Category: VIOLENZA DI GENERE-QUESTIONE MASCHILE


 

Maschi smettiamola di tacere sulla violenza contro le donne

Di fronte a stupri, femminicidi e prevaricazioni non abbiamo parole ma solo alibi. Ora basta. Dobbiamo cominciare a parlarne apertamente. Per educare sentimentalmente i bambini. E provare a fornire delle risposte

DI PAOLO DI PAOLO

25 settembre 2017

 

 Maschi smettiamola di tacere sulla violenza contro le donne  

Un uomo violento rappresenta sé stesso e nessun altro. La sua violenza, invece, riguarda anche me. Scrivo queste parole con disagio, con imbarazzo, con vergogna. Ma non sposteremo avanti di un millimetro il discorso pubblico, se non saranno anche gli uomini a parlare – a parlare apertamente, responsabilmente – delle violenze che le donne subiscono. Trovare sui giornali, in rete, decaloghi rivolti alle ragazze sul “come difendersi” è penoso. È necessario sì, ma direi che soprattutto è penoso. L’idea stessa che una donna debba essere allenata a difendersi dalle attenzioni, dalle pressioni psicologiche, dal desiderio sessuale, dalle mani di un uomo, è penosa. Ma se questo è vero, se – in Italia, nel 2017 – è necessario, io non posso fingere che non mi riguardi.

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Lo scorso anno le vittime di femminicidio sono state 120. Sette milioni di donne hanno subito qualche forma di violenza nel corso della loro vita. L’analisi dell’Istat e del Ministero della Giustizia ci mostra i numeri di un massacro che non si arresta nonostante la legge del 2013. E intanto i centri antiviolenza chiudono i battenti

Quelli che minimizzano (maschi, naturalmente) fanno notare che le violenze e i casi di stupro sono in calo. L’Italia è all’ultimo posto in Europa per il numero di violenze sessuali? Anche fosse, il discorso non cambierebbe di una virgola. A ogni modo, restiamo alle statistiche: da uno studio condotto su un campione di oltre 700 studenti delle scuole secondarie di secondo grado, risulta che più di una ragazza su dieci ha subito esperienze di violenza all’interno della coppia prima dei diciotto anni. Sedici intervistate su cento hanno parlato di violenze psicologiche e di «persistenti comportamenti di dominazione e controllo»; il 14 per cento dice di avere subito violenze o molestie sessuali. «Quando si pensa alla violenza di genere, si è soliti immaginare coppie adulte, sposate o che convivono; in realtà, esperienze simili si possono verificare anche fra giovani e giovanissimi che stanno scoprendo le relazioni di coppia spesso per la prima volta», ha fatto notare la psicologa Lucia Beltramini, fra i partecipanti a un convegno sulla prevenzione della violenza di genere e sui percorsi di uscita, in programma a Rimini il 13 e il 14 ottobre. Buona occasione, forse, per mettere al centro del discorso i maschi giovani e giovanissimi.

* * *

Il discorso sulla violenza di genere è come bloccato in un frasario fisso. È bloccato nel paradosso per cui vittime e vittime potenziali si trovano sole due volte. Sole nel difendersi – sole come quando tornano a casa di notte e hanno addosso una paura che non dovrebbero avere, che non è giusto che abbiano. Sole nel racconto della violenza, della paura della violenza, del come difendersi dalla violenza. Gli uomini tacciono, imbarazzati. Conosco quell’imbarazzo, è anche mio. Che cosa posso dire? Che cosa posso aggiungere? Temo di essere inopportuno, retorico: il paladino di una falsa buona coscienza. Ma questo nostro silenzio imbarazzato – di noi uomini, voglio dire – rischia di diventare un alibi. Un alibi personale e collettivo. Una rinuncia (preventiva e rassicurante) a porre a me stesso, agli uomini che ho intorno – i padri, i fratelli, i figli – domande che non cancellano quell’imbarazzo, ma anzi lo intensificano, e in parte lo chiariscono.
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Dagli ombrelli per coprire i politici al sindaco che definisce bambinata lo stupro di gruppo, il sessismo è diventato talmente diffuso da diventare normalità.  «E la battaglia è sempre più difficile perché si nutre della presunzione che in fondo alle donne vada bene così». Parla la sociologa
Non hai mai alzato le mani su una donna, va bene. Non sei un violento. Ma quella volta che le hai urlato contro, più del normale? Stavamo litigando. Quando si litiga, si alza la voce. Sì, però forse hai esagerato. Sei stato violento con le parole. O hai preso a pugni il muro, la macchina, hai fatto volare un oggetto. E quella volta che hai insistito, che sei stato pressante, che non hai saputo contenere il tuo desiderio? Quella volta che hai esagerato, facevi il cretino con quella ragazza, ma sei andato oltre, con lo sguardo invadente, con le parole giocose e viscide? E quella volta che la gelosia ti ha annebbiato, ti ha preso alla gola, ti ha dettato le frasi possessive e ricattatorie di un “aut aut”?

