Category: Riflessioni


Giovani uomini che non sanno dare un senso al vivere

perché non è stato loro insegnato.

Pieni di dolore, insoddisfazione, rabbia.

Facili prede

Giovani che soccombono alla vita.

Giovani uomini non considerati, non rispettati,

che a loro volta non considerano, non accolgono,

non rispettano

fino ad arrivare ad uccidere, ad uccidersi!

Tutto il mondo è responsabile!

Il mondo intero,

quello occidentale e quello orientale.

Il rispetto e l’accoglienza vanno al di là di tutto,

al di là delle questioni economiche e strategiche.

Siamo tutti responsabili

La classe politica ne prenderà mai coscienza?

O ipocritamente continuerà a blaterare,

attentato dopo attentato,

invocando leggi più repressive e restrittive

per cercare di garantire più sicurezza.

Dobbiamo difenderci

Certamente

Ma dobbiamo difenderci dalle imposizioni economiche e politiche

che minano la nostra vita e la nostra libertà,

che ci riducono a numeri,

che ci rendono vuoti,

in un perenne stato 

di non-sense. 

Il nostro vivere è così mutato!

E’ impersonale, virtuale, digitale, ansioso, di perenne urgenza.

Le emozioni sono compresse,

tenute lontano dal pensiero,

da noi.

Non ci prendiamo più il tempo necessario per esserne consapevoli

per sedimentare i sogni,

per sperimentare, per godere.

E’ solo un continuo correre dietro a non si sa cosa.

Pieni di rancore, ansia e disperazione, 

non sappiamo più amare.

Mio padre se ne è andato nel sonno nelle prime ore della mattina di domenica 22 maggio 2016 a casa, il primo maggio aveva compiuto 94 anni. Fino alla fine è stato lucido e quindi consapevole. E’ stata dura per lui e per noi.

Siamo riusciti a farlo restare a casa, come era suo desiderio, ma non siamo riusciti a risparmiargli il dolore. Per gli ultimi due mesi di vita non c’è stato giorno in cui non abbia invocato misericordia e carità, in cui non ci abbia detto che voleva morire. Solo tre giorni prima di morire, rendendosi conto che era arrivato alla fine, mi ha detto che non era pronto, che voleva restare con noi.  

Con rabbia devo dire che siamo stati lasciati soli, che le strutture sanitarie di base, il medico curante in prima linea, non ci hanno fornito l’informazione adeguata relativamente al diritto che una legge dello stato (Legge 15 marzo 2010, n. 38 –  “ Disposizioni per garantire l’accesso  alle cure palliative e alla terapia del dolore”) conferisce ai malati terminali e cronici di ricevere giuste cure per trascorrere gli ultimi giorni di vita in modo dignitoso e sereno.

Ho deciso pertanto di condividere tutto questo perché penso che della morte è giusto parlare perché è parte integrante della vita, basti pensare che alla nascita, tra vivere e morire, è solo questione di una frazione di secondi.

Non è un caso che le cure palliative siano state pensate da una donna, Cicely Saunders, infermiera qualificata, medico e assistente sociale. Con un autentico humour inglese, si definiva un one-women multiprofessional team. Riuniva infatti in una sola persona le tre più importanti professionalità dell’accompagnamento alla morte. ( “SAPER MORIRE – Cosa possiamo fare, come possiamo prepararci – Gian Domenico Borasio ).

Le donne hanno familiarità da sempre con il dolore, la sofferenze e la morte perché danno la vita. La forza interiore delle donne è immensa ed è per questo che riescono da sempre a gestire meglio il dolore. Le donne non si tirano indietro quasi mai.

In questa nostra società in cui tutti ci crediamo immortali, tutti dobbiamo essere giovani il più a lungo possibile, tutti dobbiamo essere belli, non c’è posto per la sofferenza, per il dolore, per la morte. Ma sofferenza, dolore e morte fanno parte della vita, come la gioia, la serenità, e tutti quei piccoli momenti di felicità che ognuno di noi ha la fortuna di assaporare.

Penso che sia arrivato però il momento di fermarsi a riflettere, di riconoscere che non si può correre all’infinito, che questo nostro modello di sviluppo che ci ha portato, tra le tante altre cose, ad ammalarci di una serie di malattie, dovute proprio al troppo benessere, che ci fanno poi morire, non è più sostenibile.

