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L’ULTIMA

Militarmente scorrette

Intervista. Un incontro con la sociologa Andrée Michel, madrina dell’appello per la creazione di un tribunale internazionale per la Repubblica Democratica del Congo, dove le donne sono «bottino di guerra»

Non ha mai smesso d’incoraggiare le donne a essere «cit­ta­dine mili­tar­mente scor­rette». Oggi, a 93 anni, Andrée Michel è una delle più attive madrine dell’appello per la crea­zione di un tri­bu­nale inter­na­zio­nale per la Repub­blica Demo­cra­tica del Congo (Rdc), dove dal 1996 più di 500mila donne sono vit­time di stu­pri «arma da guerra». Diret­trice ono­ra­ria del Cen­tro Nazio­nale di Ricerca Scien­ti­fica (Cnrs), è stata sin dagli anni ’50 una delle prin­ci­pali pio­niere tran­sal­pine della ricerca sociale sulla con­di­zione fem­mi­nile. Prima socio­loga in Fran­cia a fare del com­plesso mili­tare indu­striale (Cmi) occi­den­tale il suo campo d’indagine, le sue ana­lisi hanno susci­tato grande inte­resse nei movi­menti fem­mi­ni­sti e anti­mi­li­ta­ri­sti inter­na­zio­nali, e restano di grande attua­lità, offrendo chiavi essen­ziali per com­pren­dere lo stato di guerra per­ma­nente contemporaneo.

PUÒ SPIE­GARE IL CON­CETTO DI COM­PLESSO MILI­TARE INDUSTRIALE?

Sono nata nel 1920 in una fami­glia molto col­pita dalla car­ne­fi­cina del ’14–18 — il fra­tello di mio padre è stato ucciso il primo giorno di guerra, men­tre mio padre, che aveva perso un brac­cio in bat­ta­glia, è stato pri­gio­niero dei tede­schi per quat­tro anni — nella mia infan­zia non si par­lava d’altro. Visti poi gli effetti della seconda guerra mon­diale e dei diversi con­flitti della Fran­cia per con­ser­vare l’impero colo­niale (Indo­cina, Alge­ria, ecc.), e non avendo mai sepa­rato le mie ricer­che da quello che vivevo, con­si­de­ravo che la teo­ria fem­mi­ni­sta dovesse ana­liz­zare la società patriar­cale anche sotto il suo aspetto mili­tare. Ma la socio­lo­gia della guerra non esi­steva in Fran­cia: all’inizio, mi sono state utili le ricer­che di alcune uni­ver­sità sta­tu­ni­tensi che ave­vano stu­diato il com­plesso mili­tare indu­striale del loro paese, nato dall’alleanza tra i grandi indu­striali dell’armamento e gli alti diri­genti dell’esercito, il cui potere si era for­te­mente con­so­li­dato pro­prio con la seconda guerra mon­diale. Per raf­for­zarsi ulte­rior­mente occor­reva loro un nuovo nemico e l’Urss è stato il primo di una lunga serie di alleati ricon­ver­titi in que­sto ruolo. Durante la seconda guerra mon­diale era alleato degli Usa, i quali temendo l’estendersi della sua influenza sull’Europa, che loro stessi inten­de­vano domi­nare, ne hanno fatto il nemico n. 1 di quella Guerra Fredda che ha riem­pito gli arse­nali ato­mici ad est ed ovest del muro di Ber­lino. Mal­grado già all’epoca dell’installazione dei Per­shing in Ger­ma­nia, dei mili­tari d’alto rango fran­cesi qua­li­fi­cas­sero la minac­cia dell’invasione sovie­tica in Europa come una mon­ta­tura per giu­sti­fi­care spese colos­sali per armi di cui non si aveva alcun biso­gno, tutti i governi ci hanno cre­duto. Le spese mili­tari con­se­guenti hanno raf­for­zato ulte­rior­mente i prin­ci­pali Cmi occi­den­tali e con­tri­buito alla rovina eco­no­mica dell’Urss e alla sua dissoluzione.

Oggi gli inter­venti mili­tari ven­gono giu­sti­fi­cati in nome della difesa della demo­cra­zia e della popo­la­zione civile…

Tanto il Pen­ta­gno che il mini­stero della difesa hanno ser­vizi spe­ciali molto effi­caci nel for­nire gli argo­menti neces­sari a far accet­tare all’opinione pub­blica le spese e gli inter­venti mili­tari. L’attuale mis­sione in Africa Cen­trale, che è un’occasione d’oro per l’industria mili­tare fran­cese, per la quale era urgente «tro­vare nuovi mer­cati di espor­ta­zione», è stata evi­den­te­mente media­tiz­zato come difesa della demo­cra­zia e per ragioni uma­ni­ta­rie. Die­tro que­sti nobili para­venti delle guerre con­tem­po­ra­nee, si celano obiet­tivi meno pre­sen­ta­bili che, oltre ai pro­fitti gigan­te­schi per i Cmi, inclu­dono quello d’impadronirsi delle risorse e mate­rie prime di quei paesi. Men­tre nei nostri le spese mili­tari con­ti­nuano a sot­trarre ingenti risorse pub­bli­che ai ser­vizi essen­ziali per la popolazione.

Lei ha stu­diato par­ti­co­lar­mente il Cmi fran­cese, qual è la sua specificità?

La Fran­cia segue lo stesso modello degli altri Cmi del pia­neta che, va ricor­dato, oltre ai mili­tari e gli indu­striali, inclu­dono le ban­che, i labo­ra­tori scien­ti­fici che ela­bo­rano nuovi sistemi d’arma, i par­titi poli­tici e i mass-media. Ma a dif­fe­renza di altri, la Fran­cia è una nazione con più di mille anni di sto­ria mili­tare, anzi lo stesso modello mili­tare ha ispi­rato lo stato fran­cese, con a capo un potente monarca, inteso in senso pro­prio o in senso repub­bli­cano di pre­si­dente, che limita il potere del par­la­mento rispetto al governo. Il che faci­lita le cose per il Cmi dato che riduce dra­sti­ca­mente il numero di per­sone da influen­zare per otte­nere una poli­tica con­sona ai suoi inte­ressi. Nello stesso tempo, viste le sue risorse finan­zia­rie, il Cmi agi­sce anche a livello ideo­lo­gico e cul­tu­rale: per fare solo un esem­pio, i grandi indu­striali dell’armamento hanno acqui­stato case edi­trici, rivi­ste, gior­nali, canali tele­vi­sivi, arri­vando sem­pre più a neu­tra­liz­zare il dis­senso. Lo stesso vale per la mag­gior parte delle fem­mi­ni­ste, con­tra­ria­mente ai paesi anglos­sas­soni, dove l’analisi delle donne ha pro­dotto impor­tan­tis­sime rifles­sioni sul legame essen­ziale tra fem­mi­ni­smo e antimilitarimo.

Ha defi­nito il Cmi « una for­ma­zione sociale aggra­vata del patriar­cato». in che senso?

La mili­ta­riz­za­zione raf­forza e con­so­lida a tutti i livelli il domi­nio patriar­cale. Per fun­zio­nare il sistema mili­tare neces­sita della sot­to­mis­sione degli uomini, che devono obbe­dienza asso­luta alla gerar­chia. Per­ché que­sti accet­tino la loro stru­men­ta­liz­za­zione, si per­mette loro di stru­men­ta­liz­zare le donne. Nei paesi dove da decenni ven­gono «espor­tate» le guerre, le basi e gli inter­venti mili­tari dei Cmi occi­den­tali, si con­cre­tizza nella pro­sti­tu­zione for­zata, negli stu­pri e nei fem­mi­ni­cidi, pra­ti­che tol­le­rate quando non auto­riz­zate uffi­cial­mente. Nella Repub­blica Demo­cra­tica del Congo, da anni le donne ven­gono siste­ma­ti­ca­mente vio­len­tate, tor­tu­rate, e uccise. L’obiettivo è trau­ma­tiz­zare la popo­la­zione locale e for­zarla all’esodo per sgom­be­rare il loro ter­ri­to­rio e per­met­tere a certi capi di stato afri­cani, e alle potenze occi­den­dali che li sosten­gono, di impa­dro­nirsi delle ric­chezze del sot­to­suolo. È per met­tere fine all’impunità di que­sti cri­mini che chie­diamo all’Onu l’istituzione di un tri­bu­nale penale inter­na­zio­nale per la Rdc che suc­ceda a quello del Ruanda in chiu­sura alla fine di quest’anno.

Nella sua ana­lisi lei evi­den­zia come la vio­lenza sulle donne venga «reim­por­tata» nei paesi occi­den­tali attra­verso i sol­dati tor­nati dal fronte.