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È difficile, direi quasi impossibile, che un essere umano maschio non conosca e non abbia almeno sfiorato questa o quella forma di prepotenza. La spia di un radicatissimo sentimento gerarchico dei rapporti fra sessi. Una spinta a dominare, a controllare, a pensare una relazione in termini di possesso. Solo la cultura, l’educazione possono correggere, provare a correggere. Fondare, per chi cresce ora, basi diverse di “educazione sentimentale”. Suona retorico? Non vedo altra possibilità, e forse non c’è. Non è facile? No, non lo è. Ma esistono alternative? Ci preoccupiamo che le bambine crescano ribelli il giusto. Non ci preoccupiamo abbastanza di come crescono i bambini. E invece a loro dovremmo guardare, parlare. A loro dovremmo fare domande, provare con loro a costruire risposte.

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Le avances insistenti, le battute o i gesti degradanti di un capo, o un collega, in ufficio, sono molto più diffusi di quanto non sembri. Semplicemente perché “in Italia l’asticella è molto alta. La maggior parte delle donne sopportano, e stanno zitte. E la precarietà, di certo, non aiuta”. Tatiana Biagioni, presidente degli avvocati giuslavoristi italiani, racconta cosa dovrebbe cambiare

Alla luce di un grande successo editoriale – Storie della buonanotte per bambine ribelli di Elena Favilli e Francesca Cavallo, tuttora in classifica – mi è capitato di suggerire a qualche editor la necessità di un libro parallelo, qualcosa come Storie del buongiorno per bambini gentili. Favilli&Cavallo presentano modelli come Serena Williams e Rita Levi Montalcini, come Frida Kahlo, Margherita Hack, Michelle Obama e Malala Yousafzai, la più giovane premiata con il Nobel per la pace. Niente da obiettare, se non su un piano stilistico: si poteva scrivere forse un po’ meglio. Un libro parallelo per bambini (e padri) quali figure potrebbe presentare? Ne troveremmo? Voglio sperare di sì. E comunque: allarghiamo il campo, non riduciamolo a un discorso interno ai generi. Se da un lato è fondamentale che una bambina sviluppi presto la coscienza, il sentimento della propria indipendenza, della dignità assoluta e intoccabile dei propri desideri, delle proprie ambizioni, della propria intelligenza, del proprio corpo, dall’altro lato non può esserci il vuoto. I bambini (maschi) dove sono? E i loro modelli (sbagliati da secoli)? L’effetto di quel vuoto si rende visibile quando è troppo tardi: quando la ragazza “ribelle” – pur allenata a essere tale – non è riuscita a difendersi.

 

 

http://espresso.repubblica.it/

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Firenze, la manifestazione «La libertà è la nostra fortezza»

Contro le motivazioni della sentenza che ha assolto sei persone di uno stupro di gruppo nel 2008, la manifestazione promossa da centinaia di associazioni

 

