Category: FILOSOFIA


Giusy Geraci

http://www.premioceleste.it/artista-ita/idu:44583/

L’inconscio

Pittura, Fantasia / Visionario, Tecnica mista, Tela, 180x133cm, 2009
Un’esplosione di colori, la profondità dentro di noi.

 

 

La filosofa e psicoanalista Luce Irigaray ha partecipato ieri al seminario organizzato all’Università di Verona dalla comunità filosofica femminile Diotima.

Tema del seminario: Tra filosofia e psicoanalisi: l’inconscio.

Titolo dell’intervento di Irigaray: L’incertezza della coscienza.

Qui traggo dai miei appunti, al meglio che posso.

 

“Ho potuto “uscire” dalla psicoanalisi solo perché avevo un background filosofico. In caso diverso sarebbe stato difficile fuoruscire da quel labirinto.Vorrei partire da tre domande: 1. quali questioni Sigmund Freud ha posto alla cultura occidentale? 2. quali questioni invece ha omesso di porre?  3. è indispensabile fare riferimento all’esistenza di un inconscio, o si tratta di un prodotto della nostra cultura?

1. Sigmund Freud ha messo in forse la certezza della coscienza, certezza che sta alla base della cultura occidentale. Per la cultura greca la coscienza si basa sulla capacità di percepire il mondo e di organizzarlo e tradurlo in parole giuste. Nel poter fare un discorso, nel logos. Con Cartesio la coscienza diventa altro, la sua certezza si basa sulla rappresentazione del soggetto. La psicoanalisi dice che questa certezza della coscienza è solo illusoria, in quanto la percezione è filtrata, ipotecata da un inconscio. Anzi, da un doppio inconscio, individuale e collettivo. La certezza della coscienza, come è intesa dalla tradizione occidentale, mi impedisce l’incontro con l’altro e con la sua verità. Un’altra conseguenza è che la certezza della coscienza non mi permette di coltivare la mia energia. Se sottopongo la mia energia a verità esterne alla mia vitalità, causo una patologia, provoco un’entropia o una perversione della mia energia. Altro paradigma della cultura occidentale: l’identità. La psicoanalisi ci fa scoprire che l’identità è solo un intreccio di relazioni, con gli altri e con il mondo. Infine, alla separazione corpo-spirito, un altro tra i fondamentali della nostra cultura, Freud oppone un’idea del corpo come memoria, custodia di parole non dette. Queste dunque le questioni che Freud ha posto alla cultura occidentale.

2. Quali sono invece le questioni che Freud non ha saputo porre alla cultura occidentale? Se la psicoanalisi ha intuito che l’identità è relazionale, se ha capito che per guarire si deve sperimentare il transfert, di questa intuizione ha fatto però un uso solo negativo, non ha saputo costruire una cultura della relazione. Il secondo non-detto riguarda la sessualità, che Freud pone al centro. Freud però non parla mai di un’identità sessuata. La sua sessualità è neutra-maschile. E non si può trattare una patologia senza fare riferimento all’identità sessuata, che si appoggia alla certezza della morfologia corporea, la sola terra su cui camminiamo, base della vita personale e relazionale, materiale e culturale.  Infine, quando Freud contrappone natura e culturae impone la legge del padre alla natura-madre, sta imponendo alla natura, alla madre, alla donna qualcosa di sovrasensibile. Ritiene insomma di poter affrontare una patologia della sessualità e dell’identità ricorrendo a qualcosa di sovrasensibile, com’è la cultura-legge del padre. In questo senso la psicoanalisi ad un tempo pretende di guarire e fa ammalare.

3. Un inconscio è davvero necessario? La prima volta che mi sono posta la domanda (lo racconto nel mio libro “Per una nuova cultura dell’energia”) è stata quando per guarire dai postumi di un incidente mi sono rivolta allo yoga, e ho sentito il maestro dire agli allievi che “tutto può diventare conscio”, coerentemente alla tradizione orientale. Per me che ero psicoanalista questo era inaccettabile. Oggi, dopo 30 anni di pratica dello yoga, sarei più prudente. Ogni giorno, grazie alla pratica quotidiana dello yoga, trasformo la mia energia fisica in energia spirituale. Che cosa ne è dell’inconscio? Continuo a pensare che non tutto possa diventare conscio, come sosteneva il maestro, ma molto può essere portato a consapevolezza. Vorrei anche dire che non abbiamo bisogno di alcuna legge del padre per coltivare la nostra identità e la nostra sensibilità. Basta assumere la differenza sessuale, e quindi la propria parzialità, che comporta necessariamente un negativo. Non serve nessuna legge. Nella pratica psicoanalitica si slega l’energia legata, per legarla in un altro modo. Nella mia pratica invece io slego questa energia, e la lascio a disposizione del processo creativo. Infine: l’idea della certezza della coscienza e dalla dicibilità della verità fa riferimento al discorso tra soggetto e oggetto. Ma la parola che ci serve a denominare l’oggetto non è utile per incontrare l’altro. Per poter incontrare l’altro si deve mettere in discussione la certezza della coscienza, ammettendo l’esistenza di un inconscio. Quindi è necessario un inconscio, se intendiamo cambiare la cultura della certezza della coscienza”.