Diverse ricer­che hanno dimo­strato che gli uomini che sono stati in guerra ten­dono a diven­tare più vio­lenti al loro ritorno nella vita civile. Dalle donne serbe, i cui mariti rien­tra­vano dai com­bat­ti­menti in Croa­zia e in Bosnia, alle irlan­desi sia di parte pro­te­stante che cat­to­lica, tutte hanno testi­mo­niato dell’apparizione di com­por­ta­menti vio­lenti e bru­tali da parte dei loro con­giunti di ritorno dalle ope­ra­zioni mili­tari. Ma c’è di più. Eser­ci­tare un’identità da adulto per un cit­ta­dino di una società mili­ta­riz­zata come la nostra signi­fi­che­rebbe porre il pro­blema delle spese mili­tari e delle guerre con una men­ta­lità respon­sa­bile, inter­ro­gare le auto­rità, opporsi, for­mare dei movi­menti per evi­tare i con­flitti armati e sra­di­care la vio­lenza. Ma la mag­gior parte degli uomini non lo fa, non solo per­ché sono socia­liz­zati fin dall’infanzia alla vio­lenza, ma anche per­ché si per­mette loro di domi­nare le donne. Il fem­mi­ni­smo ha fatto molto, ma la mili­ta­riz­za­zione impe­rante con­ti­nua a favo­rire la loro stru­men­ta­liz­za­zione come oggetti sessuali

Lei rimette anche in discus­sione il dogma secondo il quale la spesa mili­tare favo­ri­rebbe la cre­scita eco­no­mica e au

men­te­rebbe l’occupazione.

Ricer­che di eco­no­mi­sti Onu e indi­pen­denti dimo­strano che la cre­scita eco­no­mica è inver­sa­mente pro­por­zio­nale alle spese mili­tari, meno gene­ra­trici di occu­pa­zione di altre spese pub­bli­che, in estrema sin­tesi più aumenta la spesa mili­tare tanto più cre­sce la disoc­cu­pa­zione, quella fem­mi­nile in pri­mis. Ora, quando la classe domi­nante vuole inde­bo­lire il potere di nego­zia­zione della classe domi­nata, non c’è niente di più effi­cace del ridurre l’occupazione, dato che la paura di per­dere il posto por­terà i lavo­ra­tori e i loro rap­pre­sen­tanti ad accet­tare il restrin­gi­mento dei loro diritti.
Del resto, nella nuova divi­sione inter­na­zio­nale del lavoro, che ha gli stessi effetti e per­mette alle mul­ti­na­zio­nali di mas­si­miz­zare i pro­fitti con le delo­ca­liz­za­zioni, la vio­lenza mili­tare è onni­pre­sente tanto per repri­mere le rivolte dei con­ta­dini e ope­rai locali, che da noi quelle dei lavo­ra­tori che si ribel­lano. Que­sto «nuovo corso» dell’economia mon­diale, assi­cu­rato dai Cmi e dal capi­ta­li­smo finan­zia­rio, gene­rato dai gigan­te­schi pro­fitti accu­mu­lati dai grandi indu­striali dell’armamento e delle ban­che, resta sal­da­mente patriar­cale con moda­lità che vanno dallo sfrut­ta­mento inten­sivo delle ope­raie nelle «fab­bri­che glo­bali» alla crea­zione espo­nen­ziale e con­se­guente di nuove povere nei paesi indu­stria­liz­zati, pas­sando per la mise­ria che si pro­paga a tutte le donne del terzo mondo, visto l’indebitamento dei loro governi per la corsa al riarmo.

La Fran­cia è stata la prima delle cin­que grandi potenze nucleari ad avere una mini­stra delle difesa nel 2002, da allora in diversi paesi euro­pei il numero delle mini­stre della difesa è in cre­scita. Cosa cam­bia con l’arrivo di que­ste donne nelle stanze dei bottoni?

Nella sostanza nulla: il potere è ancora sal­da­mente nelle mani degli uomini del Cmi che con­ti­nuano a sce­gliere i migliori e adesso anche le migliori per i loro inte­ressi. La sicu­rezza reale richiede invece una poli­tica di giu­sti­zia sociale e inter­na­zio­nale e di abban­do­nare il para­digma della vio­lenza mili­tare come mezzo per risol­vere i conflitti.

Come giu­dica la situa­zione attuale?

Molto grave. La mili­ta­riz­za­zione delle nostre società ha assunto livelli mai visti, non ultimo il sistema di spio­nag­gio uni­ver­sale orga­niz­zato dalla Nsa. Arro­garsi il diritto di sor­ve­gliare tutti i cit­ta­dini del pia­neta è una dimo­stra­zione di forza del nuovo ordine mon­diale che non ammette altri modi di riso­lu­zione dei con­flitti al di fuori della vio­lenza mili­tare. Non è quindi un caso che la corsa al riarmo sia di nuovo in piena ascesa, soprat­tutto nel «terzo mondo». Chi arriva alla testa di quei paesi ha inte­rio­riz­zato il prin­ci­pio che per con­qui­stare e con­ser­vare il potere occor­rono le armi. Men­tre in tutte le cul­ture tra­di­zio­nali si era sem­pre pra­ti­cata la nego­zia­zione per evi­tare la guerra, come le pala­bres sotto i grandi alberi nei vil­laggi afri­cani, dove le discus­sioni si pro­trae­vano il tempo neces­sa­rio a tro­vare un accordo. Il colo­nia­li­smo ha spaz­zato via tutto questo.

Quali sono allora i prin­cipi guida delle «cit­ta­dine mili­tar­mente scorrette»?

Per cam­biare la società biso­gna par­tire da sé, com­por­tarsi con coe­renza, e cer­care solu­zioni dav­vero umane e demo­cra­ti­che. Quando i poli­tici pro­cla­mano la neces­sità d’intervenire mili­tar­mente in un altro paese per­ché la demo­cra­zia o i diritti umani sono in peri­colo, biso­gna mobi­liz­zarsi e tutto il pos­si­bile per­ché la nego­zia­zione sia ante­po­sta all’intervento mili­tare. Non si parte da zero, ma da quello che è già stato con­qui­stato in diritto inter­na­zio­nale, come la Carta delle Nazioni Unite che, se venisse appli­cata, sarebbe già un grande passo avanti.

 
 
E’ ARRIVATO “BYE BYE BULLI”, IL LIBRO CONTRO L’OMOFOBIA!

 

Volete fare un regalo utile, bello ed economico per Natale? Eccovi un’idea!
Ho conosciuto l’associazione Frame collaborando con loro alla campagna a favore del matrimonio fra coppie dello stesso sesso “Dimmi di sì” e da allora…E’ stato amore :). Quando perciò mi hanno chiesto di scrivere un racconto contro l’omofobia che facesse parte di una raccolta che finanzierà il loro programma educativo Bye Bye Bulli ho detto subito di sì!

Bye Bye Bulli è un progetto educativo che mira a sensibilizzare l’opinione pubblica sulle tematiche dell’identità e orientamento sessuale, con l’obiettivo di combattere pregiudizio, discriminazione, bullismo e omofobia, in particolare nelle scuole. Da oggi è però anche un’intensa raccolta di racconti, dove troverete storie forti di bullismo, omofobia, discriminazione, e talvolta impotenza davanti alle difficoltà…Ma troverete anche storie allegre o che lanciano un deciso messaggio di speranza: la diversità è una ricchezza, un valore, e ciò che bisogna contrastare sono invece bullismo, ignoranza, omofobia.

I 9 racconti, oltre al mio (che troverete come ultimo), sono di Alba Caliò, Fabio Casadei Turroni, Marta Casarini, Carmela Castellano, Mariano Fusaro, Michele Giarratano, Maria Assunta La Paglia e Gabriele Strazio. La copertina e le immagini sono di Salvatore Calò. In totale sono 10 giovani talenti ad aver contribuito a questa raccolta.

E’ possibile acquistare il libro Bye Bye Bulli sia in versione cartacea che ebook sulla piattaforma Lulu, il cui ricavato andrà interamente al Progetto dei Laboratori nelle Scuole. Nei prossimi giorni, inoltre, la versione cartacea del libro verrà distribuita in alcune Librerie, tramite i canali dell’associazione, ed infine anche attraverso la piattaforma webProduzioni dal basso, con cui già da alcuni giorni è possibile finanziare anche la stampa di 800 copie del libro da distribuire gratuitamente nelle scuole italiane.

Con questa iniziativa editoriale Frame lancia le Edizioni Frame e si arricchisce anche di un nuovo partner media, Phabule (www.phabule.it), con cui nei prossimi mesi lancerà un’altra importante iniziativa a sostegno di questo  progetto di contrasto al bullismo omofobico.


Link utili:
Il progetto Bye Bye Bulli 
L’associazione Frame
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  • il manifesto 2013.11.19 – 10 CULTURA                       
DORIS LESSING
La fine del mondo in un taccuino

APERTURA – MARIA ANTONIETTA SARACINO

Novantaquattro anni di vita e oltre sessanta di produzione letteraria. La scrittrice, premio Nobel nel 2007, fece irruzione nella letteratura inglese con «L’erba canta». Vissuta in Zimbabwe, salvaguardò sempre dentro di sé i doni elargiti dall’Africa
In silenzio, nella discrezione con la quale aveva sempre cercato di tenere avvolta la sua vita privata, Doris Lessing, la Signora della letteratura inglese, carica di onori e di anni, ci ha lasciato. La più amata da intere generazioni di lettrici ma anche di lettori, la più prolifica sul piano della scrittura, la più ribelle e intransigente su quello delle ideologie e dei principi. Brusca nei modi verso il mondo esterno quanto calda e generosa nella comunicazione interpersonale. Insofferente ai limiti dell’aggressività verbale verso le molte palesi espressioni della stupidità umana travestite da formalità e belle maniere, quanto lucida e attenta osservatrice del mondo che la circondava. Mondo che in novantaquattro anni di vita e oltre sessanta di ininterrotta produzione letteraria, Lessing ha raccontato in una amplissima gamma di sfaccettature, in molti casi anticipando ideologie e fenomeni – politici, culturali, di costume – che solo anni più tardi si sarebbero manifestati in tutta la loro forza.
Come quel grande tema della condizione femminile che l’autrice esplora e al quale dà voce in una serie di romanzi epocali che pubblica già tra il 1952 e il 1966, dapprima in una serie dall’emblematico titolo di I figli della violenza e, successivamente, nel più celebre The Golden Book, quel Taccuino d’oro che nel 1962 irrompeva come un maglio a scuotere la letteratura inglese, ma non solo, su temi che di lì a pochi anni il movimento delle donne avrebbe fatto propri, anche grazie alla consapevolezza acquisita attraverso la lettura di romanzi, racconti e saggi di Doris Lessing.