redazione

«La libertà è la nostra for­tezza» è il titolo della mani­fe­sta­zione pro­mossa da cen­ti­naia di asso­cia­zioni, sin­da­cati e poli­tici che si è svolta ieri sera all’ingresso della For­tezza da Basso a Firenze per pro­te­stare con­tro le moti­va­zioni della sen­tenza che ha assolto sei ragazzi accu­sati di uno stu­pro di gruppo nel 2008. «que­sta sen­tenza ha leso l’autodeterminazione di tutte le donne — sosten­gono i pro­mo­tori — il pro­cesso è stato fatto alla ragazza e alla sua vita. Vogliamo sapere per­ché la pro­cura gene­rale non ha fatto ricorso facendo sca­dere i ter­mini». Da giorni la rete è invasa da auto­ri­tratti di donne che espon­gono un car­tello: «Il mio stile di vita non è una scusa/La vio­lenza non fa di te un uomo/ #Nes­su­na­scusa». Alla pro­te­sta sui social si sono uniti nume­rosi uomini che mostrano il car­tello: «La tua scol­la­tura non è una scusa/ La vio­lenza non fa di me un uomo/ #Nes­su­na­scusa». La donna vit­tima dello stru­pro ha pub­bli­cato una let­tera «#Firenze: For­tezza signi­fica forza. Adesso non più!» sul blog «Al di là del buco». Sullo stesso blog si può leg­gere anche la let­tera di una delle per­sone assolte.

http://ilmanifesto.info/

https://abbattoimuri.wordpress.com/2015/07/23/firenze-testo-sentenza-di-assoluzione-per-stupro-di-gruppo-alla-fortezza-da-basso/

Cinquanta sfumature di abusi

Lee Marshall

Per me la scena più scioccante di Cinquanta sfumature di grigio, che è passato ieri fuori concorso alla Berlinale, non è una delle tante (ma non tantissime) sequenze di sesso sadomaso raffinato e patinato. Né quella in cui la giovane, carina laureanda Anastasia Steele, interpretata da Dakota Johnson, chiede a Christian Grey (Jamie Dornan), il ricco e dispotico uomo d’affari che la attrae, ma che accetta di stare con lei solo se viene incontro ai suoi gusti strani, di cancellare le voci sul fisting anale e vaginale dal contratto che lui, dominatore, sta chiedendo a lei, sottomessa, di firmare (se non sapete che cos’è il fisting, meglio per voi).

È quella, invece, in cui, la mattina dopo la loro prima notte di amore, Anastasia scende nella cucina di Christian, nel suo appartamento incredibilmente chic che domina (metafora!) la città, una città moderna con le strade che si diramano verso l’orizzonte come gambe spalancate, e gli prepara la colazione.

Vestita solo con una camicia da uomo, Anastasia ancheggia in modo sexy mentre sbatte le uova: perfetto simbolo di una donna liberata di oggi. Liberata, per i canoni del film, perché ha scelto lei di preparare le uova per l’uomo di cui si sta innamorando. Perché ha scelto lei di mettersi con lui pur sapendo che è uno a cui piace far male alle donne, sempre (per carità) entro i limiti convenuti tra le due parti. Perché ha scelto lei, durante il film, di non aprire mai un libro o accennare un singolo discorso culturale o politico nonostante la sua laurea (decorativa, a quanto sembra) in letteratura inglese.

Il problema è che il film, come prodotto d’intrattenimento, non è fatto male. È trasgressivo al punto giusto, sexy al punto giusto, drammatico al punto giusto, recitato abbastanza bene, con due personaggi che, rispetto al libro da cui è tratto, sono diventati degli esseri riconoscibilmente umani. È fotografato (molto) bene e ha una colonna sonora che venderà molto anche perché – chissà con quale esca economica – i produttori sono riusciti a convincere delle star della levatura di Annie Lennox e Beyoncé a farne parte (non c’era bisogno, forse, di un’altra versione diCrazy in love, ma bisogna ammettere che questa qui è parecchio bella).

Inoltre, è un film tratto da un libro scritto da una donna, adattato per lo schermo da una donna e diretto da una donna, Sam Taylor-Johnson, le cui credenziali artistiche sono garantite dal suo passato da videoartista (nel 1997 ha vinto in premio Illy come giovane artista più promettente alla Biennale d’arte di Venezia).

Ma le sue qualità artistiche e le sue firme al femminile non fanno altro che peggiorare le cose. Perché vuol dire che un film che prende il femminismo in volata e lo ributta verso l’età della pietra non verrà visto, da molti, per quello che è.

Cinquanta sfumature di grigio è da una parte l’ennesima versione di Cenerentola, una specie da Orgoglio e pregiudizio con variante sadomaso, in cui una bella ragazza povera (che in questo caso vuol dire non straricca), impacciata ma indipendente, si innamora di un uomo ricco e arrogante. È un film in cui la lotta femminista si riduce al tentativo di far innamorare e poi “rieducare” l’uomo che ti vuole solo legare, frustare e sculacciare.