Occorrerebbe che ognuno di noi imparasse ad abbracciare anche la parte più buia della vita, per poterla illuminare. Basta una piccola fessura per far entrare la luce: per dare spazio alla luce serve la conoscenza e la conoscenza la possiamo fare nostra solo abbracciando tutte le situazioni che la vita di volta in volta ci pone davanti.

La morte ci coglierà sempre all’ improvviso ma cerchiamo di esserne consapevoli per poter concludere i nostri giorni con dignità e serenità.

Ps. I recapiti delle unità di cure palliative e degli hospice italiani sono reperibili presso gli indirizzi pubblicati sul sito web della                                                                                           Società Italiana di Cure Palliative (www.sicp.it /web/eventi/SICP/reticp.cfm)   e della               Federazione Cure Palliative ( www.fedcp.org/cure-palliative/hospice.in-italia.html )       

 

 

CARE TRENTENNI: SI può VIVERE senza l’APPROVAZIONE MASCHILE

Da quando è uscito il documentario “Il Corpo delle Donne” ho avuto modo di notare che c’è un segmento della popolazione femminile, direi trentenni fino ai quaranta, spesso laureate e apparentemente emancipate, che interviene ai dibattiti con puntualizzazioni molto simili, da Roma a Milano, da Napoli a Trento.
Dapprima queste giovani donne arricchiscono il dibattito con esperienze personali: recentemente una di loro raccontava di come si fosse sentita chiedere ad un colloquio per un posto di lavoro, se nei suoi piani ci fosse un figlio. Indignata la ragazza aveva reagito duramente alla domanda discriminatoria, si era ribellata con forza.
Quando poi avevo ripreso la mia esposizione inserendo il suo commento all’interno di uno scenario ampio, e cioè quello di un Paese misogino con un patriarcato duro a morire, con un Gender Gap Index a livelli primitivi, con un divario salariale del 30% tra uomini e donne, con una televisione pubblica e privata che non ha pari quanto a discriminazione di genere in Europa, e per questo avevo concluso, è necessario reagire, ecco allora avevo visto la giovane donna muoversi con fastidio sulla sedia e poi sbottare con un “Sì, va bene. Ma questa lotta non la definirei femminista, che è superata. Io posso fare ciò che voglio nella mia vita. E poi questa battaglia noi, della mia generazione, la vogliamo fare con gli uomini, insieme.”E a questo punto la giovane donna lanciava uno sguardo al resto della platea di coetanee e tutte sì, annuivano fiere. Loro la battaglia la vogliono fare con i loro compagni e con gli uomini tutti.
Questa scena si ripete spesso.
All’inizio provavo un senso di com-passione e compresione verso chi interveniva: immaginavo la rabbia e lo scoramento di chi si laureava, frequentava un post-doc, si dava da fare per poi trovarsi a combattere contro stereotipi vecchi come il mondo.
Successivamente a questi sentimenti si è aggiunto un sottile fastidio.
Ho letto in questi commenti un sottotesto, un non-detto che si esprime spesso in mezzi sorrisi, in sguardi sfuggenti, in occhiate solidali tra pari.
Gli sguardi dicono ” Noi cara Zanardo, siamo giovani. Sì, c’è qualche problema ma si risolveranno. Noi non siamo “come voi”. Noi siamo comunque vincenti. Noi piacciamo.”
