—  Andrea Colombo, 8.8.2014

Palazzo Madama. La sedia vuota di Renzi, il tabellone mezzo spento, le facce scure. Il giorno del trionfo annunciato si chiude con un bilancio tutto negativo. Persino Calderoli si astiene e minaccia di remare contro


Matteo Renzi

Comin­cia con una sedia vuota. Fini­sce con un tabel­lone dei voti in cui metà delle luci sono spente. Due istan­ta­nee che resti­tui­scono per intero il senso di un trionfo atteso e pre­pa­rato muta­tosi alla fine nella mesti­zia di una di quelle vit­to­rie che pesano più delle sconfitte.

Su quella sedia vuota, pro­prio al cen­tro dei ban­chi del governo, doveva sedersi Mat­teo Renzi, per poi pren­dere la parola di fronte al Paese in festa e riven­di­care il merito di aver sgo­mi­nato la mel­mosa truppa di fre­na­tori attenti solo alle pre­bende. Il vec­chio che final­mente arre­tra di fronte all’avanzata impe­tuosa di un capo capace di indi­care una data, l’8 di ago­sto, e poi rispet­tarla come un cro­no­me­tro. E le tele­vi­sioni lì, a immor­ta­lare lo sto­rico momento e met­tere in diretta comu­ni­ca­zione il con­dot­tiero col Paese, ché certo non era ai sena­tori, mestie­ranti loschi della poli­tica, che il gene­ra­lis­simo inten­deva rivol­gersi. A quelli, nella sce­neg­gia­tura di palazzo Chigi, toc­cava la parte ingrata dei fel­loni vinti.

La sedia è rima­sta vuota. Il discorso al popolo accla­mante sarà per un’altra volta, quando la riu­scita dello spet­ta­colo sarà garan­tita. Sta­volta no, non ci si poteva nep­pure spe­rare. E’ stata la stessa truppa del pre­si­dente, i sena­tori del Pd, a scon­si­gliare lo show. Con una riforma, per dirla con Lore­dana De Petris di Sel, «impo­sta dalla mag­gio­ranza alla mino­ranza e dal governo alla mag­gio­ranza», c’era il caso che i fischi sover­chias­sero gli applausi. Con l’economia di nuovo a picco, c’era da scom­met­tere che qual­cuno avrebbe posto impor­tune domande sul per­ché, invece di met­tere mano ai capi­toli urgen­tis­simi, il Dina­mico abbia pre­fe­rito per­dere mesi die­tro a un riforma di limi­ta­tis­sima utilità.

Poi, c’era lo spet­tro di quel deso­lato tabel­lone mezzo spento, e nep­pure quello avrebbe gio­vato allo spet­ta­colo. Non è mica la prima volta che qual­che gruppo par­la­men­tare sce­glie di non par­te­ci­pare al voto, revo­cando così in dub­bio non la qua­lità della legge ma la legit­ti­mità stessa della pro­ce­dura. Però di solito non capita quando ci sono di mezzo le riforme costi­tu­zio­nali, per­ché quello è un com­parto in cui, se viene messa in forse la legit­ti­mità sostan­ziale, il fal­li­mento è garan­tito in par­tenza. Le Costi­tu­zioni ser­vono appunto a tenere insieme, devono offrire un ter­reno comune a tutti o quasi. Se le applaude solo chi le ha scritte, val­gono un po’ meno della carta straccia.

Almeno a diser­tare fosse stato un solo par­tito, anche forte ma iso­lato: in quel caso si fa pre­sto a bol­lare di sabo­tag­gio e cro­nica man­canza di senso dello Stato i reprobi. Invece a non votare sono tanti, e troppo diversi tra loro per ipo­tiz­zare una comune intel­li­genza: c’è il Movi­mento 5 Stelle ma anche la Lega, C’è il Gruppo Misto-Sel, il Gal, che per essere stato costruito nei labo­ra­tori di Arcore si è poi rive­lato molto meno obbe­diente dei liberi sena­tori del libero Pd.