Confini ultimi
Una straordinaria preveggenza la sua, con relativa lucidità di analisi, che già negli anni Settanta un’altra intellettuale inglese, Margaret Drabble aveva individuato nell’opera di Lessing, che in un articolo uscito su Ramparts, definiva «una Cassandra in un mondo sotto assedio».
«Doris Lessing è un profeta che annuncia la fine del mondo», scriveva Drabble. «È molto letta ma non così ascoltata, visto che, a suo giudizio, ben poco si può fare per impedire la catastrofe che ci attende. Ma perché, allora, continua a scrivere? Perché, afferma, noi tutti dobbiamo continuare a vivere, e scrivere, come se». Lessing, proseguiva Drabble, «scrive dal confine ultimo della distruzione, nonostante che il punto di vista sia cambiato, in lei, nel corso degli anni: oggi vede un mondo avvelenato e intossicato, là dove un tempo presagiva la rivoluzione (…) Oggi le sue profezie vengono accolte con un senso di impotenza. La sua fama di scrittrice in Inghilterra non potrebbe essere più grande, sebbene a lei non importi niente del mondo letterario. Eppure ha lettori davvero attenti, perché è quel genere di scrittore che cambia la vita delle persone. Il suo Taccuino d’oro è stato definito dalla critica come ‘la Bibbia delle nuove generazioni’. Non credo a lei importi nulla di questa definizione, tuttavia descrive bene i sentimenti e le emozioni che questa lettura riesce a suscitare».
E che a Lessing non importasse granché dell’establishment letterario se ne è avuta prova anche nell’ottobre del 2007 quando le viene conferito il Nobel per la letteratura. Un premio atteso per decenni, ma sempre negatole, sembra, per la decisa opposizione di alcuni membri dell’Accademia di Stoccolma. Quel giorno di ottobre Lessing, che non era stata preavvertita, viene informata dai fotografi e giornalisti che, festanti, si accalcano fuori della sua casa londinese, mentre lei è fuori a fare la spesa. Rientra a casa, guarda infastidita quell’assembramento e a chi le dà la lieta notizia risponde irritata che ormai quel premio non la interessa più. È arrivato troppo tardi. Poi si gira, poggia a terra la borsa della spesa e, seduta sui gradini esterni della sua casa, rilascia qualche commento di circostanza, e niente di più.
Lessing non andrà a Stoccolma a ritirare quel premio; al suo posto andrà il suo editore per leggere una breve comunicazione della scrittrice. Più avanti, arriverà il discorso vero e proprio, una riflessione appassionata sulla necessità di leggere, sulla importanza che i libri hanno avuto nella sua vita, anche in Africa; su come, proprio in Africa, in quella parte del continente, lo Zimbabwe, nella quale aveva trascorso i trent’anni più importanti della sua vita e alla quale tornava ogni volta che poteva, i giovani soffrissero, oltre al resto, anche di «una fame di libri».
L’Africa, già. Il più grande regalo che la vita le aveva fatto, come ripeteva spesso. La terra che le aveva insegnato l’amore e il rispetto per le persone, le cose, gli animali, la natura. Che aveva fatto di lei, come anni dopo avrebbe riconosciuto, una militante e una ecologista, una fautrice dei diritti umani e della emancipazione femminile. La Rodesia, oggi Zimbabwe, nella quale era cresciuta come donna, dove aveva cominciato a lavorare, a fare politica, dove si era sposata due volte, giovanissima, la seconda rimanendo presto vedova di un militante comunista di origine tedesca, Gottfried Lessing, fatto uccidere in un’imboscata: l’uomo del quale per tutta la vita avrebbe portato il cognome e dal quale avrebbe avuto il terzo dei suoi tre figli, quello più bisognoso di attenzioni e di cure, il solo che porterà con sé in Inghilterra quando nel 1949 decide di lasciare l’Africa e trasferirsi a Londra per tentare la fortuna nel campo della letteratura.
Lo fa portandosi appresso un baule pieno di libri, suo figlio e il manoscritto del primo folgorante romanzo, L’erba canta, prima narrazione di largo respiro che arrivava dopo due racconti pubblicati su una rivista sudafricana nel 1948. Da quel momento in poi, la sua vita coinciderà con la scrittura, la pagina sarà lo spazio del suo dialogo con il mondo.
Un mondo osservato e passato al vaglio di una insaziabile curiosità verso l’umano e di una intelligenza affilata e senza compiacimento che, nel tempo, le avrebbero consentito di dare alle stampe oltre cinquanta romanzi, in gran parte assai corposi, con tematiche che stilisticamente spaziano da una solita forma narrativa realista, vicina a quella dei grandi narratori ottocenteschi (ai quali è stata spesso paragonata), a romanzi di fantascienza scaturiti in una fase della sua vita nella quale la scrittrice si avvicina al Sufismo e alla sua filosofia.
Accanto ai romanzi non vanno tuttavia dimenticate le numerose raccolte di racconti brevi, molti ambientati in Africa, attraverso i quali indirettamente ricompone il mosaico di una parte del continente che le è rimasta nel cuore. E gli altrettanto numerosi racconti londinesi, che spesso gettano luce sulla vita degli ultimi, di quanti hanno più difficoltà a venire a patti con la quotidianità della vita, specialmente gli anziani.

L’età della trasgressione
La vecchiaia fa scandalo, Lessing racconta, perché porta in sé qualcosa di incontrollabile e indecente, che le istituzioni, i servizi sociali – quelli inglesi in particolare – si prodigano da sempre a contenere e controllare. Lei, che della vecchiaia ha raccontato spesso gli aspetti trasgressivi, come il bisogno di esprimere l’amore, o semplicemente di decidere della propria vita, anche in una fase estrema della vita stessa. Di questa, narrerà anche il risvolto contrario: la vecchiaia e il diritto alla espressione della sessualità, alla ricerca della felicità, che spesso la società condanna quando a volerla sono le donne. E poi, sul versante generazionale opposto, il mondo dei bambini, l’infanzia, la fase della vita nella quale più si ha bisogno di essere visti ed ascoltati, ma proprio quella talvolta nella quale ciò non accade.
Di questo parlerà a lungo con riferimento alla sua, di infanzia, al dolore di non essersi sentita «vista» da sua madre, alla quale la legherà per tutta la vita un sottile rancore. Ne parlerà a lungo del primo volume della sua autobiografia, Sotto la pelle, ma soprattutto in un breve e struggente romanzo intitolato Il quinto figlio, storia di un bambino «diverso» che sconvolge l’equilibrio di una «famiglia perfetta e felice», mettendo in crisi ogni rapporto e creando nella madre un profondo senso di colpa. E poi racconti di donne colte in un momento particolare della vita di ciascuna, come ne L’estate prima del buio, La buona terrorista o, ancora, La noia di essere moglie
Lessing è anche tra i primi a scrivere, in tempi non sospetti, sull’Afghanistan, paese che va a visitare riportandone la sensazione di un mondo che sta per esplodere; o sullo Zimbabwe dopo l’indipendenza del 1981, sul quale torna più e più volte. E ancora vanno ricordate le sue opere teatrali, Commedia con la tigre e A ciascuno il suo deserto, e le più recenti riflessioni su Il senso della memoria.
Perché narrare si deve, è il messaggio che Doris Lessing sembra lasciare in eredità ai suoi lettori. Narrare è importante, e non è solo appannaggio dei narratori di professione. Lo storyteller è dentro ognuno di noi, ci dice. I racconti abitano in noi, e da tempo immemore, se solo consentiamo loro di farsi ascoltare.
«Perché nel profondo di ciascuno di noi c’è un cantastorie. Un narratore che è sempre con noi. Quand’anche il mondo in cui viviamo venisse travolto dalla guerra, con tutto l’orrore che possiamo facilmente immaginare….Se un’alluvione inondasse le nostre città, e il mare si sollevasse… quel cantastorie continuerebbe ad esistere, perché, nel bene e nel male, è la fantasia a darci una forma, a crearci, a tenerci insieme. E anche se fossimo feriti, dilaniati, distrutti, sarebbero i nostri racconti a rimetterci in piedi. Sono il cantastorie, il creatore di sogni e il costruttore di miti, cioè la nostra fenice, a rappresentare la parte migliore di noi, quella più creativa».