Questo pensiero si comprende, e per quanto mi riguarda, si giustifica facilmente. Nella nostra società la figura femminile di riferimento a livello mediatico è la giovanissima. Moda, televisione, pubblicità hanno adottate le giovani e giovanissime come testimonials. Ne consegue che chi è giovane si sente spesso al centro dell’attenzione sociale. Questa è un’attenzione spesso apparente, lo sappiamo, alle immagini non seguono poi fatti concreti e le ragazze restano marginali nella società.
Ma ciò che “appare” è una festa continua della gioventù delle donne, la realizzazione per il maschio italiano tipo: avere una giovane donna da mostrare.
Quindi nonostante all’attenzione mediatica non seguano fatti di apprezzamento reale verso le giovani, queste, e lo si comprende, si sentono al centro dell’attenzione sociale.
L’ho visto concretamente tempo fa all’interno della redazione di un quotidiano: tutti i capi ultracinquantenni ma giovanilisti, tutte le giornaliste in redazione trentenni graziosissime e in qualche modo fiere di piacere ai capi cinquantenni.
Che, come prevedibile in Italia, non concedono poi loro alcuna autonomia reale e pochissimo spazio nel giornale.
Si è creato dunque in Italia un legame molto poco sano e poco proficuo per una delle due parti, tra i maschi alfa di potere e alcune giovani trentenni di buone speranze.
E’ un legame taciuto, forse nemmeno portato a coscienza, ma che non ha eguali in altre parti del mondo.
Non si tratta qui del legame, quello vecchio come il mondo, del ricco magnate anziano ma con potere e la giovanissima inesperta alla ricerca di sistemazione.
No.
Qui si tratta di un legame che non ha conseguenze erotico/sessuali o almeno non è questo il punto.
E’ altro: è la chimera, l’illusione, spesso l’imbroglio con cui chi detiene il potere di un Paese, lega a sé un segmento ampio ed interessante della popolazione femminile, senza concedere nulla, ma solo facendo loro credere di essere “importanti”.
L’ho compreso per anni ma ora provo fastidio.
Perché questa solidarietà nascosta e spesso solo simbolica tra uomini maturi e ragazze all’inizio di carriera, è quanto di più malato e castrante ci sia per le donne e purtroppo ne stiamo già vedendo le conseguenze.
Gli uomini in questione sono quelli di uno dei Paesi più arretrati per quanto riguarda il divario di genere e dunque il loro interesse verso un segmento più giovane ed inesperto è frutto di una logica misogina: vi adulo, paiono dire, ma il potere non lo molliamo.
I dati confermano quanto scrivo.
Ma c’è dell’altro.
Questo legame simbolico tra vecchi uomini e giovani trentenni acculturate, reca con sé spesso la rottura del patto intergenerazionale tra donne che è il prezzo che gli uomini di potere chiedono, ed è una richiesta sottesa, alle giovani donne.
Si chiede in pratica, di liberarsi della zavorra delle donne più mature. Quelle che chiedono insomma, quelle che combattono, quelle che si spendono.
La modalità escogitata è semplice: si è cercato di far diventare il tema dei diritti delle donne un tema sfigato, misero.
Si chiama “spirale del silenzio” significa che quando l’agenda dei media esclude un tema in modo insistente, le persone tendono a ritenere tale tema inferiore, poco importante, misero. Ed evitano di parlarne.
A questa spirale le giovani acculturate, non tutte, spesso aderiscono.