Al termine della sua relazione, Luce Irigaray ha risposto alle domande del pubblico. Ecco alcune delle cose più significative che ha detto:

“Quando parliamo di inconscio, lo intendiamo in due sensi: come ciò che è represso, così lo pensò Freud, oppure come ciò che non è ancora giunto alla nostra percezione. Solo in quest’ultimo senso l’inconscio è una risorsa, fonte di arricchimento”.

“Non riesco a contrapporre Freud e Jung, l’idea di un inconscio individuale e quella di un inconscio collettivo. Anche dal punto di vista freudiano non si può interpretare fino in fondo l’incultura sulla soggettività femminile se non in base a un inconscio collettivo”.

“Per me è importante che il cammino dell’Oriente e quello dell’Occidente oggi si incrocino per lo sviluppo di una  umanità nuova. Per esempio, la cultura orientale ha coltivato maggiormente l’energia, ma manca la dimensione della soggettività. O ancora: vi è differenza tra l’idea orientale di compassione e quella occidentale di amore, ma non dobbiamo rinunciare a nessuno di questi due aspetti. Abbiamo bisogno di una cultura del respiro, ma il respiro ha bisogno di amore. Considero l’anima come una riserva di respiro, come ciò che resta del respiro dopo quel tanto che ho utilizzato per garantire la mia sopravvivenza materiale. Questa riserva di respiro serve alla creazione. Ogni giorno va trovato tempo per il raccoglimento e il respiro. Io lo faccio quotidianamente, mi prendo anche il tempo per stare in contatto con la natura, e quello per scrivere una poesia. Questi sono i miei modi per coltivare l’energia“.

 http://blog.iodonna.it/marina-terragni/2012/09/21/luce-e-lenergia-irigaray-a-verona/

 

 

 

 

 

 

http://youtu.be/wudqw1J6StU

Umberto Galimberti – Il Corpo.

IL TEMPO

Il Tempo

ha il colore della notte.

Di una notte tranquilla.

Sopra lune enormi,

l’Eternità

è ferma sulle dodici.

E il Tempo si è addormentato

per sempre nella sua torre.

Siamo ingannati

da tutti gli orologi.

Il tempo ha già orizzonti.

(federico garcìa lorca_la selva de los relojes)

La filosofia scende in campo con le donne

Lunedí 31.01.2011
Zaltieri 

“Noi donne non possiamo mostrarci “superiori” rispetto a escort, bunga bunga, ecc…., ossia rispetto alla mercificazione del sesso femminile, perché tutto questo svilimento della donna non è rinchiuso nella camera da letto di Berlusconi bensì si è diffuso in tutto il Paese come mentalità pervasiva che non possiamo nè dobbiamo ignorare”. La filosofa Cristina Zaltieri è categorica nel commentare con Affari l’esigenza delle donne di ribellarsi. “Bisogna protestare per la situazione di arretramento nella quale il berlusconismo ci ha riportato, nonostante ci si possa vantare di donne a capo della Cgil o della Confindustria.  Questa situazione di sottocultura purtroppo non finirà con la fine del governo Berlusconi perchè le sue televisioni continueranno a egemonizzare la mentalità corrente. Peraltro alcuni dei contributi nati dalle donne in questo tempo di povertà non sono solo esempi di mera reazione difensiva: penso al video e al libro “Il corpo delle donne” di Lorella Zanardo o alla recente “Lettera a Silvio” di Marina Terragni pubblicata sul suo blog: sono riflessioni di alto respiro sulla condizione delle donne ai tempi di Berlusconi”.