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  • il manifesto 2013.11.14 – 11 CULTURA                                    
 
SCAFFALE – «PRENDITI CURA» DI LETIZIA PAOLOZZI, PER LE EDIZIONI ET AL
Una semantica della generosità
 
TAGLIO BASSO – ALESSANDRA PIGLIARU  

Quante sono le parole di cui possiamo e forse dobbiamo riappropriarci, ripulendone e decostruendone i significati dominanti? La cura, per esempio, è una di queste. Se, infatti, nel comune e un po’ confusionario immaginario viene a segnalare l’idea opprimente dell’obbligo, dello sforzo o di un’altrettanto perniciosa sindrome salvifica, oggi sappiamo che vale la pena soffermarcisi con meno pregiudizi. Soprattutto consapevoli di una storia – principalmente quella del pensiero e dei saperi delle donne – che ne può riconsegnare un senso politico vitale. Come avverte Letizia Paolozzi nel suo ultimo libro Prenditi cura (et al, pp. 80. euro 9) la partita è riaperta. Bello e agile, viene pubblicato per le edizioni et al. inaugurando «Due», la collana diretta da Liliana Rampello. È proprio l’indizio del due il misurarsi incessante nella differenza che Paolozzi sceglie per il suo saggio.
Connotata da chi ha preteso diventasse parte di un welfare ambiguo o da chi, in maniera dissennata, ha creduto potesse supplire a un certo disamore alle radici della convivenza, oggi si può ricominciare a parlare di cura. Di fatto, è già da tempo che la stessa autrice, insieme al «gruppo del mercoledì», la medita e la discute. Trascorso già un anno dall’inserto della rivista Leggendaria che riportava il documento La cura del vivere (contenuto in appendice al libro), Paolozzi con l’efficacia che contraddistingue la sua scrittura torna così su un tema spinoso per concedergli ulteriori aperture. Prenditi cura prende avvio proprio dagli incontri che hanno preceduto e succeduto la riflessione con il gruppo romano. Il titolo è un suggerimento verso chi, tenendo sempre presente la libertà femminile come punto fermo e non negoziabile, desidera fare della cura un orizzonte politico e di esistenza possibile. A ben pensarci, è una posizione radicale che modifica una volta per tutte la visione del mondo e dei rapporti che lo abitano. Il carattere forzoso e oblativo viene smontato, così come l’apparente ambivalenza tra libertà e dipendenza; su quest’ultima si dovrebbe mostrare un po’ di indulgenza verso se stessi e comprendere, come suggerisce l’autrice attraverso Hannah Arendt, che non vi è una mai un’indipendenza da tutto e da tutti. Viene invece fatto ordine su una discussione che non concerne più una femminilità di servizio, piuttosto rilancia buone pratiche per un presente dotato di un qualche senso. Il primo che viene rintracciato è quello delle relazioni tra donne e uomini nel solco di una interrogazione che dura da anni; come quella citata, per esempio, del gruppo Identità e differenza di Adriana Sbrogiò e Marco Cazzaniga. Da Torreglia a Reggio Emilia e Correggio, passando per Milano, Roma e Paestum sono tante le tappe del viaggio descritto da Letizia Paolozzi con volti, parole e dissomiglianze per parlare di lavoro, ambiente, relazioni come altrettante modalità di scrutare il mondo, giacché è chiaro: la cura è l’altro nome dell’attenzione. Certo, esaminando la sua storia etimologica ci si renderebbe conto di quanti e quali significati custodisca. Dall’accudimento alla sollecitudine, passando per il cuore e l’inquietudine fino ad arrivare al guardare. La cura allora si può forse interpretare con la capacità di osservare, nello stesso tempo, il dettaglio e l’intero. Non è un martorio, al contrario è un sapere di sé e dell’altro, che accresce e che comporta una condivisione profonda. E dal confronto andrebbe, appunto, ridiscussa per fare arretrare la sciatteria, cifra che articola tanta politica ma anche tanta relazionalità contemporanea. 
Privo di sistematicità, il libro di Letizia Paolozzi è soprattutto la restituzione meditata di dibattiti e incontri in presenza. Dice pure che sia donne che uomini raccontano un conflitto. Tuttavia «se gli uni dovrebbero aprirlo con se stessi e con la società, per le altre invece si tratta di porre un limite a quel ‘troppo’ di slancio che mettono nelle relazioni fino a rinunciare a se stesse». Eppure c’è una novità sostanziale, passata nella storia della cultura e sul piano del simbolico, che ha fatto sì che le donne riuscissero a riappropriarsi della cura non più intesa come un costrutto ingombrante, fonte di molesta preoccupazione. Un guadagno che ha a che vedere con la consapevolezza di una posta in gioco più alta ed estesa: quella del buon vivere. Il «di più» ha una doppia sembianza: è valore aggiunto dell’autenticità ma è anche un «troppo» che, se non sorvegliato, rischia di affliggere. 
Ribaltamento di una disaffezione pervasiva, la cura interroga il presente della politica, delle nostre relazioni e del mondo. Non come una pratica che si scaglia contro qualcosa, bensì come la possibilità attiva e incarnata della resistenza e della riparazione. E poi, come propone Paolozzi, «se provassimo a fare della cura un punto di appoggio per rinnovare i comportamenti? Purché non si torni a quell’obbligo di natura, una specie di lettera scarlatta, appiccicata sulla fronte delle donne. Bisogna, piuttosto, provocare delle incursioni nel presente, nominando quali sono le condizioni da porre, i conflitti da aprire: quale forma di civiltà dei rapporti vogliamo». In questo cambiamento già in atto, che la cura sia tornata a far parlare di sé pare, infine, decisivo. Perché possiamo assumerla come una semantica della generosità, dovuta prima di tutto a ciascuna e ciascuno di noi e tramutarla in apprendistato capace – nella sua circolarità – di disfare l’accerchiamento del potere.

Il cielo di ottobre non è di un colore solo.

Ha mille sfumature: è azzurro, celeste, turchese, blu cobalto, ed è pieno di luce.

La luce nelle giornate di sole è calda, trasparente, esalta i colori del cielo e degli alberi, che si ammantano di mille sfumature, anche loro, di verde, di giallo, di marrone e di rosso.

Ottobre è il mese in cui sono nata ed inspiegabilmente, o forse no, ogni volta, ogni anno in questo periodo mi sento bene.

Quest’anno poi mi sento particolarmente bene

Venerdì mattina sono andata al consultorio per fare il pap-test

Non so perché, ma è stato molto doloroso

Forse perché non ero emotivamente abbastanza predisposta ad eseguire il prelievo e invece mi sembrava di essere tranquilla

Evidentemente ci sono angoli che restano segreti anche quando ci sembra di essere arrivati a conoscerci bene.

Uscendo dall’ambulatorio, mentre stavo indossando il giaccone una ragazza mi saluta calorosamente

E’ Fatima, una ragazza rom compagna di scuola di mia figlia dalla scuola materna fino alle medie inferiori

Alle medie purtroppo i ragazzi rom si perdono strada facendo ed anche  Fatima lasciò la scuola in seconda media, dopo che qualcuno, durante il tragitto da scuola al campo , l’ aveva importunata e per questo fu ricoverata in ospedale.

Io e Ire siamo state le uniche della classe ad andare a trovarla in ospedale.

Dopo questa storia Fatima non volle più tornare a scuola

Ed io  per questo sono stata arrabbiata per molto tempo perché lei era piena di curiosità, di entusiasmo, di voglia di vivere

Ma negli occhi della ragazza che venerdì mi ha salutato non c’era traccia di tutta questa possibilità di vita

Oggi Fatima ha tre figli ed ha 22 anni, come mia figlia e i suoi grandi occhi nocciola sono spenti

L’ho abbracciata forte, le ho detto che le voglio bene e le ho lasciato il numero del mio cellulare, dicendole di chiamarmi per qualsiasi motivo.

Mi ha richiamato a fine mattinata dicendomi di aiutarla a trovare lavoro e subito mi è venuto in mente un episodio di diversi anni fa

Ero in autobus, stavo andando al lavoro e l’autobus era pieno di gente.  A un certo punto salgono due giovani donne rom e tutti cominciano ad agitarsi, nessuno le vuole accanto e qualcuno comincia a dirgli di scendere ed io non ce l’ho fatta a star zitta e in difesa di quelle donne, rivolgendomi a chi con tono arrogante le aveva aggredite, ho detto “Ma queste ragazze cosa dovrebbero fare al posto di chiedere l’elemosina? Voi glielo dareste un lavoro?” E allora una di loro mi disse “Lascia stare Grazie Ma lascia perdere…”

E adesso mi ritrovo in una situazione simile e diversa nello stesso tempo perché oggi non si tratta solo di usare le parole ma di tramutare le parole in una soluzione concreta: devo assolutamente trovare qualcuno che accolga Fatima e le dia una possibilità, e non sarà certamente facile.

Quanto più la disperazione

e il dolore

gravano sul torbido presente,

tanto più si fa intensa

la bramosia che spinge

verso una vita più bella.

E in quell’autunno la vita quotidiana

offriva occasioni

senza limiti

per passioni ardenti

e puerili fantasie.