E dunque care trentenni, tocca a voi ora comprendere.
Tocca a voi smettere di avere paura di non essere popolari: lo so che è più dura per voi di quanto lo fosse per noi. Lo so che in questa società piacere è un dovere, ma in gioco c’è la vostra vita.
I vostri partner sostengono la vostra battaglia? Ottimo.
Ma non è questa una priorità.
Pensate se Nelson Mandela avesse affermato che solo se i bianchi avessero combattuto con i neri avrebbe intrapreso la lotta.
Quella dei diritti delle donne è la battaglia di noi donne innanzitutto, non perdete tempo in cerca di approvazione, il tempo trascorre veloce e non lo perderei per raggiungere mete facili e illusorie.

L’attenzione degli uomini, pure alfa, non è tutto, mi prendo la libertà di dire che rappresenta poco.
Mi dite talvolta “Lei ha una bella pagina facebook. Però la seguono prevalentemente donne”
La maggior parte delle pagine scritte da uomini sono seguite da uomini, non mi pare che abbia mai rappresentato un problema.

C’è poi un tema spinoso: bisogna avere il coraggio di affrontarlo.
Il non detto è che le donne 50enni, in questa società dove si è stabilito un patto anomalo tra donne trentenni e vecchi uomini di potere, queste “vecchie 50enni” sarebbero in qualche modo gelose dell’attenzione che le giovani suscitano sugli uomini.
Accade nella trasmissione “Uomini e Donne” in tv dove 50 enni si sbranano con quelle che potrebbero essere loro figlie per ottenere l’attenzione di UnoQualsiasi.
Non accade così nella società, succede talvolta. Ma non spesso.
Per molte donne adulte l’ottenimento dell’attenzione da parte di uomini responsabili di un patriarcato pernicioso nel Paese, non rappresenta un obiettivo.
Penso ad alcuni giornalisti, ad alcuni politici con i quali nemmeno sotto tortura molte signore cinquantenni, si accoppierebbero.
Quando si è conquistata maturità, consapevolezza ed autostima, il desiderio è di trovare la compagnia di un partner di valore e di rispetto, nulla di meno.
Coraggio. Ci vuole ora coraggio.
Noi ci siamo, siamo al vostro fianco se vorrete.
Ci vuole comprendere qual è la posta in gioco e cosa prevede il raggiungimento di autonomia, lavoro, parità di diritti.

L’approvazione della classe dirigente nella fase di cambiamento sociale, non è mai stato segno che si stia andando nella giusta direzione.

 
 
Questo è un post di Lorella Zanardo che da anni si sta battendo perché i canali di comunicazione, televisione, giornali, pubblicità, cambino il modo che utilizzano nel rappresentare le donne.
Il corpo delle donne

Perchè si va a RAI UNO di mattina presto la domenica?

Mi invitano spesso a RAI unoMattina in Famiglia.
La domenica
Alle 8
Per un tempo di massimo mezz’ora
Non mi pagano
Non mi porta lavoro, nel senso che comparire in quelle trasmissioni non provoca altri inviti o docenze
Allora perchè ci vado?
Perchè alla mattina a RAIUNO c’è un pubblico che non intercettiamo qui. Non è un pubblico che va spesso su FB o almeno non sulle pagine come la nostra.
E’ un pubblico fatto prevalentemente di donne, fascia età media e medio/alta.
Cultura medio, medio /bassa.

La risposta è nelle righe qui sopra.
Utile andare dunque perchè arrivo a quelle donne con cui mi interessa entrare in contatto.
Mi danno poco tempo, ne vorrei di più.
Faccio quel che posso con il tempo che mi danno, me lo faccio bastare.
Oggi sono riuscita solo a dire che il testo di Cecile, la ragazza nera, era importante perchè abbatte gli stereotipi.
E che Garko è stato trattato come Madalina Ghenea: non male, ma quando sono belle e belli, si ritiene che l’inquadratura basti.
Bisogna farli palrare, dare spazio a chi è sul palco.
E’ poco? E’ qualcosa.
Sono molto soddisfatta del lavoro che ho fatto su me stessa in questi anni.
Sono riuscita ad uscire dalla gabbia dell’ego in cui molte intellettuali sono imprigionate, e anch’io ho rischiato: parlare a chi già conosce, dimenticare che gli/le anafabeti di ritorno sono più della metà della popolazione, scordarsi che abbiamo il più basso numero di laureati di Europa e il piu alto abbandono scolastico.
In pratica: ciò che sta accadendo in Italia è che chi già sa, si rivolge a chi già sa.
E nulla cambia.
Servono attiviste/i, voi che state leggendo.
Persone colte, umili, con un obiettivo enorme: divulgare.
Don Milani come MAestro.
Certo, l’ideale sarebbe avere una trasmissione dedicata, un nuovo ” Non è Mai Troppo Tardi 2.0.”
Ma facciamo quel che possiamo con ciò che abbiamo e dove siamo.
Buona domenica

 

      NON FARE PARTE DI NIENTE

                                E DI NESSUNO

                    TERRIBILE CONSAPEVOLEZZA

                                  E CON QUESTO

                                        FARE I CONTI

                                               OGNI GIORNO

                                                     OGNI MINUTO

                                                          OGNI SECONDO

 

Il regista: bisogna ridere di tutto

Dal 26 novembre la commedia di Van Dormael con Benoit Poelvoorde

Roma (askanews) – Parla di religione, è ambientato nella capitale belga, ma non ha niente a che fare con la caccia ai terroristi delle stragi di Parigi: “Dio esiste e vive a Bruxelles”, l’ultimo film di Jaco Van Dormael, è una commedia che si prende beffa della religione, che mostra un Dio in vestaglia e pantofole, crudele e sadico, che si diverte a far soffrire gli uomini, manovrando tutto dalla sua tristissima casa in Belgio. E’ una commedia nera e dissacrante interpretata da Benoit Poelvoorde, nei cinema italiani dal 26 novembre.