Laura Boella 

“Il problema non è il berlusconismo, sono le donne di oggi”. Sostiene invece Laura Boella, docente di Storia della filosofia morale all’Università Statale di Milano e conosce bene le donne. Da molti anni è impegnata nella ricostruzione del pensiero femminile del ‘900, dalle ricerche su Hannah Arendt al libro Cuori pensanti in cui si è occupata di Simone Weil, Edith Stein e Maria Zambrano, delle quali ha studiato le complesse personalità, l’articolato sistema di pensiero e la notevole influenza che hanno esercitato sulla cultura del nostro secolo. “Oggi ragazze e signore sono convinte che l’unico modo per realizzarsi professionalmente sia entrare nel mondo dello spettacolo e del gossip. Inseguono con tenacia ideali fittizi. E finiscono per confondere libertà e schiavitù. E’ su questo punto che bisogna lavorare, farlo invece sull’idea del ‘marpione’, sulla sua camera da letto, del solito ‘uomo che compra e sfrutta’ è improduttivo”. E conclude: “E’ così. Le ragazze andrebbero aiutate fin da piccole con una forte educazione alla libertà, mentre ora da una parte regna il vuoto delle prospettive e dall’altro la società non fa nulla per aprire le porte alle donne. Un circolo vizioso. E’ uno degli aspetti più tristi del post-femminismo”.

http://affaritaliani.libero.it/

Citazioni e commenti
 
Penso che ci sia un bisogno estremo di coltivare il sentimento della compassione.
Penso che si debba avere più coraggio per immedesimarsi nell’altro.
Kundera scrive:
“Avere compassione (co-sentimento) significa vivere insieme a qualcuno la sua disgrazia, ma anche provare insieme a lui gioia, angoscia, felicità, dolore.
Questa compassione designa quindi la capacità massima di immaginazione affettiva, l’arte della telepatia delle emozioni. Nella gerarchia dei sentimenti è il sentimento supremo.”
“Non c’è nulla più pesante della compassione. Nemmeno il nostro proprio dolore è così pesante come il dolore che si prova con un altro, verso un altro, al posto di un altro, moltiplicato dall’immaginazioe, prolungato in centinaia di echi”.
“Per Beethoven la pesantezza era qualcosa di positivo. La grande risoluzione è unita alla voce del Destino; la pesantezza, la necessità e il valore sono tre concetti istintivamente legati tra loro: solo ciò che è necessario è pesante, solo ciò che pesa ha valore. La grandezza di un uomo risiede nel fatto che egli porta il suo destino come Atlante portava sulle spalle la volta celeste”.
Ma il nostro destino chi lo determina?
“Vivendo una sola vita, l’uomo non ha alcuna possibilità di verificare un’ipotesi mediante un esperimento, e perciò non saprà mai se avrebbe dovuto o no dare ascolto al proprio sentimento”.
“Tutti noi consideriamo impensabile che l’amore della nostra vita possa essere qualcosa di leggero, qualcosa che non ha peso, riteniamo che il nostro amore sia qualcosa che doveva necessariamente essere; che senza di esso la nostra vita non sarebbe stata la nostra vita”.
E invece tutti gli amori scaturiscono dal caso. Dal concatenarsi di più coincidenze.
“Un avvenimento è tanto più significativo e privilegiato quanto più casi fortuiti intervengono a determinarlo. Soltanto il caso può apparire come un messaggio. Non certo la necessità, bensì il caso è pieno di magia. Se l’amore deve essere indimenticabile, fin dal primo istante devono posarsi su di esso le coincidenze”.
“Le vite umane sono costruite come una composizione musicale.
L’uomo, spinto dal senso della bellezza, trasforma un avvenimento casuale, in un motivo che va poi ad iscriversi nella composizione della sua vita. Ad esso ritorna, lo ripete, lo varia, lo sviluppa, lo traspone, come fa il compositore con i temi della sua sonata.
L’uomo senza saperlo compone la propria vita secondo le leggi della bellezza perfino nei momenti di più profondo smarrimento”.
Perciò “si può a ragione rimproverare all’uomo di essere cieco davanti a simili coincidenze nella vita di ogni giorno, e di privare così la propria vita della sua dimensione di bellezza”.
“Fintanto che le persone sono giovani e la composizione musicale della loro vita è ancora alle prime battute, essi possono scriverla in comune e scambiarsi i temi, ma quando si incontrano in età più matura, la loro composizione musicale è più o meno completa, e ogni parola, ogni oggetto, significa qualcosa di diverso nella composizione di ciascuno”.
E diventa più difficile comprendersi.     
 