(L’autunno del medioevo/ Johan Huizinga)

 

Art Advisory – L’assunto dell’autenticitàIeri ho pubblicato un breve post dal titolo Le Nostre Mestruazioni sulla nostra pagina fb. Ne è sortito un dibattito ricchissimo, di quelli che mi  persuadono che, nonostante tutto appaia ostile per noi donne, il cambiamento è invece potentemente in corso. Come l’acqua è in grado di abbattere muri che parevano solidissimi, così la forza delle donne si sta esprimendo in luoghi e modalità a cui è bene prestare ascolto.
Alcuni commenti che leggerete paiono ostili: io li vedo come la manifestazione di una lotta, quella tra ragione e natura, che non ha motivo di esistere: ora è importante tenere insieme, cucire, unire.
Spesso siamo tenacemente ancorate ad una razionalità che pare darci sicurezza. Talvolta i commenti che ne scaturiscono sono duri, giudicanti, sprezzanti. Peccato. Perché l’ascolto delle altre resta a mio avviso l’unico modo per progredire. Una laurea un Master non si negano quasi a nessuno  ma un processo di consapevolezza della vita è frutto di un lungo percorso che richiede umiltà e fatica.
La maggioranza delle donne che ricoprono posizioni di potere oggi, adottano modi e tempi del maschile. E così facendo il mondo si impoverisce.  Non giudico, l’ho vissuto e dunque ne  ho estrema comprensione. Ma è un altro il femminile che andiamo cercando e di cui c’è bisogno.
Che paura del giudizio degli uomini, ragazze! Che paura ancora che abbiamo!
“Essere Due” e non uno e la sua brutta copia.
Il modello maschile può essere interessante. Ma oggi è tempo di  formulare il nostro.
Coraggio!
Anni fa scrissi il discorso che trovate qui sotto per un congresso mondiale di donne che si teneva a Oslo. Ebbe grande eco. L’ho trascritto nella ultima parte del libro “Il Corpo delle Donne”, la ritengo la parte più importante.

