmatizzati in quanto mostri? Forse che raccontarsi non sarebbe un po’ più utile per riflettere ad alta voce e riconoscersi, l’un l’altro, nelle esperienze raccontate, per poter fare un po’ meglio?

Il guaio è che se leggi di questi problemi scritti da un uomo sembra quasi che quell’uomo abbia toccato vette divine inarrivabili. Perfetti, lindi, puri, non hanno una pecca, e quando parlo io, se parlo, arriva un divieto morale: non devo confessare le mie debolezze perché gli uomini non hanno vie di mezzo, sono salvatori o carnefici. Dunque con chi parlo io? Come affronto quello che mi succede? Come faccio a  prendere parte a una discussione senza dover per forza vestire i panni della vittima, del carnefice o della persona che dall’alto pronuncia frasi su verità di cui non sono neppure consapevole? Come faccio a condividere una opinione se io non ho maturato consapevolezza su quello che succede a me?

Io ho questo da dire, per ora, e nonostante ciò non mi sento colpevole, non sono vittima, ma questa è la mia prospettiva. Dirlo mi aiuta. Dirlo significa già che quando parlo con te ci guardiamo in faccia, siamo imperfetti, umani, siamo pari. Ora che ti ho mostrato le mie fragilità, i miei “difetti”, quello che dico per te ha valore o non ne ha proprio più? Perché di questo io ho paura.

Ho passato tanto tempo a tentare di scovare i difetti della mia ex per toglierle valore, per rinfacciarle ogni volta le sue debolezze di modo che potessi dominarla meglio, piegarla al mio volere, imporle la mia autorità, ché se incrini la credibilità di chi ti sta vicino o chi conosci, se le togli giorno dopo giorno sicurezza, infine non potrà più dirti che tu sbagli perché quello che dice non conta proprio niente. Il fatto è che lei, piegata, screditata, insicura, psicologicamente provata, mi ha comunque detto no e se ne è andata. Ha rialzato la testa ha detto no e se ne è andata.

Io ho il terrore che altri possano fare a me quello che io ho in qualche modo fatto a lei. Ho anche paura che la società, com’è d’uso, prenda le mie parole e mi imponga uno stigma che archivia tutto dentro una prigione qualunque senza che di fatto cambi niente. Ho paura che per la persona che mi ascolta io resti solo questo, un uomo imperfetto, contraddittorio, incoerente, senza nulla più da dire e da dare. Ho il terrore che le mie fragilità possano diventare la ragione per cui qualunque cosa io dica non varrà più niente. Io stesso non varrò più niente. Tu, dimmi, mi starai a sentire? Parlerai con me dopo che ti ho detto questo? O avrei fatto meglio a tenere per me tutto quanto? Come faccio a raccontare le mie verità, così difficili da dire anche a me stesso, se l’attimo dopo chi mi ascolta potrebbe solo guardarmi come fossi un mostro?

Ps: Questa narrazione va inserita nel capitolo del “partire da se’” di un uomo che si è raccontato e voleva raccontare. Io l’ho sintetizzata e riscritta come fosse una storia perché la discussione con “Gianfranco” è stata lunga e articolata, ma lo ringrazio di essersi messo in gioco, alla pari, con me, in un reciproco riconoscimento. Non sono un essere superiore, non sono un prete e quindi non c’è assoluzione, non si tratta di una confessione ed è tutto molto ma molto più laico. Non ho bisogno di sentenziare e giudicare e, infine, io lo vedo, si, e certo che lo ascolto. Grazie!

—>>>Potrebbe essere utile leggere una storia che ho scritto qualche tempo fa.

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