 
 
 
Citazioni e commenti
 
In due giorni ho riletto questo bellissimo libro di Milan Kundera mentre sono stata in cucina vicino ad Irene che studiava per l’esame di stato.
Come è diverso leggere un libro a 20 anni e rileggerlo a 50.
E’ come aver letto due libri diversi. Mi sono piaciuti tutti e due moltissimo!
Posso proprio dire che l’Insostenibile leggerezza dell’essere è davvero due libri in uno.
L’ Autore si chiede cosa è da ritenere positivo, se la leggerezza o la pesantezza.
A 20 anni mi ha affascinato la teoria della positività della leggerezza.
E’stata come una folgorazione il poter concepire la possibilità di relazioni interpersonali incentrate sulla leggerezza, intesa non come superficialità ma come schiettezza, spontaneità.
Lo scorrere della vita poi ha reso impraticabile questa possibilità perchè è proprio vero che ognuno di noi ha il suo KITSCH.
“Il Kitsch è l’ideale estetico dell’ ACCORDO CATEGORICO CON L’ESSERE.
Il Kitsch elimina dal proprio campo visivo tutto ciò che nell’esistenza umana è essenzialmente inaccettabile” in quanto non condivisibile dai fratelli, perchè non si uniforma alla massa.
“Il Kitsch non può dipendere da una situazione insolita, ma è collegato invece alle immagini fondamentali che le persone hanno inculcate nella memoria”, nell’immaginario collettivo: <<la figlia ingrata, il padre abbandonato, i bambini che corrono sul prato, la patria tradita, il ricordo del primo amore>>.
“In una società dove coesistono orientamenti politici diversi e dove quindi la loro influenza si annulla o si limita reciprocamente, possiamo ancora in qualche modo sfuggire all’inquisizione del Kitsch: l’individuo può conservare la sua individualità e l’artista può creare opere inattese. Ma là dove un unico movimento politico ha tutto il potere, ci troviamo di colpo nel regno del KITSCH TOTALITARIO.”
” Quando dico TOTALITARIO, voglio dire che tutto ciò che turba il Kitsch è bandito dalla vita: ogni espressione di individalismo (perchè ogni discordanza è uno sputo in faccia alla fratellanza sorridente), ogni dubbio (perchè chi comincia a dubitare di una piccolezza finirà per dubitare della vita in quanto tale), ogni ironia (perchè nel regno del Kitsch ogni cosa deve essere presa con assoluta serietà) e inoltre la madre che ha abbandonato la famiglia o l’uomo che preferisce gli uomini alla donna, minacciando in tal modo il precetto divino: <<crescete e moltiplicatevi>>”.
“Il Kitsch è un paravento che nasconde la morte”.
“Il vero antagonista del Kitsch totalitario è l’uomo che pone delle domande.
Una domanda è come un coltello che scuarcia la tela di un fondale dipinto per permetterci di dare un’occhiata a ciò che si nasconde dietro.”
Solo ciò che l’io ha di unico e che si cela appunto in ciò che l’uomo ha di inimmaginabile, riuscirà a scuarciare la tela.
“L’io individuale è ciò che si differenzia dal generale, quindi ciò che non si può indovinare o calcolare in precedenza: è quello che nell’altro si deve svelare, scoprire, conquistare”.
“Non c’è nulla di più difficile da afferare dell’io”.
“Solo nella sessualità il milionesimo di diversità (che ci contraddistingue), si presenta come qualcosa di prezioso perchè è inaccessibile pubblicamente e bisogna conquistarlo…….Anche oggi la sessualità continua ad apparire come uno scrigno nel quale è nascosto il mistero dell’io femminile”.
Penso ancora profondamente che ognuno di noi con la sua unicità possa riuscire ad avere scambi interpersonali coinvolgenti senza lasciarsi influenzare troppo dal fondamento dell’essere: il Kitsch cattolico, protestante, ebraico, comunista, fascista, democratico, nazionale, internazionale.
Non si deve essere categorici, ci si deve lasciare un margine di elasticità, di possibilità, per avere il coraggio di farsi conoscere e conoscere a nostra volta e scoprire l’essenza dell’altro!
Ed ecco che tutto quello che era già in me a 20 anni e di cui non ero consapevole ha preso campo adesso nettamente: l’ho ritrovato con naturalezza durante queste bellissime ore passate a rileggere (“divorare”) il libro.     
    
  
 
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