Il Discorso di Oslo

“Edward Whitmont, il più celebre tra gli allievi di Jung,
ha scritto: “Essere autentici costituisce probabilmente il più
fondamentale dei diritti dell’uomo. Ma la conquista dell’autenticità
richiede che si renda omaggio ai propri desideri e
bisogni emotivi. Il bisogno è l’impulso fondamentale verso
una soddisfazione biologica, emotiva e spirituale. Questa
soddisfazione opera nell’interesse della sopravvivenza, dell’identità
individuale e dell’autoaffermazione”. Possiamo rinnegare
ciò che facciamo o ciò che abbiamo fatto, ma non ciò
che siamo o ciò che profondamente vogliamo.
Alla ricerca della mia autenticità, ho realizzato che il
mio curriculum non è sufficiente per rappresentare la mia
vita. Per la prima volta ho capito che, se volevo mettermi
realmente alla ricerca della mia autenticità, dovevo accettare
di perdere le mie certezze.
Il dubbio è diventato il mio amico più caro. Dovevo accettare
di non sapere… Alla ricerca della mia autenticità,
sono diventata consapevole che il mio corpo è importante
almeno quanto la mia mente, spesso così ingombrante. E
ho sentito profondamente di avere anche un’anima, che sapeva
essere molto più vicina di quanto pensassi alle domande
importanti della vita.
Il bisogno è la spinta fondamentale verso una profonda
soddisfazione biologica, emotiva e spirituale…
Secondo la mia esperienza personale, il vero problema
per noi donne è che da un certo momento in poi non siamo
più state in grado di identificare i nostri bisogni. Le ragioni
sono molte e profonde. Ciò nonostante, sappiamo per
certo che abbiamo seguito il modello maschile prevalente
e a esso ci siamo adeguate, senza considerare se fosse giusto
o meno. Ma noi non siamo uomini.
In un mondo dove “se non lavori non esisti”, intendendo
il lavorare come ricerca di senso, oltre che di retribuzione,
l’unica scelta per noi donne è stata quella di lavorare
come uomini. Un lavoro spesso basato sulla produzione
di merci e non di valore. E attraverso la condivisione della
produzione abbiamo scelto di esistere.
Una volta entrate nel mondo del lavoro ne abbiamo accettato
le logiche e i metodi, sebbene non fossimo state noi
a concepirli. La gestione del tempo, delle riunioni e delle
persone, il modo con cui ci proponevamo di raggiungere
gli obiettivi, i mansionari e le schede di valutazione erano
stati concepiti per gli uomini: ciò nonostante li abbiamo
fatti nostri.
Ne conosciamo le conseguenze? Forse, ma non completamente.
Negli ultimi anni abbiamo assistito a importanti
cambiamenti nel mondo del lavoro: abbiamo cominciato
a discutere dei nostri problemi. Per riuscire ad attrarre
più donne all’interno del management, molte multinazionali
hanno sviluppato politiche interessanti sulla
flessibilità degli orari, che avrebbe dovuto mettere le donne
in condizioni di avere e crescere dei figli. Ciò nonostante,
il problema non è stato risolto. Moltissime donne
sentono la profonda ferita che divide la loro vita privata da
quella professionale.
Essere entrate nel mondo del lavoro ci ha dato effettivamente
la possibilità di percepire il nostro valore non solo
dentro casa ma anche fuori, affrontando così contesti
nuovi. Eppure, molto lavoro domestico dipende ancora totalmente
dalle donne. Alcune di noi hanno la possibilità di
delegarlo ad altre donne, ma la responsabilità di organizzarlo
all’interno della casa resta spesso di nostra totale competenza.
Il compito più difficile continua a essere mettere insie
me le parti. Quante volte abbiamo voluto credere che si trattava
solo di diventare abili organizzatrici e riuscire così a
gestire tutto, e quante volte ci siamo sbagliate! La qualità è
veramente sempre preferibile alla quantità? Diventa sempre
più difficile avere tempo per i figli, intendendo con ciò
tempo reale per metterli al mondo e crescerli. E ancora più
difficile diventa trovare il tempo per gestire la casa, la famiglia
e tutte le attività legate all’accudimento, quelle attività
di cui sono da sempre responsabili le donne: prendersi
cura dei genitori anziani, dei malati, e della morte che a
volte irrompe nelle nostre vite.
“Cosas de la vida,” dicono in Sudamerica. Nascite, bambini,
malattie, accudimento degli anziani, amori, relazioni:
sono tutte cose della vita.
Se ci riflettiamo con attenzione, le cose della vita sono
anche “cose di donne”. Non è interessante? Da un certo punto
in poi della mia vita, ho sentito chiaramente che volevo
occuparmi di più di queste cose, volevo che mi avvolgessero.
Non si trattava più di trovare mezz’ora per far fare i compiti
a mio figlio. Volevo di più.
Questo è il problema, credo: vogliamo di più!
Volere di più può significare scegliere di esistere non solo
attraverso il lavoro.
Iniziare a realizzare che ciò che il mondo considera “di
successo” forse non lo è necessariamente anche per noi. Significa
iniziare a chiedersi:
cosa è importante per me?
Cosa conta nella vita?
Cosa significa essere capaci di costruirsi una carriera
“sostenibile”?
Molti anni fa mi sono presa un periodo sabbatico. Lavoravo
come dirigente in una grande azienda e non sapevo più
cosa volessi.
Non ero più in grado di riconoscere i miei bisogni. Sapevo
solo di essere stanca: mi sentivo sfinita. Era un malessere
indicibile a cui non avrei saputo dare un nome. Anche
adesso mi è difficile spiegarlo: all’esterno apparivo come
una donna in carriera e di successo. Il mio malessere
era la mia sola consapevolezza.
Una mattina, sotto la doccia, ho sentito un nodulo al
seno. Nessun pericolo reale: ecografia, ago aspirato, la
prassi usuale. Nulla di preoccupante, ha detto il chirurgo,
cose che succedono, senza un particolare significato. Io
invece sentivo che il mio corpo mi stava dicendo qualcosa.
Pensavo alle molte amiche entrate in menopausa prima
dei quarant’anni: anche a loro i medici avevano detto
“cose che succedono”. Le donne non ne parlano volentieri.
Sembra che l’immagine di una donna di successo non
preveda la malattia, spesso considerata alla stregua di una
colpa. Ho cominciato da lì, dal sentire che nel mio corpo
si era inceppato qualcosa. Non avevo nessun’altra consapevolezza.
Ho iniziato allora, in principio quasi brancolando nel
buio, a frequentare tutti i corsi che potevano mettermi a
contatto con il mio corpo: yoga, recitazione, canto, ballo.
Provavo dapprima con timore, poi via via con maggior consapevolezza.
Andavo alla ricerca della via che mi avrebbe
avvicinata al mio corpo.
Da questa ricerca è scaturita un’energia che non pensavo
di avere.
Mi sentivo come l’acqua di un torrente impetuoso. Per
la prima volta volevo vivere pienamente e completamente,
anziché passare la vita a raggiungere obiettivi che non mi
corrispondevano più.
Mi lasciavo portare dalla corrente, come una foglia dal
vento. Per la prima volta ho sentito che stavo accettando di
esistere totalmente e completamente, invece di inseguire
mete che in verità non condividevo.
Per anni ho nascosto la mia essenza più profonda sotto
strati di abitudini maschili perdendo ogni traccia del mio
essere femminile. Mi riconosco un solo merito: essere stata
capace di ascoltarmi prima che fosse troppo tardi, e aver
mantenuto un filo, a volte quasi invisibile, con quella che
io ritengo essere la mia verità.
Mettersi alla ricerca della propria verità. Accettare di
non sapere; avendo fiducia che nuove consapevolezze emergeranno
durante il viaggio; senza preoccuparsi di sapere
tutto e convincendoci che i dubbi possono essere utili. Concedersi,
finalmente, la libertà di dire: “Non so, ci devo pensare.
Mi prendo il mio tempo”.
Non ho ricette, né penso che ne esistano. La ricerca ossessiva
di manuali che ci insegnano come vivere spesso
nasconde la paura di dover comprendere che la strada ver-
so la conoscenza di noi stessi è lunga, ma soprattutto personale.
La prima cosa da fare per divenire autentiche è probabilmente
imparare ad ascoltarci. La nostra verità, la nostra
vera voce, è spesso nascosta ed è necessario il silenzio perché
il nuovo e il vero emergano. Solo così i nostri bisogni
più profondi potranno essere uditi.
Il bisogno, lo abbiamo detto, rappresenta il nostro impulso
fondamentale verso la soddisfazione biologica, emotiva
e spirituale. La soddisfazione di queste necessità garantisce
la sopravvivenza della nostra identità.
Uno dei passi più importanti nella vita è saper riconoscere
i propri bisogni più profondi. Ma quali erano i miei
bisogni?
Credo che questo sia il problema maggiore per noi donne:
non sappiamo cosa vogliamo. Ci siamo allontanate troppo
da noi stesse e ora è difficile trovare la strada che ci condurrà
a casa.
Abbiamo introiettato il modello maschile così a lungo,
e così profondamente, che non siamo più in grado di riconoscere
cosa vogliamo veramente e cosa ci rende felici.
Cosa mi rende felice?
Il mio lavoro mi permette davvero di esprimermi?
Chi sono?
Sappiamo riconoscere i nostri doveri più sacri?
Queste sono domande semplici che dovremmo porci
sempre, o cominciare a porci.
Pensiamo per un attimo all’idea attuale di bellezza: siamo
certe di identificarci con questo modello? Molte donne
risponderebbero di no.
L’immagine femminile nei media è molto lontana dalla
realtà. Troppo magre, troppo giovani, spesso con sguardi
sofferenti: è strano e allo stesso tempo preoccupante che la
pubblicità utilizzi questo tipo di donna per attrarre pubblico
femminile. Perché compriamo un certo tipo di crema
o un certo vestito? Ci piacciono veramente le modelle della
pubblicità? E siamo sicure di essere contente, ora che
molte di noi sono diventate quasi uomini e come tali si comportano?
Siamo certe di voler passare la nostra vita, le nostre gior-
nate, in uffici con luce artificiale e aria condizionata fino
alle nove di sera? Di partecipare a riunioni spesso stancanti
e senza senso?
Le cose della vita ci stanno chiamando, sono là fuori e
premono per entrare nelle nostre giornate.
Da tempo ho rifiutato la ferita che tutte noi, consciamente
o inconsciamente, nascondiamo.
E questa ferita si forma attraverso il nostro essere eternamente
divise in due. Quando siamo al lavoro, pensiamo
ai bambini a casa. E mentre ci occupiamo di organizzazione
domestica, pensiamo alle cose da fare in ufficio. Per
di più, non possiamo dimenticare il nostro orologio biologico…
quand’è il momento più giusto per fare figli? Ce la
faremo a dividerci tra una carriera che ci regala la sensazione
di “esistere” e una maternità che spesso appare come
un’esperienza oscura, a tratti spaventevole?
Anni trascorsi così: mai completamente concentrate sul
lavoro, come possono fare gli uomini, mai completamente
con la propria famiglia, come fanno solitamente le madri.
Imparavo ad affrontare una grande frustrazione perché
il mio “prodotto finale” mi pareva fosse sempre migliorabile:
“Se solo non avessi i bambini a cui pensare, avrei scritto
meglio questo documento!”. E poi: “Non sarebbe meglio
per tutti se avessi più tempo da dedicare a mio figlio, anziché
stare sino a tardi in ufficio?”.
Non ero mai soddisfatta di me stessa.
Lungo il cammino verso la conoscenza di sé, quando finalmente
ho cominciato ad accettarmi e a riconoscere la
mia essenza più profonda, ho cominciato anche a identificare
le cose importanti per me.
E la ferita ha iniziato a rimarginarsi, miracolosamente.
Non era più tempo di “o questo, o quello”: bambini o lavoro,
corpo o mente, amore o carriera.
Piuttosto, la vita poteva unire, tenere insieme.
Volevo unire la ragione con il mio bisogno di vita.
Unire la mente con il richiamo potente della natura.
Unire, o meglio ri-unire, annullare la separazione che
ci spinge alla nostra personalissima ricerca di senso: il significato
del nostro essere su questa terra.
Unire.
Sciogliere l’ultimo nodo che impedisce la nostra libertà.
Mettere finalmente a frutto tutto quanto abbiamo impa-
rato durante gli anni e ciò che siamo diventate: la bellezza
dell’universo, la maternità, un lavoro, l’amore, gli studi
letterari, lo yoga, la passione. Tutte esperienze che mi appartengono
e che hanno influenzato la mia vita. La ferita
è stata sostituita da un cammino verso l’autenticità, che
implica fermare la lotta e cominciare a mettere insieme le
parti.
La scorsa estate ho passato le vacanze con i miei figli,
Alessandro ed Eleonora. Mentre scrivevo, mi interrompevano
spesso. Il disappunto che nasceva dall’essere distolta
dal lavoro veniva lentamente rimpiazzato dalla meraviglia
che la loro stessa esistenza mi suscitava. Non volevo più
chiudere la porta ai sensi e alle emozioni. Li osservavo. Il
mio lavoro avrebbe subìto un ritardo. I miei sentimenti
avrebbero influenzato il mio lavoro. Univo, tenevo insieme
le parti.
E nell’unire, scoprivo anche le fasi del mio corpo. Le ho
scoperte durante la gravidanza. Fino a quel momento, mi
ero identificata solo con la mia testa.
Ora amo il mio corpo, mi racconta molto di me e ho imparato
ad ascoltarlo.
Lo yoga mi ha indicato la via dell’unione.
Il ballo mi ha regalato una dimensione erotica della vita.
Unisco, tengo insieme.
Mi impegno a unire, anziché a separare.
È importante iniziare a occuparsi delle cose che realmente
contano. Noi donne siamo sempre state presenti
quando si tratta di occuparsi delle cose della vita, delle cose
che contano. Dando la vita, curando gli ammalati e seguendoli
sino alla morte. È tempo per noi di crescere e di
accettare le nostre responsabilità. Tempo di riconoscere chi
siamo e le nostre potenzialità. Tempo di onorare i nostri
doveri.
È tempo di vivere le nostre vite meglio e più pienamente.
Siamo pronte, ora, per un salto qualitativo.
Scegliamo di dare vita a un Nuovo mondo.
Per farlo, dobbiamo trovare il coraggio di nominare il
mondo al femminile.
Trovare il coraggio di metterci alla prova.
La capacità di nominare il mondo al femminile coinci-
de con l’arte personalissima di ciascuna donna di dire e
creare la propria vita in modo unico e nuovo.
È un cammino lungo e difficile.
Come dicevamo, comincia con il riconoscere chi siamo
e cosa vogliamo veramente.
Cosa conta per noi e qual è il nostro ruolo nel mondo.
Continua con l’insegnare al mondo chi siamo e quali sono
le nostre potenzialità.
Trasformiamoci: dall’“essere” perché sappiamo lavorare
come uomini, a un “essere” che si forma proponendo un
modo nuovo e complementare a ciò che già esiste.
Così da poter essere realmente Due, anziché Uno e la
sua brutta copia.
Avviamoci verso la nostra vera casa e andiamo incontro
a noi stesse.
Forse si può accettare di stare in bilico, può anche essere
un’esperienza interessante. Forse non è necessario essere
sempre certe. Qualche volta l’incertezza, la consapevolezza
di essere sospesi, può essere foriera di sorprese inimmaginabili.
È tempo di dare spazio ai sentimenti, ai sensi e allo spirito.
Forse può essere nostra precisa responsabilità essere un
esempio vivente di come il bisogno di ragione e l’espressione
della vita possano coesistere.
Forse potremmo iniziare diventando vulnerabili.
Io voglio essere vulnerabile. Sono stanca di essere e apparire
invulnerabile.
La vulnerabilità è bella, mostra i nostri sentimenti più
profondi, mostra i moti della nostra anima.
Il nostro volto visto come fenomeno archetipico reca un
messaggio: vulnerabilità assoluta. Il volto è l’espressione
della nostra autenticità.
Mostrando il nostro vero volto, smettendo di nasconderci,
iniziamo a cambiare il mondo.
Diventiamo testimoni viventi della vita che è fatta da ragione
e vita, razionalità ed emozione. E spiritualità.
“Se non lavori non esisti.”
“Ma questa equazione non considera che dietro a tutte le
attività produttive c’è un essere umano che sta lavorando.”
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Il corpo delle donne:Layout 1 16-03-2010 12:05 Pagina 186
Forse c’è un altro modo per uscirne. Ripensare l’idea di
lavoro cominciando da una semplice domanda: gli obiettivi
dell’economia sono anche i nostri?
È evidente che il problema del lavoro non può riguardare
solo l’economia. La produzione senza fine di merci
non può dare un senso alla nostra vita.
Più di un miliardo di persone non hanno accesso all’acqua
potabile.
850 milioni sono sotto nutrite.
7 milioni di ettari di foresta vengono distrutti ogni anno.
L’1 per cento della popolazione mondiale detiene il 40
per cento della ricchezza mondiale.
Unire ragione e vita per dare un nuovo senso alla nostra
vita.
Quante volte abbiamo visto questi dati?
Ma come li abbiamo guardati?
Usando la ragione. Cosa accadrebbe se li guardassimo
utilizzando la ragione e il profondo bisogno di rispettare e
onorare la vita?
“Mettiamo al mondo il mondo.”
Recuperiamo la nostra saggezza profonda: noi donne
sappiamo che il cambiamento del mondo può partire dal
nostro personale cambiamento.
“Le donne dovrebbero essere responsabili dello sviluppo
sostenibile della terra, dedicandosi al nobile scopo di costruire
le nazioni,” dice Pratibha Patil, primo presidente
donna della Repubblica indiana.
Se vogliamo salvare la natura fuori di noi, dobbiamo
iniziare con il salvare la natura dentro di noi.
Portiamo a conoscenza degli altri cosa significhi essere
una donna.
Mostriamolo al mondo.
Sostituiamo il dover fare con l’essere.
Proponiamo come modello di forza il giunco, che durante
la tempesta non si spezza, come invece fa la quercia.
Accettiamo che i tempi delle donne sono diversi da quelli
degli uomini.
Accettiamo che il progetto di un nuovo modo di concepire
la vita richiede tempo, condizioni propizie, calma, silenzio
e un ambiente protetto.
Solo così saremo in grado di dare il benvenuto al mondo.

