Category: CINEMA


Controradio è una radio “libera”, così si sarebbe detto negli anni 70′ Io l’ascolto appunto dagli anni 70′ E sabato 9 gennaio l’ho sentita praticamente quasi tutto il giorno. E’ attraverso la radio che ho saputo che David Bowie ha programmato l’uscita del suo ventottesimo cd il giorno successivo a quello del suo sessantanovesimo compleanno, proprio il 9 gennaio. Un disco pieno di atmosfera quasi mistica, con svariati spunti jazzistici, un disco molto particolare. E proprio il 9 gennaio, in occasione della riapertura del Teatro Niccolini, a Firenze, c’ è stata l’inaugurazione del teatro restaurato. Io e Alessio, il padre di mia figlia, ci siamo conosciuti alla fine degli anni 70′, una sera di inverno e siamo andati con altre ragazze e ragazzi a teatro, al Niccolini, appunto, a vedere “A porte chiuse” di Sartre. E’ stato amore a prima vista, abbiamo seguito la rappresentazione tutto il tempo  mano nella mano. Quando ci siamo rivisti, la seconda volta, sono andata a casa sua e mi ha fatto vedere tutti i suoi lavori a china e con gli acquerelli e le tempere e fatto sentire David Bowie. Di lui era già innamorata e i suoi lavori mi hanno fatto innamorare ancora di più ed è stato un colpo di fulmine anche per la musica di Bowie. Quando ho messo in collegamento tutto, sono rimasta perplessa e sorpresa nello stesso tempo. E poi due giorni dopo è morto, non sapevo neanche che fosse malato e l’apprensione ha preso il sopravvento. Molti che mi sono piaciuti e che hanno significato qualcosa in particolari momenti della mia vita sono morti ed oggi purtroppo persone di spessore, complesse, non banali, ce ne sono poche, pochissime. Sono profondamente triste.

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Il regista: bisogna ridere di tutto

Dal 26 novembre la commedia di Van Dormael con Benoit Poelvoorde

Roma (askanews) – Parla di religione, è ambientato nella capitale belga, ma non ha niente a che fare con la caccia ai terroristi delle stragi di Parigi: “Dio esiste e vive a Bruxelles”, l’ultimo film di Jaco Van Dormael, è una commedia che si prende beffa della religione, che mostra un Dio in vestaglia e pantofole, crudele e sadico, che si diverte a far soffrire gli uomini, manovrando tutto dalla sua tristissima casa in Belgio. E’ una commedia nera e dissacrante interpretata da Benoit Poelvoorde, nei cinema italiani dal 26 novembre.

Il regista ha spiegato: “Penso che quello che sta succedendo in questi giorni non ha niente a che fare con la religione: si tratta di conflitti tra forze che utilizzano la religione per creare paura. Ho cominciato a scrivere il film quando a Parigi c’erano le manifestazioni contro i matrimoni gay, lo stavo montando quando c’è stata la strage a Charlie Hebdo, è ho pensato che bisognava assolutamente continuare ad avere utopie e a credere che si può ridere di tutto, con tutti”.

Nel film la figlia di Dio, Ea, di 11 anni, per fare un dispetto al padre comunica a tutti gli uomini la data della loro morte, e, ovviamente, ognuno di loro cambia rotta e priorità. Il regista, che non è credente, ma ha letto molto attentamente la Bibbia, ha detto:

“In quel testo ci sono dei bei personaggi, delle belle scene, dei bei pensieri, ma è troppo concentrato sull’obbedienza, sul fatto che la gioia non è qui e ora ma ne godremo domani, sul fatto che bisogna sottomettersi, espiare, che un giorno avremo una risposta a tutto. Io credo nel dubbio, credo che non ci siano risposte ai nostri dubbi ma che le domande siano comunque molto belle, creddo che il fatto di vivere su questa terra non sia male… Quindi cerco di fare film che non diano risposte, ma offrano una percezione di quello che sta succedendo intorno a noi”.

http://www.askanews.it/

In un mondo di solitudine e silenzio la crepa nell’ordine di un amore inatteso

Concorso. Storia di Michael Stone, uomo di fama mondiale che scopre l’anomalia di innamorarsi

