Cinquanta sfumature di abusi

Lee Marshall

Per me la scena più scioccante di Cinquanta sfumature di grigio, che è passato ieri fuori concorso alla Berlinale, non è una delle tante (ma non tantissime) sequenze di sesso sadomaso raffinato e patinato. Né quella in cui la giovane, carina laureanda Anastasia Steele, interpretata da Dakota Johnson, chiede a Christian Grey (Jamie Dornan), il ricco e dispotico uomo d’affari che la attrae, ma che accetta di stare con lei solo se viene incontro ai suoi gusti strani, di cancellare le voci sul fisting anale e vaginale dal contratto che lui, dominatore, sta chiedendo a lei, sottomessa, di firmare (se non sapete che cos’è il fisting, meglio per voi).

È quella, invece, in cui, la mattina dopo la loro prima notte di amore, Anastasia scende nella cucina di Christian, nel suo appartamento incredibilmente chic che domina (metafora!) la città, una città moderna con le strade che si diramano verso l’orizzonte come gambe spalancate, e gli prepara la colazione.

Vestita solo con una camicia da uomo, Anastasia ancheggia in modo sexy mentre sbatte le uova: perfetto simbolo di una donna liberata di oggi. Liberata, per i canoni del film, perché ha scelto lei di preparare le uova per l’uomo di cui si sta innamorando. Perché ha scelto lei di mettersi con lui pur sapendo che è uno a cui piace far male alle donne, sempre (per carità) entro i limiti convenuti tra le due parti. Perché ha scelto lei, durante il film, di non aprire mai un libro o accennare un singolo discorso culturale o politico nonostante la sua laurea (decorativa, a quanto sembra) in letteratura inglese.

Il problema è che il film, come prodotto d’intrattenimento, non è fatto male. È trasgressivo al punto giusto, sexy al punto giusto, drammatico al punto giusto, recitato abbastanza bene, con due personaggi che, rispetto al libro da cui è tratto, sono diventati degli esseri riconoscibilmente umani. È fotografato (molto) bene e ha una colonna sonora che venderà molto anche perché – chissà con quale esca economica – i produttori sono riusciti a convincere delle star della levatura di Annie Lennox e Beyoncé a farne parte (non c’era bisogno, forse, di un’altra versione diCrazy in love, ma bisogna ammettere che questa qui è parecchio bella).

Inoltre, è un film tratto da un libro scritto da una donna, adattato per lo schermo da una donna e diretto da una donna, Sam Taylor-Johnson, le cui credenziali artistiche sono garantite dal suo passato da videoartista (nel 1997 ha vinto in premio Illy come giovane artista più promettente alla Biennale d’arte di Venezia).

Ma le sue qualità artistiche e le sue firme al femminile non fanno altro che peggiorare le cose. Perché vuol dire che un film che prende il femminismo in volata e lo ributta verso l’età della pietra non verrà visto, da molti, per quello che è.

Cinquanta sfumature di grigio è da una parte l’ennesima versione di Cenerentola, una specie da Orgoglio e pregiudizio con variante sadomaso, in cui una bella ragazza povera (che in questo caso vuol dire non straricca), impacciata ma indipendente, si innamora di un uomo ricco e arrogante. È un film in cui la lotta femminista si riduce al tentativo di far innamorare e poi “rieducare” l’uomo che ti vuole solo legare, frustare e sculacciare.

Ma non solo. Perché Christian Grey non ricorre agli abusi solo all’interno della sua “stanza segreta”. Dopo il primo incontro segue Anastasia a casa, installandosi in un albergo nei paraggi; quando lei commette l’errore di telefonargli da una festa, piomba lì nell’arco di qualche minuto, presumibilmente perché lei non ha disattivato il servizio localizzazione sul suo smartphone e lui, uomo potente, ha i suoi mezzi. Senza chiederle il permesso, fa vendere il suo vecchio Maggiolino e le regala una coupé rossa fiammeggiante. Le regala anche un nuovo computer per sostituire quello rotto – e la prima cosa che appare quando lei lo accende è un suo messaggio. Quando lei, finalmente preoccupata dal suo controllo ossessivo, torna da Seattle a Savannah, in Georgia, a trovare la mamma (a tre fusi orari di distanza), lui spunta dal nulla, appena dopo averle mandato un sms per dire che non doveva ordinare quel secondo cocktail. La sua reazione? L’accenno di un broncio, niente di più.

Sappiamo tutti come si chiama questo comportamento. È violenza psicologica che può sconfinare in stalking. Il fatto che Anastasia accetti le avances di Christian non cambia niente: lui non le lascia lo spazio per prendere delle decisioni veramente libere.

Si ha l’impressione che forse c’è stata una fase durante la scrittura della sceneggiatura in cui gli abusi di Christian erano ritratti più onestamente. Come abusi. Ma ne sono rimaste poche tracce nella versione finale. Fornire a Christian una backstory in cui ha a sua volta subito degli abusi quando era piccolo, è solo la clausola di recesso di una sceneggiatura disonesta. E lei, tornando sempre da lui, diventa la classica vittima di abusi recidiva. L’idea che una donna può aggiustare un uomo “rotto” con la sola forza dell’amore è una classica illusione, presente in tanti casi di violenza domestica.

In Gran Bretagna, un gruppo che si chiama 50 shades of domestic abuse sta organizzando una protesta per l’anteprima del film a Londra. Negli Stati Uniti è stata lanciata una campagna dal nome 50 dollars not 50 shades, per incoraggiare le persone a donare 50 dollari alle associazioni che combattono la violenza domestica invece di spenderli al botteghino. Sono piccole iniziative che probabilmente saranno schiacciate dal rullo compressore del battage mediatico intorno al film, ma sono importanti.

Ma forse la cosa più disgustosa dell’intera vicenda è il cattivo gusto dimostrato nella scelta della data di uscita mondiale del film.

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