Il regista ha spiegato: “Penso che quello che sta succedendo in questi giorni non ha niente a che fare con la religione: si tratta di conflitti tra forze che utilizzano la religione per creare paura. Ho cominciato a scrivere il film quando a Parigi c’erano le manifestazioni contro i matrimoni gay, lo stavo montando quando c’è stata la strage a Charlie Hebdo, è ho pensato che bisognava assolutamente continuare ad avere utopie e a credere che si può ridere di tutto, con tutti”.

Nel film la figlia di Dio, Ea, di 11 anni, per fare un dispetto al padre comunica a tutti gli uomini la data della loro morte, e, ovviamente, ognuno di loro cambia rotta e priorità. Il regista, che non è credente, ma ha letto molto attentamente la Bibbia, ha detto:

“In quel testo ci sono dei bei personaggi, delle belle scene, dei bei pensieri, ma è troppo concentrato sull’obbedienza, sul fatto che la gioia non è qui e ora ma ne godremo domani, sul fatto che bisogna sottomettersi, espiare, che un giorno avremo una risposta a tutto. Io credo nel dubbio, credo che non ci siano risposte ai nostri dubbi ma che le domande siano comunque molto belle, creddo che il fatto di vivere su questa terra non sia male… Quindi cerco di fare film che non diano risposte, ma offrano una percezione di quello che sta succedendo intorno a noi”.

http://www.askanews.it/

Solo per le donne fenomenali 

Tieni sempre presente che la pelle fa le rughe,
i capelli diventano bianchi, i giorni si trasformano in anni…
Però ciò che è importante non cambia;
la tua forza e la tua convinzione non hanno età.
Il tuo spirito è la colla di qualsiasi tela di ragno.
Dietro ogni linea di arrivo c’è una linea di partenza.
Dietro ogni successo c’è un’altra delusione.
Fino a quando sei viva, sentiti viva.
Se ti manca ciò che facevi, torna a farlo.

Non vivere di foto ingiallite…
Insisti anche se tutti si aspettano che abbandoni.
Non lasciare che si arruginisca il ferro che c’è in te.

Fai in modo che invece che compassione, ti portino rispetto.
Quando a causa degli anni non potrai correre, cammina veloce.
Quando non potrai camminare veloce, cammina.
Quando non potrai camminare, usa il bastone.
Però non trattenerti mai.

dal diario di Madre Teresa di Calcutta

Oggi è il mio compleanno e stamattina camminando per le strade del mio quartiere, alla vetrina della cartoleria, dove ci fermavamo sempre a curiosare quando mia figlia era piccola, questa poesia è stata attaccata in posizione centrale per essere letta, inequivocabilmente! E’ stato un bellissimo regalo da condividere … E non perché io mi senta una donna fenomenale, ma perché mi ha ricordato che posso farcela, senza guardare indietro, con il sole negli occhi, anche distraendomi talvolta, e ridendo, andando avanti con leggerezza e consapevolezza, come dice una canzone di Malika Ayane …       

 

10 cose che le persone dotate d’intelligenza emotiva NON fanno

Pubblicato: 12/09/2015 11:59 CEST Aggiornato: 12/09/2015 12:01 CEST
INTELLIGENZA EMOTIVA

Ci affidiamo alla logica e alla ragione per affrontare la vita di ogni giorno, eppure dopo lunghe pause di riflessione, arriviamo alle stesse conclusioni a cui potremmo giungere in un batter d’occhio senza pensarci troppo. I nostri leader trascurano l’elemento umano di molte questioni socio-poliche e non c’è neanche bisogno che vi indichi la percentuale di divorzi per convincervi che molti di noi non scelgono il partner giusto (e non sono capaci di tenere in piedi le loro relazioni a lungo).

Sembra che la gente sia convinta che la cosa più intelligente da fare sia non provare alcuna emozione. Per essere efficienti bisogna essere come macchine, un prodotto dei nostri tempi. Una specie di robot ben oliato, consumista, programmato digitalmente, “non-cosciente” ma totalmente funzionante. E per questo… soffriamo.