Cristina Piccino VENEZIA

Edizione del 09.09.2015

Pubblicato 9.9.2015, 0:57

Aggiornato 8.9.2015, 21:29

Lui si chiama Michael Stone, aspetto ano­nimo, fama mon­diale, il suo libro è dive­nuto la Bib­bia di tutti coloro in cerca di affer­ma­zione: How May I Help You Help Them ovvero come moti­vare i ven­di­tori di tutto il mondo, mana­ger e pre­cari, impie­gati e team lea­der per incre­men­tare le ven­dite del 100%. Ma cosa ci sarà nella sua testa, quale sarà il suo occhio sul mondo? Facce tutte uguali, maschi e fem­mine, adulti e bimbi, le voci tutte da uomo, l’unico diverso è lui col suo accento bri­tish che a Cin­cin­nati, città con lo zoo a misura, fati­cano a capire. Nei suoi incubi di uffici kaf­kiani è preda di bra­mo­sie nau­seanti, nei suoi sogni cerca la crepa nell’ordine e il bat­tito acce­le­rato del cuore, un’anomalia come quella voce deli­cata che sente all’improvviso, la voce di Lisa, che non somi­glia a nes­sun altro, Lisa, anor­male e spe­ciale, Ano­ma­lisa.
Eccolo il nuovo e miste­rioso film di Char­lie Kau­f­man, ieri in gara nell’impennata della Mostra (Gua­da­gnino, Gitai, Bel­loc­chio), bello, bel­lis­simo, stop motion di estre­miz­za­zione dei sen­ti­menti e del desi­de­rio, con le voci di David Thew­lis (Stone) e di Jen­ni­fer Jason Leigh (Lisa) in cui ritor­nano la poe­sia osses­siva di Being John Mal­ko­vich, la tene­rezza malin­co­nica dell’impossibile sin­cro­nia amo­rosa di Se mi lasci ti can­cello, le esi­stenze rigi­da­mente com­par­ti­men­tate di Synec­do­che, New York .

Per pro­durlo Kau­f­man che lo ha codi­retto insieme al regi­sta di ani­ma­zione Duke John­son (la prima è stata qual­che giorno fa al Festi­val di Tel­lu­ride) e si è affi­dato al cro­w­d­fun­ding, voleva essere indi­pen­dente e avere la mas­sima libertà delle sue scelte arti­sti­che. E Ano­ma­lisa è un film libe­ris­simo come la parola con cui gioca, ano­ma­lia: una parola che fa paura, che devia dalla regola, che mette in discus­sione. É que­sto Lisa, che Stone incon­tra nell’albergo di lusso, imper­so­nale come il mondo, la notte prima di una con­fe­renza, dopo essere stato respinto da una ex sca­ri­cata undici anni prima. Lisa è timida, si sente una sfi­gata per­ché non è come gli altri, è una sua ammi­ra­trice; lavora al call cen­ter e ha divo­rato il suo libro anche se con il dizio­na­rio accanto. É lì insieme a un’amica, quella bella che tutti rimor­chiano di solito, molti mojito alla mela, molti mar­tini con scorza, lui ha cer­cato la ex can­cel­lata anni prima di colpo che lo ha respinto, e ora ecco la donna delle sue fan­ta­sie, la sua voce lo fa impaz­zire, Lisa canta, rac­conta, la notte fini­sce nella stanza di lui ordi­na­tis­sima come il room ser­vice vuole… Ma si può dopo la notte vin­cere l’ansia del risve­glio, la pre­sun­zione di essere diversi, la paura di sco­prirsi uguale agli altri?