Lorella Zanardo

EROTISMO 2

Sono dovuta arrivare all’ultimo volume della trilogia erotica italiana della scrittrice Irene Cao per trovare finalmente la rappresentazione dell’erotismo dal punto di vista femminile.

E ho trovato tutto,

l’assaporarsi reciproco con tutti i sensi,

il lasciarsi inebriare dal calore e dall’odore del proprio uomo,

leccarlo dappertutto

prendersi tempo

darsi piacere e offrirne la vista a lui 

lasciare che lui assapori te

e finalmente …

arrivare a perdersi

l’uno nell’altro

nel medesimo istante

in un irresistibile e simultaneo piacere 

EROTISMO

Qualche settimana fa girovagando fra i libri esposti in libreria, un libro dalla copertina nera e dal titolo: IO TI GUARDO ha attirato la mia attenzione. Una fascetta gialla lo fasciava e su di essa c’era scritto: LASCIATI SEDURRE.

Prezzo € 5. Ultima copia rimasta

Con questo romanzo la scrittrice Irene Cao inizia la prima trilogia erotica italiana.

Curiosa, l’ho acquistato e letto in una giornata.

Pensavo che mi sarei trovata a leggere qualcosa di nuovo. Ma sono rimasta molto delusa.

Pensavo che una donna scrittrice avrebbe potuto rappresentare l’erotismo dal punto di vista femminile, come mai fino ad oggi era stato fatto.

Perché penso da sempre che una donna sa della vita e della morte, lo sa a livello profondo, lo sa  ogni cellula del suo corpo, lo sa all’interno della sua vagina e il momento dell’orgasmo è il momento supremo in cui vita e morte si fondono.

L’erotismo è l’approvazione della vita fin dentro la morte, e ciò tanto nell’erotismo dei cuori che nell’erotismo dei corpi: una sfida alla morte lanciata dall’indifferenza. (G. Bataille, L’erotismo – 1957)

Nell’apice dell’amore, infatti, l’Io i il Tu si dissolvono come il gioco del vedere e dell’essere visto, e questa rinuncia al proprio Io e all’immagine del proprio corpo è resa possibile dalla fiducia nell’altro, senza la quale non potrebbe essere superata la profonda angoscia che l’orgasmo possa condurre alla perdita di sé come nella morte. La fiducia garantisce il ritorno, la nostra rinascita, ma non evita che per un istante, per quell’istante in cui si perde la testa per entrare nel corpo, il nulla si introduca furtivamente nella vita. (U. Galimberti Le cose dell’amore – 2013)

Anche in questo libro (Io ti guardo), come in molti racconti che girano sul web, il gioco erotico è gestito dall’uomo, come se la donna non avesse fantasie o quanto meno la capacità di poterle attuare e quindi avesse bisogno di un maestro che le insegnasse come fare.

Le cose non stanno così e c’è molta strada da fare affinché donne e uomini possano essere finalmente liberi di vivere la loro sessualità come desiderano.  

il manifesto        2013.06.27
DISPOSITIVI DEL POTERE
Se la vera felicità è un azzardo

APERTURA – ALESSANDRA PIGLIARU

Il nuovo libro di Luisa Muraro «Autorità» e l’efficacia politica della pratica dei saperi femministi in «C’è una bella differenza», conversazione fra Luisa Cavaliere e Lia Cigarini
Nella storia del pensiero, e soprattutto in quella della moderna civiltà occidentale, esistono idee controverse di non facile digestione. Alcune, in particolare, sembrano scontare un passato e una stratificazione storico-politica tesa a sovrastarne il significato effettivo. Sembra che all’idea di autorità accadano entrambe le cose, contesa come è da chi ne rigetta completamente il senso e da chi le manifesta una costante diffidenza.
Da molti anni, la riflessione intorno al tema dell’autorità è centrale nel femminismo della differenza italiano di cui Luisa Muraro è figura di spicco. Leggere oggi il suo nuovo libro dal titolo Autorità (Rosenberg & Sellier, pp.128, euro 9,50), consente di fare il punto su una questione spinosa e decisiva come quella dell’autorità, per mostrarne la posta in gioco nel presente del dibattito politico. Il libro è un lungo ragionamento, costellato da numerosi riferimenti filosofici, storici, artistici e letterari. Muraro sceglie alcune figure che più di altre forniscono la possibilità di interrogazione intorno all’autorità.Principi che si inceppano
Dalla figura di Antigone che nel conflitto tra due leggi, opta per quella più autorevole nominata nel suo ordine simbolico, fino ad arrivare ad Anne Elliot, la protagonista del romanzo Persuasione di Jane Austen, che affronta con grazia la questione del consiglio autorevole. In questo dettato di forza simbolica femminile, a farsi segno dell’autorità sono state le madri di Plaza de Mayo, così come oggi – riempiendo le piazze con i propri simili, contro la sordità e cecità del potere costituito – lo sono quelle di Istanbul. Con lo stesso desiderio di chiarezza, la filosofa segnala alcuni passaggi storici cruciali entro cui rivoltarsi contro il principio di autorità si è reso necessario. Si pensi al lungo cammino che dalla culla del Rinascimento e della Riforma protestante è giunto fino alla Rivoluzione scientifica approdando al movimento studentesco.
In questi passaggi, che sono altrettante aperture di modelli politico-culturali, l’intera società è stata trasformata dal suo interno. In effetti, quando l’incarnazione del principio di autorità non funziona più o cerca connivenze con l’oppressione del potere, è pur vitale rivoltarsi. L’applicazione di quel principio – quando non è tenuto insieme da un senso riconosciuto di giustizia – si deforma repentinamente in autoritarismo, in dispositivo scellerato con tutte le conseguenze rapinose nella vita di ognuna e ognuno di noi. Ciò, sostiene Muraro, non significa che l’autorità possa essere bandita dalle faccende umane, perché a essa è interna una qualità inconsumabile che si muove tra relazione e riconoscimento e che, se praticata avendo cura della sua forza simbolica, diventa risorsa di accrescimento e felicità tra le persone. Certo se ne deve saper fare un buon uso dopo aver compreso che «l’autorità viene riconosciuta, attribuita, accettata, assunta, nasce cioè in una relazione dove nessuno la possiede di suo».
Così è capitato a Galilei che per tagliare i lacci delle posizioni bibliche e aristoteliche si è appellato al grande libro dell’universo, capace di tradurre in forma rigorosa le sorti della scienza. Per farlo ha avuto bisogno tuttavia di attendibilità, quella di cui la conoscenza della lingua lo aveva dotato. Una cosa è infatti la liberazione dal passato di una tradizione che opprime e schiaccia, altra cosa è la necessità – superato il rifiuto – di una parola che assicuri a sé forza e credibilità. Diversamente da ciò che capitò a Montaigne – che Muraro avvicenda con Kant in capo alla questione legge-giustizia-autorità -, chiudere con il principio di autorità ha significato riconoscere le imperfezione dei legislatori, uomini vani, per aprire ad un’indagine che parta dalla soggettività di ciascuno.

