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QUANDO LA MAMMA È “CATTIVA”

MASSIMO RECALCATI

IL CASO di Martina Levato pone in questi giorni, tra gli altri, questi interrogativi, ai quali, però, se ne devono aggiungere altri ancora: una donna che si è macchiata di un reato gravissimo come quello di sfregiare con l’acido un proprio ex mentre già sapeva di essere incinta può diventare una madre sufficientemente buona?

L’insegnamento della psicoanalisi è che la maternità — come la paternità — non è mai solo un evento biologico, ma è innanzitutto un evento del desiderio. La natura non è mai sufficiente in sé — come spiega bene anche il testo biblico — per fare sorgere la vita in quanto vita umana. È necessario qualcos’altro; l’intervento di un elemento terzo, l’intervento della parola e di una adozione simbolica. Il caso di Martina Levato e del suo partner dovrebbe già bastare ai sostenitori incalliti della cosiddetta famiglia naturale a comprendere che essere una coppia eterosessuale non è mai una condizione sufficiente per garantire una genitorialità sufficientemente buona. Lo sappiamo: quello che davvero conta è l’apertura verso il figlio, la disponibilità ad arretrare, a diminuire, a fare spazio, a decentrarsi, a donare, come direbbe Lacan, quello che non si ha. Diventare genitori comporta un taglio, una discontinuità nella nostra esperienza del mondo e di noi stessi: una responsabilità illimitata irrompe modificando per sempre la nostra percezione delle cose.

Nel gesto del pm del tribunale dei minori, Annamaria Fiorillo, non c’è alcun esercizio sadico e impietoso del potere. Non si tratta del rovescio speculare della crudeltà dello sfregio di cui si è macchiata Maria Levato. Piuttosto questo atto segnala l’esistenza di una Legge terza che intende tutelare la vita del bambino, segnala una giusta e sacrosanta preoccupazione.

La psicoanalisi sottolinea come ogni maternità è avvolta da fantasmi inconsci. Dalle perizie psichiatriche effettuate in occasione del processo, sembra essere stata la maternità stessa a portare questa giovane donna verso l’esigenza “delirante” di una “purificazione” di se stessa che le avrebbe imposto di farla finita con il proprio ex e con il “male” che egli rappresentava. Anziché simbolizzare un passaggio soggettivo così grande e delicato come quello della maternità che implica sempre un salto dall’essere figlia all’essere madre e, dunque, un lutto nei confronti del rapporto con la propria madre e, soprattutto, con la sua ombra, questa giovane donna “agisce” violentemente contro un oggetto, contro il suo ex, contro una presenza divenuta (del tutto immaginariamente) persecutoria; lo sfigura perché la sua immagine le ricorda quello che di se stessa non può più tollerare. Potrebbe fare altrettanto con il proprio bambino? Non è forse a questa questione che dovranno rispondere i giudici?

Eccoci di nuovo circondati da domande alle quali non si può rispondere rifugiandosi in facili generalizzazioni: quale oggetto è un bambino per la propria madre? Quali fantasmi la nascita reale di un figlio può sollevare? Cosa comporta passare dal bambino fantasticato nella gravidanza ad un bambino che non è più mio, che appare nel mondo come una vita altra, come una vita diversa? Di quanta disponibilità ad oltrepassare il proprio Io deve testimoniare una madre? È questa una verità profonda che attraversa silente questa triste e drammatica vicenda: nessuna Legge potrà mai riparare un figlio dai fantasmi dei propri genitori.

17 agosto 2015

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