Ci vuole poco per finire in mille pezzi, l’esistenza può col­las­sare in ogni momento. «Non vi ren­dete conto che il sistema sco­la­stico è stato distrutto per creare igno­ranti da spe­dire in guerra» grida Stone sul palco tra un sor­riso ai clienti e l’altro. Meglio forse tor­nare all’ordine … Nel film di Kau­f­man – che si can­dida al Leone — ritro­viamo tanto, e bene, del nostro soprav­vi­vere oggi: chi siamo noi? Che cosa vogliamo? Chi è chi ci sta attorno? Soprat­tutto, c’è qual­cuno che ci ascolta, ovvero, ascol­tiamo qual­cuno, avver­tiamo qual­cosa che non sia un flusso indif­fe­ren­ziato nell’era dell’individuo dive­nuto social? Non è la prima volta per il regi­sta – all’opera seconda – e sce­neg­gia­tore dei migliori film di Gon­dry, ma que­sto viag­gio visio­na­rio in una mente scol­lata dagli altri spinge all’estremo i luo­ghi della sua poe­tica, la cifra dell’animazione per­mette di astrarre e di ero­tiz­zare al tempo stesso, di ren­dere visi­bile la meta­fora, le para­noie, l’intimità pro­fonda in una dimen­sione fisica, con umo­ri­smo, senza cadute né ridon­danza. Un pae­sag­gio di soli­tu­dine e silen­zio, in cui la fan­ta­sia e l’imprevisto sono stati eli­mi­nati.
Una con­di­zione dolo­rosa (anche se nel film si ride molto, e certe scene, coi due imba­raz­zati e goffi pro­ta­go­ni­sti insieme sfio­rano la slap­stick) di un’inquietudine che ci riguarda, come quella ricerca inge­ne­rosa di chi si con­cen­tra solo su di sé. E Kau­f­man ha la misura e il tocco per sma­sche­rare quell’ordine con impla­ca­bile dol­cezza. Forse l’anomalia è l’amore inat­teso e spa­ven­toso, come una can­zone «scon­cia» giapponese.

http://ilmanifesto.info/

Cinquanta sfumature di abusi

Lee Marshall

Per me la scena più scioccante di Cinquanta sfumature di grigio, che è passato ieri fuori concorso alla Berlinale, non è una delle tante (ma non tantissime) sequenze di sesso sadomaso raffinato e patinato. Né quella in cui la giovane, carina laureanda Anastasia Steele, interpretata da Dakota Johnson, chiede a Christian Grey (Jamie Dornan), il ricco e dispotico uomo d’affari che la attrae, ma che accetta di stare con lei solo se viene incontro ai suoi gusti strani, di cancellare le voci sul fisting anale e vaginale dal contratto che lui, dominatore, sta chiedendo a lei, sottomessa, di firmare (se non sapete che cos’è il fisting, meglio per voi).

È quella, invece, in cui, la mattina dopo la loro prima notte di amore, Anastasia scende nella cucina di Christian, nel suo appartamento incredibilmente chic che domina (metafora!) la città, una città moderna con le strade che si diramano verso l’orizzonte come gambe spalancate, e gli prepara la colazione.

Vestita solo con una camicia da uomo, Anastasia ancheggia in modo sexy mentre sbatte le uova: perfetto simbolo di una donna liberata di oggi. Liberata, per i canoni del film, perché ha scelto lei di preparare le uova per l’uomo di cui si sta innamorando. Perché ha scelto lei di mettersi con lui pur sapendo che è uno a cui piace far male alle donne, sempre (per carità) entro i limiti convenuti tra le due parti. Perché ha scelto lei, durante il film, di non aprire mai un libro o accennare un singolo discorso culturale o politico nonostante la sua laurea (decorativa, a quanto sembra) in letteratura inglese.

Il problema è che il film, come prodotto d’intrattenimento, non è fatto male. È trasgressivo al punto giusto, sexy al punto giusto, drammatico al punto giusto, recitato abbastanza bene, con due personaggi che, rispetto al libro da cui è tratto, sono diventati degli esseri riconoscibilmente umani. È fotografato (molto) bene e ha una colonna sonora che venderà molto anche perché – chissà con quale esca economica – i produttori sono riusciti a convincere delle star della levatura di Annie Lennox e Beyoncé a farne parte (non c’era bisogno, forse, di un’altra versione diCrazy in love, ma bisogna ammettere che questa qui è parecchio bella).

Inoltre, è un film tratto da un libro scritto da una donna, adattato per lo schermo da una donna e diretto da una donna, Sam Taylor-Johnson, le cui credenziali artistiche sono garantite dal suo passato da videoartista (nel 1997 ha vinto in premio Illy come giovane artista più promettente alla Biennale d’arte di Venezia).

Ma le sue qualità artistiche e le sue firme al femminile non fanno altro che peggiorare le cose. Perché vuol dire che un film che prende il femminismo in volata e lo ributta verso l’età della pietra non verrà visto, da molti, per quello che è.