Non basta: per­ché poi ci sono pure i dis­si­denti, e non si accon­ten­tano di sde­gnare la scheda. Pren­dono la parola “in dis­senso”, e uno dopo l’altro mitra­gliano non solo la sostanza della riforma, ma anche la dis­sen­nata pro­ce­dura con cui la si è appro­vata affron­tando rego­la­menti col man­ga­nello. I ribelli del Pd ancora ancora sal­vano le forme e fanno finta di rico­no­scere al pre­si­dente Grasso una con­du­zione, se non pro­prio impec­ca­bile, almeno tol­le­ra­bile. Augu­sto Min­zo­lini, che parla per i dis­si­denti dell’altra sponda, non si perita. Dice quello che a palazzo Madama sanno tutti ma che non sta bene affer­mare a voce alta. Rin­fac­cia a Grasso una per una le scor­ret­tezze di cui si è reso arte­fice. Lo liquida come ver­sione rive­duta e cor­retta dell’eterno Abbondio.

Sin qui il copione atteso, che bastava e avan­zava per tenere lon­tano don Mat­teo. Poi sono arri­vate le sor­prese. Chi l’avrebbe mai detto che la sena­trice a vita Cat­ta­neo si sarebbe lan­ciata in una simile requi­si­to­ria? «Sono arri­vata senza un giu­di­zio sulla riforma, decisa a seguire i lavori e poi deci­dere. Ma sia per i con­te­nuti del testo sia per il metodo con cui la si è varata non posso che votare con­tro» con l’astensione. Segue un atto d’accusa duris­simo, che lascia la mag­gio­ranza a bocca aperta. Non per modo di dire: seduto al suo fianco Mario Monti spa­lanca le lab­bra sem­pre più via via che il j’accuse pro­se­gue e s’indurisce. E’ una con­danna senza appello, quella della scien­ziata, tanto più dolo­rosa per­ché lei certo non la si può accu­sare di par­lare solo per par­tito preso.

E che dire di Roberto Cal­de­roli, che sarebbe co-relatore, però si astiene (che al Senato è appunto come votare con­tro)? Sera­fico, denun­cia pres­sioni di ogni tipo e se non fa il primo nome dello Stato poco ci manca: «Mi hanno tele­fo­nato tutti, tranne il Papa». Poi fin­gen­dosi affa­bile minac­cia: «Se alla Camera la legge miglio­rerà l’astensione diven­terà voto a favore. Se peg­gio­rerà sarò nemico di que­sta riforma. Sta a voi deci­dere». Il voto finale è impie­toso: 183 sì. Lon­ta­nis­simi dalla mag­gio­ranza di due terzi neces­sa­ria per fare del refe­ren­dum con­fer­ma­tivo una gen­tile con­ces­sione del nuovo onni­po­tente. Sarà un refe­ren­dum obbli­ga­to­rio e dun­que vero, non un plebiscito.

Fini­sce così una bat­ta­glia che il governo ha voluto cam­pale, e il cui risul­tato reale si leg­geva ieri nella facce meste della mini­stra Boschi e della pre­si­dente Finoc­chiaro. Tutta la gio­stra dell’ultimo mese è stata in realtà tempo perso. La riforma dovrà cam­biare alla Camera, poi tor­nare al Senato. Insomma il primo giro ha ancora da comin­ciare, per­ché le let­ture, alla fine, non saranno 4 ma, bene che vada, 5. E l’Italicum è ancora tanto in alto mare che Pd, Fi e Ncd hanno con­cor­dato ieri di rin­viarne l’esame, anti­ci­pando il prov­ve­di­mento sulla Pa. La legge elet­to­rale verrà appro­vata per dicem­bre. Forse.
Il giorno del trionfo si chiude così con un bilan­cio da Leh­man Bro­thers. La riforma è pes­sima. Ha spac­cato il Par­la­mento e spac­cherà il Paese soprat­tutto gra­zie alla stra­te­gia musco­lare del suo inven­tore. E non sarà nep­pure rapida: per non spre­care un mese a trat­tare con mezzo Senato, Renzi ne per­derà sei con la quinta let­tura. Com­pli­menti, presidente.