Il meccanismo della devozione 
Gli esempi che ci vengono forniti durante la lettura concorrono tutti a rimarcare una questione dirimente che è poi il rilancio del libro: così come autorità e potere sono disgiunti, altrettanto distanti sono l’ordine simbolico e l’ordine sociale. Sulla prima dicotomia è fondata la tesi del libro ma anche la possibilità della scommessa della politica contemporanea: dove compare l’autorità il potere arretra. Potremmo dunque aggiungere che laddove non c’è autorità – intesa come forza simbolica e scambio tra i viventi – quel posto vuoto viene depredato e occupato impunemente dal potere. Anche qui il territorio lambito sembra essere quello tra forza e violenza: dove manca l’autorità, avanza la violenza giacché la relazione tra chi esercita il potere e chi ne è soggiogato non consente un riconoscimento, tantomeno scelta. È piuttosto un obbligo di obbedienza e devozione unilaterale che non concede contraddittorio. Dalla confusione, spesso per niente ingenua, di autorità e potere nasce la sopraffazione. Nel meccanismo del potere, che muta in coercizione, si è dinanzi ad una sottomissione e ad un’oppressione dettate da una gerarchia dei rapporti di forza. Tale gerarchia insieme ai rapporti di subalternità prende il posto della mancanza di autorità comportando lo sfascio al quale oggi assistiamo. In questa traiettoria, si mescolano un po’ le carte facendo finta che non esista altro modo se non il proprio di impadronirsi del consenso. C’è un vuoto – in questo momento fulgidamente rappresentato dalla politica istituzionale – che cerca di assumere su di sé autorità per farne scempio, pensando forse che nessuno se ne accorga.
Ecco che la proposta politica del libro di Luisa Muraro sta a questa altezza: fare dell’esperienza dell’autorità un modo dello scambio che apra alla discussione critica e comporti un orientamento di senso. Una corrispondenza che eventualmente possa renderci anche un po’ felici. In fondo è la stessa interlocuzione richiesta alla lettrice e al lettore quando, nella seconda parte del libro, viene chiesto di continuare a scrivere quelle pagine bianche. Si deve sempre domandare la restituzione di quel riconoscimento di autorità, perché la promessa non può essere fatta una volta per tutte. È un rischio evidente ma è questa la scommessa in un presente così poco credibile: mettersi in gioco con la forza radicale di una soggettività che intenda le relazioni tra donne, e quelle tra donne e uomini, come il centro della politica.

Dal lavoro alla cura
Sull’efficacia politica della pratica e dei saperi femministi che guardano al presente, si apre C’è una bella differenza (et al./ Edizioni, pp.104, euro 10). Fitta e importante conversazione tra Luisa Cavaliere e Lia Cigarini, il volumetto offre molteplici sollecitazioni riguardo temi e problemi cruciali al centro del dibattito politico contemporaneo. In particolare, il nucleo portante è rappresentato dalla discussione dell’esperienza di Paestum, l’incontro nazionale avvenuto lo scorso ottobre che ha visto la partecipazione di quasi mille donne. Cavaliere e Cigarini, entrambe promotrici e firmatarie – insieme a Lea Melandri e ad altre femministe italiane – della lettera d’invito, percorrono le ragioni che hanno fatto di quell’incontro una posta di radicalità politica. Più desiderato come un grande gruppo di autocoscienza, la tre giorni ha consentito di mettere in circolo numerose e diverse pratiche politiche. I temi discussi sono altrettante questioni aperte sul tavolo del confronto tra generazioni politiche che riguardano tutte e tutti: dall’economia, quindi il lavoro e la cura, fino allo statuto stesso della democrazia, insieme all’idea di rappresentanza-autorappresentazione, passando per il nodo della violenza. Cigarini, pungolata dalle domande di Cavaliere, mostra quali e quante parole siano state messe in circolo, a ben guardare sono le stesse che la politica delle donne ha trasmesso e su cui ha riflettuto in questi quarant’anni, attraverso associazioni, librerie e tutte quelle realtà che hanno lavorato con convinzione e tenacia.
Una sfida femminista dunque che si è intesa – e si intende – capace di affrontare la crisi politica dell’ordine maschile, rilanciando la forza e la consapevolezza del femminismo. La questione del lavoro è stata molto presente a Paestum così come viene ulteriormente discussa anche nel libro con i riferimenti all’Agorà milanese, un luogo pensante fondato da Lia Cigarini e da altre che riflette sul lavoro riunendo donne e uomini intorno alle teorie e alle pratiche sul tema. Anche a Paestum il lavoro è stato centrale, nominato, sessuato nelle narrazioni della precarietà e sottoprecarietà, che si sono confrontate a partire da sé, riflettendo sulla materialità delle singole esistenze.

Verso la tuffatrice
Certamente l’altra questione aperta appare quella della rappresentanza, così come il conflitto e il tentativo di confronto tra politica prima e seconda. Nessuna parola definitiva è stata detta tuttavia e neppure la si attendeva. Se il femminismo italiano è da sempre la spinta propulsiva di una riflessione politica che metta al centro la libertà femminile e la sapienza delle pratiche di relazione, appare chiaro come Paestum abbia rafforzato e confermato la capacità e il potente confronto di soggettività politiche. Secondo Cigarini, «la crisi merita un pensiero efficace. Primum vivere mette al centro e indica come imprescindibile la materiale irruzione della soggettività, delle storie e delle vite (…) Primum vivere. La mia proposta dunque è di dire e ribadire pubblicamente quello che sappiamo su come vogliamo vivere e sul lavoro necessario per vivere, a partire dalla critica della evidente unilateralità dell’economia maschile, sia di quella dominante che di quella di opposizione. Con la consapevolezza che quello che si dice e si agisce ha un valore universale: vale non solo per le donne».
Le parole di Eleonora Forenza, ricordate da Cigarini, «siamo tutte femministe storiche», inchiodano alla responsabilità le diverse generazioni che attraversano le ragioni strettamente anagrafiche per dirsi anzitutto politiche – a Paestum come nell’intera cartografia italiana dei femminismi. Sono tuttavia le osservazioni di Maria Giovanna Piano – anche queste citate da Cigarini – ad apparire dirimenti per la forza di Paestum 2012, quella rappresentata dalla tuffatrice (versione che riprende l’immagine del tuffatore ritratto in una pietra tombale esposta nel Museo Archeologico di Paestum).
Di quella immagine, Piano segnala la movenza del tuffo declinato dalle parole delle donne come «azzardo, radicalità; la direzione è il cuore di una realtà disorientata che oggi più che mai chiede soggettività politica per una decifrazione «altra», per un «altro» passaggio». È davanti a quella distesa d’acqua, che è poi il movimento stesso del presente della politica declinato al futuro, che la soggettività imprevista del femminismo mostra la propria dirompenza. In quel tuffo, che inaugura ancora una volta – come fosse la prima – una separazione da quel che resta del patriarcato.
Bisognerebbe pensarci e discuterne ancora, perché il potere è altra cosa non solo rispetto all’autorità ma anche rispetto alla libertà. O almeno: c’è una bella differenza.

Ernesto Che Guevara reunited with Simone de Be...

Ernesto Che Guevara reunited with Simone de Beauvoir and Jean-Paul Sartre, in Cuba. 1960 (Photo credit: Wikipedia)

Quanto mi sento lontano da loro, su questa collina. Mi sembra di appartenere a un’altra specie. Escono dai loro uffici dopo un giorno di lavoro, guardano le case e le piazze con espressione soddisfatta, pensano che questa è la loro città. Una ‘buona e solida città borghese’. Non hanno paura, si sentono a casa. Hanno visto solo acqua ammaestrata che esce dai rubinetti, luce che riempe le lampadine quando si accende l’interruttore. Hanno la prova, un centinaio di volte al giorno, che tutto avviene meccanicamente, che il mondo obbedisce a fisse e immutabili leggi. I corpi lanciati in uno spazio vuoto cadono tutti alla stessa velocità, il parco pubblico chiude ogni giorno alle quattro in inverno, alle sei in estate, il piombo si scioglie a trecentotrentacinque gradi centigradi, l’ultimo tram parte dall’Hotel de Ville alle ventitré e cinque. Sono tranquilli, talvolta un po’ cupi, e pensano al domani, in altre parole un nuovo oggi. Le città hanno solo un giorno a disposizione che ritorna sempre uguale ogni mattina.Che cosa succederebbe se qualcosa dovesse accadere? Cosa succederebbe se all’improvviso qualcosa palpitasse?
Jean Paul Sartre – La Nausea

Picture René Magritte

Quanto mi sento lontano da loro, su questa collina. Mi sembra di appartenere a un'altra specie. Escono dai loro uffici dopo un giorno di lavoro, guardano le case e le piazze con espressione soddisfatta, pensano che questa è la loro città. Una 'buona e solida città borghese'. Non hanno paura, si sentono a casa. Hanno visto solo acqua ammaestrata che esce dai rubinetti, luce che riempe le lampadine quando si accende l’interruttore. Hanno la prova, un centinaio di volte al giorno, che tutto avviene meccanicamente, che il mondo obbedisce a fisse e immutabili leggi. I corpi lanciati in uno spazio vuoto cadono tutti alla stessa velocità, il parco pubblico chiude ogni giorno alle quattro in inverno, alle sei in estate, il piombo si scioglie a trecentotrentacinque gradi centigradi, l'ultimo tram parte dall'Hotel de Ville alle ventitré e cinque. Sono tranquilli, talvolta un po' cupi, e pensano al domani, in altre parole un nuovo oggi. Le città hanno solo un giorno a disposizione che ritorna sempre uguale ogni mattina. Che cosa succederebbe se qualcosa dovesse accadere?  Cosa succederebbe se all'improvviso qualcosa palpitasse? Jean Paul Sartre - La NauseaPicture René Magritte
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