Cinquanta sfumature di grigio è da una parte l’ennesima versione di Cenerentola, una specie da Orgoglio e pregiudizio con variante sadomaso, in cui una bella ragazza povera (che in questo caso vuol dire non straricca), impacciata ma indipendente, si innamora di un uomo ricco e arrogante. È un film in cui la lotta femminista si riduce al tentativo di far innamorare e poi “rieducare” l’uomo che ti vuole solo legare, frustare e sculacciare.

Ma non solo. Perché Christian Grey non ricorre agli abusi solo all’interno della sua “stanza segreta”. Dopo il primo incontro segue Anastasia a casa, installandosi in un albergo nei paraggi; quando lei commette l’errore di telefonargli da una festa, piomba lì nell’arco di qualche minuto, presumibilmente perché lei non ha disattivato il servizio localizzazione sul suo smartphone e lui, uomo potente, ha i suoi mezzi. Senza chiederle il permesso, fa vendere il suo vecchio Maggiolino e le regala una coupé rossa fiammeggiante. Le regala anche un nuovo computer per sostituire quello rotto – e la prima cosa che appare quando lei lo accende è un suo messaggio. Quando lei, finalmente preoccupata dal suo controllo ossessivo, torna da Seattle a Savannah, in Georgia, a trovare la mamma (a tre fusi orari di distanza), lui spunta dal nulla, appena dopo averle mandato un sms per dire che non doveva ordinare quel secondo cocktail. La sua reazione? L’accenno di un broncio, niente di più.

Sappiamo tutti come si chiama questo comportamento. È violenza psicologica che può sconfinare in stalking. Il fatto che Anastasia accetti le avances di Christian non cambia niente: lui non le lascia lo spazio per prendere delle decisioni veramente libere.

Si ha l’impressione che forse c’è stata una fase durante la scrittura della sceneggiatura in cui gli abusi di Christian erano ritratti più onestamente. Come abusi. Ma ne sono rimaste poche tracce nella versione finale. Fornire a Christian una backstory in cui ha a sua volta subito degli abusi quando era piccolo, è solo la clausola di recesso di una sceneggiatura disonesta. E lei, tornando sempre da lui, diventa la classica vittima di abusi recidiva. L’idea che una donna può aggiustare un uomo “rotto” con la sola forza dell’amore è una classica illusione, presente in tanti casi di violenza domestica.

In Gran Bretagna, un gruppo che si chiama 50 shades of domestic abuse sta organizzando una protesta per l’anteprima del film a Londra. Negli Stati Uniti è stata lanciata una campagna dal nome 50 dollars not 50 shades, per incoraggiare le persone a donare 50 dollari alle associazioni che combattono la violenza domestica invece di spenderli al botteghino. Sono piccole iniziative che probabilmente saranno schiacciate dal rullo compressore del battage mediatico intorno al film, ma sono importanti.

Ma forse la cosa più disgustosa dell’intera vicenda è il cattivo gusto dimostrato nella scelta della data di uscita mondiale del film.

http://www.internazionale.it/

Torino Film Festival 2013. “Striplife”. Il documentario sulla vita nella Striscia di Gaza. Abbiamo parlato con uno dei registi (VIDEO, FOTO)

Antonia Laterza, l’Huffington Post

Striplife racconta la giornata di sette personaggi che in comune hanno poco come stili di vita, età e classe sociale ma legati da un “destino” comune e ineluttabile, quello di essere nati nella Striscia di Gaza, un lembo di terra lungo 41 km e largo appena 6-7 km, che da decenni è in guerra – ad più o meno alta o bassa intensità secondo i periodi- con il suo vicino Israele.

Il documentario è stato girato da un gruppo di cinque registi italiani, dai 28 ai 38 anni, di diverse città italiane (Milano, Pavia, Bergamo) che miravano a mostrare una Gaza diversa, quella di tutti i giorni, che resiste, vive, crea, nonostante il rumore delle bombe ed il fumo che si leva ogni giorno a pochi metri di distanza. Il loro lavoro è stato scelto per concorrere al 31° Torino Film Festival. Noi l’abbiamo visto per voi ed abbiamo parlato con uno dei registi, Andrea Zambelli che girato il film insieme a Nicola Grignani, Alberto Mussolini, Luca Scaffidi e Valeria Testagrossa.