Ecco quali abitudini adottano le persone capaci di essere consapevoli dei loro sentimenti. Che sanno come esprimere, gestire, scandagliare e modificare le proprie esperienze, perché sono loro il “centro di controllo”della propria esistenza. Sono i veri leader, conducono una vita completa e autentica . Dovremmo prendere spunto dal loro esempio. Ecco le cose che le persone dotate di intelligenza emotiva NON fanno.

1. Non credono che il loro modo di percepire una situazione rispecchi la realtà.
Vedono le loro emozioni come delle “risposte” ad una data situazione, non come parametri esatti per valutare quello che sta accadendo loro. Accettanno il fatto che la loro reazione potrebbe avere a che fare più con i loro problemi personali, che con la situazione oggettiva in corso.

2. I loro punti di riferimento emotivi sono dentro di loro.
Non vivono le emozioni come se fosse un altro a provarle, come se il problema da risolvere fosse di qualcun altro. Capire che l’origine delle cose che sentono è in loro stessi, li tiene alla larga dal pericolo della passività. Non cadono nell’errore di pensare che “dove l’universo ha sbagliato, l’universo rimedierà”.

3. Non presumono di sapere cosa li renderà davvero felici.
Dal momento che collochiamo tutti i nostri punti di riferimento nel passato, non abbiamo alcun mezzo per stabilire, adesso, cosa potrebbe renderci davvero felici invece di sentirci solo dei “sopravvisuti” alle esperienze più dolorose. Le persone dotate di intelligenza emotiva lo capiscono e si aprono ad ogni esperienza verso cui la vita le conduce, sapendo che ogni cosa cela un lato positivo ed uno negativo.

4. Non pensano che avere paura sia un errore.
Piuttosto, essere indifferenti significa avere intrapreso la strada sbagliata. La paura indica che stiamo cercando di raggiungere qualcosa che amiamo, ma che le nostre convinzioni e le ferite del passato ce lo impediscono (o forse sono lì proprio per essere curate, una volta per tutte).

5. Sanno che la felicità è una decisione, ma non sentono il bisogno di prenderla ogni volta.
Non si illudono che la “felicità” sia uno stato di grazia perenne. Si concendono il tempo per esaminare tutto quello che succede loro. Si concedono il lusso di vivere in una condizione di “normalità”. In questo stato di “non resistenza”, riescono a trovare appagamento.

6. Non lasciano che qualcun altro decida delle loro idee.
Capiscono che, subendo il condizionamento sociale, possono essere influenzate da mentalità, pensieri e idee che non appartengono a loro. Per opporsi a questo, scandagliano le loro convinzioni, riflettono sulla loro origine e stabiliscono se quel quadro di riferimento può fare al caso loro o meno.

7. Riconoscono che un autocontrollo infallibile non è un segnale d’intelligenza emotiva.
Non trattengono i sentimenti, non cercano di mitigarli al punto di farli sparire. Tuttavia, hanno la capacità di trattenere la loro risposta emotiva finché non si trovano in un ambiente più “appropriato”, dove poter esprimere ciò che sentono. Non sopprimono l’emotività, la gestiscono.

8. Sanno che un sentimento non li ucciderà.
Hanno raggiunto la forza e la consapevolezza necessarie per sapere che tutte le cose, anche le peggiori, sono passeggere.

9. Non regalano la loro amicizia a chiunque.
Vedono la fiducia e l’intimità come qualcosa da costruire, qualcosa da non condividere con tutti. Non sono circospette o chiuse, ma preferiscono agire con consapevolezza e attenzione quando si tratta di fare entrare qualcuno nella loro vita e nel loro cuore. Sono gentili con tutti, ma si concendono a pochi.