Striplife mostra quello che le telecamere di tutto il mondo – che hanno raccolto ore ed ore di filmati di proteste, scambi a fuoco, scene di morte e di violenza- spesso tralasciano. La vita che nonostante tutto va avanti e si evolve: “Il contadino che come forma di resistenza continua a piantare i semi ogni anno, nonostante le bombe”. Quella che viene definita “guerra a bassa intensità”, che non cattura l’attenzione dei media ma logora ancora più nel profondo una comunità, tramite le limitazioni e sanzioni politico- economiche imposte da Israele e le guerre per le risorse naturali.
Delle sette storie, ne mostriamo due nelle clip ottenute in esclusiva da Huffpost. Noor ha 21 anni e si prepara al mattino per andare a filmare servizi televisivi in lingua inglese per una tv locale sull’espropriazione delle terre e delle risorse palestinesi. Jabber invece è un contadino di 54 anni che vive nella Buffer Zone, a 400 mt dal confine israeliano. Ogni giorno semina la terra, pota le piante, raccoglie i frutti, mentre in lontananza risuonano spari e bombe. Ogni tanto, a causa della guerra, non può fare il raccolto e si deve fermare ma almeno ha “di che vivere, grazie a Dio”, come dice ad un amico nel documentario.

Gll altri personaggi sono tutti influenzati dal conflitto, ognuno a modo suo. Dai due giovani fratelli rapper che da quando Hamas ha preso il potere, sei anni fa, al posto del più moderato Fatah, hanno difficoltà a far ascoltare la propria musica in pubblico. Al giovane fotografo in sedia a rotelle, al gruppo di ragazzi che pratica il parkour (un tipo di sport diffusosi di recente negli Usa) fra le macerie ancora non ripulite di Gaza. “Internet”, racconta Andrea, “ha fatto sentire queste persone più vicine al mondo ma li fa anche sentire abbandonati. ‘Com’è possibile che l’Europa non fa niente?’ si chiedono”.

Striplife è stato girato in un momento “fortunato”, racconta il regista di 38 anni. Oggi accedere a Gaza dall’Egitto da dove sono entrati (il Sinai, zona di predoni), è impossibile. Quando sono andati a fare il sopralluogo, nove mesi prima di girare il documentario, il governo egiziano dei Fratelli Musulmani aveva ripreso i rapporti con Gaza, rimasti freddi per quasi 30 anni. In Palestina hanno incontrato Mary delCentro Italiano di Scambio Culturale “VIK” dedicato alla memoria di Vittorio Arrigoni. E’ stata lei a fare la “produzione”, organizzare gli spostamenti e gli alloggi dei cinque italiani.

  A Gaza, poi, hanno conosciuto quelli che sarebbero diventati le loro guide nel penetrare la società palestinese e scegliere i sette soggetti del racconto. Due in particolare: un uomo di 56 anni che parla perfettamente l’italiano ed un ragazzo di 21 anni, li hanno aiutati lungo tutto il percorso. Altri due ragazzi del luogo di 21-22 anni si sono uniti alla troupe di cameraman ed hanno girato parte delle riprese. “Sono stati molto professionali. Più di quanto lo sono in genere gli italiani”, dice ridendo Andrea. Non avevano traduttori ma per fortuna erano tutti viaggiatori “rodati”. spiega Andrea.

L’escamotage narrativa del documentario viene da Suite Habana, un lavoro del 2003 del regista Fernando Pérez dove ad essere seguite sono le vite di 10 cubani. Pur mostrando una sola giornata, il documentario su Gaza ha richiesto un mese di riprese sul luogo. Una decisione che sotto l’aspetto lavorativo “dà un po’ di limitazioni” dice Andrea, ma risulta “granitico” dal punto di vista della forza narrativa.

Avere il permesso da Hamas non è stato difficile, spiega. “Una volta che sei dentro è facile girare. Quando Hamas sa che sei entrato e sei riconosciuto ti trattano bene”. Hanno provato a far venire qualcuno dalla Palestina per la proiezione del documentario al Festival, che prende il via domani a Torino, ma non è stato possibile. Quando hanno visto il lavoro finito però erano tutti molto contenti così come lo sono i registi di questo bellissimo lavoro made in Italy.