10. Non credono che un singolo sentimento negativo possa dominare il resto della loro vita.
Evitano di arrivare a facili conclusioni, di proiettare un momento presente nel prossimo futuro, credendo che un periodo di negatività possa caratterizzare il resto della loro vita, invece di essere un’esperienza transitoria e isolata. Le persone emotivamente intelligenti accettano i “giorni no”. Si permettono di essere umani. In questo modo, trovano la pace.

traduzione dall’inglese di Milena Sanfilippo

http://www.huffingtonpost.it/italy

Curdi. Un appello e una manifestazione. Il 15 alla frontiera per aprire un corridoio turco. Attivisti italiani e non solo portano aiuti

Kobane

© Giuliana Sgrena

Rachele Gonnelli

Edizione del 11.09.2015

Pubblicato 10.9.2015, 23:05

Fa rab­bia la foto del pic­colo Aylan in coper­tina della rivi­sta Dabiq, per illu­strare l’anatema dei jiha­di­sti nei con­fronti di tutti coloro che fug­gono dal nascente Stato isla­mico. Con l’intento oppo­sto, quello di aprire un cor­ri­doio uma­ni­ta­rio, par­tirà domani una caro­vana inter­na­zio­nale, con una folta dele­ga­zione ita­liana, alla volta delle zone kurde sul con­fine turco-siriano, la zona di Kobane, da dove Aylan e la sua fami­glia erano fug­giti per scam­pare all’assedio e all’Isis. Kobane, città-fantasma diven­tata il sim­bolo della resi­stenza kurda, dove il padre di Aylan, è appena tor­nato, non per ade­rire allo Stato isla­mico ma per combatterlo.

Kobane che ora deve essere rico­struita, per­ché è solo un cumulo di mace­rie e chi è rima­sto dei suoi 60mila abi­tanti, per lo più accam­pati nei paraggi e nei vil­laggi limi­trofi, manca di tutto: acqua, medi­ci­nali, cor­rente elet­trica. Per que­sto, tra i 70 ita­liani in par­tenza, inclusi i par­la­men­tari di Sel Gio­vanni Paglia e Franco Bordo, ci saranno anche quat­tro ope­rai spe­cia­liz­zati, elet­tri­ci­sti e acqua­dot­ti­sti dei Cobas.

Per dare una mano con­cre­ta­mente alla rico­stru­zione, come ha spie­gato ieri Vin­cenzo Migliucci nella con­fe­renza stampa di pre­sen­ta­zione della mis­sione alla Camera. «In realtà sono mesi che sta andando avanti una staf­fetta di soli­da­rietà, pic­coli pro­getti per ambu­la­tori tem­po­ra­nei e ser­vizi sco­la­stici, per aiu­tare la gestione dei campi pro­fu­ghi», spiega Ame­deo Ciac­cheri della rete ita­liana Rojava Calling.

Ora la caro­vana di atti­vi­sti ita­liani, ma anche belgi, fran­cesi, tede­schi e argen­tini, cer­cherà — tra il 12 e il 17 set­tem­bre — di por­tare aiuti di medi­ci­nali, mate­riali per l’edilizia e stru­men­ta­zione varia attra­ver­sando il con­fine turco, per cul­mi­nare in una mani­fe­sta­zione al «gate», cioè al posto di blocco sulla fron­tiera, mar­tedì 15 settembre.

La caro­vana, che fa seguito ad un appello inter­na­zio­nale con cen­ti­naia di firme di asso­cia­zioni, per­so­na­lità della cul­tura, movi­menti poli­tici e sin­da­cati, si pro­pone — spiega il diret­tore di Un Pon­te­Per, Dome­nico Chi­rico — «di aprire le porte della Tur­chia, la caro­vana deve ser­vire da apri­pi­sta per i governi euro­pei e l’Onu affin­ché sta­bi­li­scano un cor­ri­doio uma­ni­ta­rio per­ma­nente verso il con­fine siriano». «Per­ché — con­ti­nua — non pos­siamo guar­dare ciò che suc­cede in tv lag­giù e qua, con i migranti che arri­vano, senza fare nulla». La Tur­chia tiene chiusa la fron­tiera e per far pas­sare un camion di medi­cine le ong sono dovute pas­sare dall’Iraq, allun­gando la strada di 500 chi­lo­me­tri, con grande pericolo.

Attual­mente tutti e tre i can­toni de Rojava, espe­ri­mento demo­cra­tico di con­vi­venza oltre i con­fini e le reli­gioni, è sotto asse­dio e nep­pure Demi­tas, lea­der del par­tito Hdp, sep­pure nella mag­gio­ranza di governo, rie­sce a rag­giun­gere la città di Cizre.

http://ilmanifesto.info/

Terra Santa Libera

Il folle progetto sionista si realizzerá con la pulizia etnica locale e la ricostruzione del tempio sul Monte Moriah

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