Striplife

C’è un nuovo linguaggio per sensibilizzare l’opinione pubblica sulla violenza sulle donne? SVS Donna Aiuta Donna onlus (svsdad.it) che affianca il Soccorso Violenza Sessuale e Domestica della Mangiagalli di Milano lo ha chiesto agli studenti dell’Istituto Europeo di Design, e la risposta è stata sì. L’idea è parte del progetto Insieme contro la violenza per sostenere la Giornata Mondiale contro la violenza di genere, fissata il 25 novembre. Una campagna con nuovi paradigmi di comunicazione, perché non mostra le solite brutalità, occhi neri e lividi e lacrime.

Il risultato sono le tesi degli studenti di quattro discipline dell’Istituto (graphic design, illustrazione, video design e sound design) messaggi nuovi diversi anche provocatori, ma capaci di destare l’attenzione di tutti, papà violenti, maschi maneschi e bulli, senza ricorrere agli occhi pesti e alle tumefazioni.

http://youtu.be/n73hdpdPHuk
Uno spot prodotto da SVS DAD ONLUS della campagna, sarà in onda sulle reti Sky.  È rivolto agli uomini, mariti, padri, compagni che maltrattano. L’esortazione è «fermati!» chiedi aiuto ai Centri specializzati nel trattamento degli uomini violenti. Il video è stato realizzato con Regione Lombardia, Comune di Milano e  Adei Wizo (Associazione donne ebree d’Italia).

La campagna con i lavori dello IED invece ha preso il via il 22 novembre nei punti vendita Coop in Lombardia attraverso cartoline, poster, segnalibri e shopper in tessuto.

Marika Sorangelo 23 anni, laurea in Illustrazione e Animazione è l’autrice di una serie di cartoline dove invita le donne a ribellarsi a denunciare gli abusi con immagini poetiche in cui sono gli oggetti domestici a “parlare”, come quella intitolata Trova l’intruso, dove l’intruso – un paio di occhiali scuri tra accessori da pioggia – allude alla chiara necessità di dover nascondere un volto malmenato.

Dice Marika: «Le immagini di corpi martoriati che vogliono rappresentare la violenza di genere in realtà distolgono lo sguardo, creano rifiuto e portano all’indifferenza. Ho voluto uscire da questo cliché con disegni lievi e colorati per far pensare, perché sia riconosciuto un mondo più sicuro. Del resto non c’è solo la violenza, esistono anche i suoi prodromi, in tanti stereotipi sessuali. “Te la sei cercata”, è una cartolina che illustra una scarpa col tacco, una guepiere, un rossetto, una gonna: ma come? Sarebbero la ragion d’essere di uno stupro?».

Il gruppo di graphic design composto da Giovanna Prete, Alice Loro ed Emanuele Serra, ha trovato nelle porte un mezzo efficace su cui appoggiare a lettere cubitali messaggi di rispetto, speranza ed empatia. Giovanna, 26 anni, romena, racconta una sfida che deve raggiungere tutti, diversi per età e culture e comunicare ai violenti, alle vittime e all’universo indifferente:

«Le porte sono un simbolo efficace per esprimere l’entrata e l’uscita dalla violenza, e i caratteri tipografici di grandi dimensioni applicati alle fotografie ci sono sembrati il modo giusto per urlare il messaggio».

Le parole sono semplici, ricalcate sulle frasi quotidiane, questa casa non è una prigione, questa camera da letto non è un patibolo, lavorare non fa rima con palpare/umiliare/ricattare.

Ci sono anche i messaggi agli adolescenti, sulla porta di un bagno da discoteca si legge

Io posso ballare e dirti di No

Io posso darti il numero di telefono e dirti di No.

Un altro soggetto pensato dal gruppo per le stazioni del metro è la mappa degli abusi (le stazioni si chiamano violenza sessuale, ricatto, abbandono…)

Mentre altri segnali riguardano l’entità del fenomeno: 1.350.000 vittime nel 2012, il tempo di una fermata e le hai rovinato la vita, ogni 7 minuti si compie uno stupro.

http://youtu.be/FPGMOxUX_3U

Gli studenti di video design Claudia La Rosa e Shirin Aliyeva e di sound design Matteo Lo Valvo e Davide Gubitoso, hanno evitato di cadere nelle interviste drammatiche alla vittima o allo psicoterapeuta, e hanno scelto ilracconto emotivo, la voce fuori campo e il crescendo musicale per rappresentare tre storie di violenza contenute nel libro Questo non è amorepubblicato dalle autrici di questo blog. Conflitti che incombono nella vita quotidiana, senso di colpa delle vittime, disistima, soggezione, ma anche ribellione. Colpiscono i messaggi degli episodi: «Non me ne sono resa conto», dice Maria, che si salverà perché c’è una figlia da proteggere, mentre Ileana rammenta: «Un giorno mi ha riempito di botte». Per Giovanna, il campanello d’allarme sono stati gli scatti d’ira. Ma i segni di percosse anche sulla bambina le daranno la forza di affrontare vincendo la lunga battaglia legale.

 

 

Lunedì 8 Aprile 2013 – Ferite a morte

all’Auditorium Parco della Musica

Ferite a morte - soettacolo di Serena DandiniFerite a morte - soettacolo di Serena DandiniFerite a morte - soettacolo di Serena Dandini      Ferite a morte - soettacolo di Serena Dandini

scritto e diretto da Serena Dandini
in scena Emma Bonino Concita De Gregorio Fiorenza Sarzanini Piera Degli Esposti Iaia Forte Sabrina Impacciatore Isabella Ragonese Donatella Finocchiaro Carlotta Natoli Lella Costa Orsetta De Rossi Paola Minaccioni Federica Cifola Susanna Camusso Sonia Bergamasco e tante altre
A sostegno della Convenzione NO-MORE! Contro la violenza maschile sulle donne – femminicidio
Ogni riferimento a fatti e persone realmente esistenti non è affatto casuale”. Così Serena Dandini introduce il suo lavoro teatrale “Ferite a morte”, una ‘spoon river’ delle donne morte per femminicidio.

In Italia una donna ogni due/tre giorni muore per mano di un marito, un amante, un fidanzato, un ex compagno. E questo è solo l’aspetto più tragico di un fenomeno pervasivo come quello della violenza sulle donne dentro e fuori la famiglia.

Lo Stato italiano è stato più volte redarguito dalle Nazioni Unite per il suo scarso impegno nel contrastare questo fenomeno. Attingendo a fatti di cronaca realmente avvenuti, Serena Dandini, in collaborazione con Maura Misiti, demografa e ricercatrice del CNR, ha scritto un’antologia di racconti per dare voce alle donne vittime di questo fenomeno.

“Ferite a morte” ha lo scopo di sensibilizzare l’opinione pubblica alla sottoscrizione della “Convenzione NO MORE! Contro il femminicidio”. A portare in scena i testi di Serena Dandini saranno donne di spicco del mondo dello spettacolo, del giornalismo, della società civile, accompagnate dalle opere dell’artista Rossella Fumasoni e dalla sezione musicale del dj Luca De Gennaro sul palco.

 

Per info:
Telefono 06 80.24.12.81 – Fax 06 80.24.12.11  Sito web: www.auditorium.com   Email: info@musicaperroma.it

http://www.romamarittima.it/3892/Lunedi-8-Aprile-2013-Ferite-a-morte-all039Auditorium-Parco-della-Musica-a-Roma

http://youtu.be/e-fA-gBCkj0

Una storia di emozioni, di inadeguatezze, di mancanze, di affetto, di amori, di malessere, di amore

che travolge e sconquassa e regala un pianto che si strozza in gola

LA LEGGENDA DEL RE PESCATORE

Che bel film!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!

http://youtu.be/GWHE1zkWM5s

 

Terra Santa Libera

Il folle progetto sionista si realizzerá con la pulizia etnica locale e la ricostruzione del tempio sul Monte Moriah

noisuXeroi

loading a new life ... please wait .. loading...

#OgniBambinaSonoIo

dalla parte delle bambine

unaeccezione

... avessi più tempo sbaglierei con più calma.

esorcista di farfalle

Se i tempi non chiedono la tua parte migliore inventa altri tempi. (Baolian, libro II, vv. 16-17)

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