Ma non solo. Perché Christian Grey non ricorre agli abusi solo all’interno della sua “stanza segreta”. Dopo il primo incontro segue Anastasia a casa, installandosi in un albergo nei paraggi; quando lei commette l’errore di telefonargli da una festa, piomba lì nell’arco di qualche minuto, presumibilmente perché lei non ha disattivato il servizio localizzazione sul suo smartphone e lui, uomo potente, ha i suoi mezzi. Senza chiederle il permesso, fa vendere il suo vecchio Maggiolino e le regala una coupé rossa fiammeggiante. Le regala anche un nuovo computer per sostituire quello rotto – e la prima cosa che appare quando lei lo accende è un suo messaggio. Quando lei, finalmente preoccupata dal suo controllo ossessivo, torna da Seattle a Savannah, in Georgia, a trovare la mamma (a tre fusi orari di distanza), lui spunta dal nulla, appena dopo averle mandato un sms per dire che non doveva ordinare quel secondo cocktail. La sua reazione? L’accenno di un broncio, niente di più.

Sappiamo tutti come si chiama questo comportamento. È violenza psicologica che può sconfinare in stalking. Il fatto che Anastasia accetti le avances di Christian non cambia niente: lui non le lascia lo spazio per prendere delle decisioni veramente libere.

Si ha l’impressione che forse c’è stata una fase durante la scrittura della sceneggiatura in cui gli abusi di Christian erano ritratti più onestamente. Come abusi. Ma ne sono rimaste poche tracce nella versione finale. Fornire a Christian una backstory in cui ha a sua volta subito degli abusi quando era piccolo, è solo la clausola di recesso di una sceneggiatura disonesta. E lei, tornando sempre da lui, diventa la classica vittima di abusi recidiva. L’idea che una donna può aggiustare un uomo “rotto” con la sola forza dell’amore è una classica illusione, presente in tanti casi di violenza domestica.

In Gran Bretagna, un gruppo che si chiama 50 shades of domestic abuse sta organizzando una protesta per l’anteprima del film a Londra. Negli Stati Uniti è stata lanciata una campagna dal nome 50 dollars not 50 shades, per incoraggiare le persone a donare 50 dollari alle associazioni che combattono la violenza domestica invece di spenderli al botteghino. Sono piccole iniziative che probabilmente saranno schiacciate dal rullo compressore del battage mediatico intorno al film, ma sono importanti.

Ma forse la cosa più disgustosa dell’intera vicenda è il cattivo gusto dimostrato nella scelta della data di uscita mondiale del film.

http://www.internazionale.it/

La risposta dei centri antiviolenza emiliano romagnoli ai contenuti dell’intervista pubblicata dal quotidiano on line qelsi.

Il Fatto QuotidianoStalking e maltrattamenti: niente più arresto preventivo, nemmeno per i più pericolosi

Stalking e maltrattamenti: niente più arresto preventivo, nemmeno per i più pericolosi
Risposte efficaci per le donne vittime di minacce e violenze? Indietro tutta! Il 28 giugno è entrato in vigore il decreto legge 26 giugno 2014 n 92 che eviterà l’arresto e la detenzione in carcere o a domicilio, agli autori di maltrattamenti familiari e di stalking (ma anche di furti in abitazione, piccole rapine, e ullallà, corruzione o illecito finanziamento ai partiti). E’ possibile leggere un commento al decreto sul sito Penale Contemporaneo. La norma sarà estesa automaticamente aipluri-recidivi e a tutti quelli a rischio di reiterazione del reato senza alcuna valutazione del tribunale di sorveglianza. Insomma sarà applicabile anche alle situazioni con maggior pericolosità.

Non bastava la sorpresa del riparto dei finanziamenti della Conferenza Stato-Regioni che devolverà esigui fondi per le attività dei centri antiviolenza storici e delle Case Rifugio (quelle poche che ci sono); il decreto legge  del 26 giugno penalizzerà soprattutto le donne vittime di violenza familiare e stalking, maggiormente esposte al pericolo per la natura del reato. Lo sgomento tra le operatrici dei centri è tanto, e non si comprende se un siffatto decreto sia frutto di disattenzione o cinismo.

L’anno scorso il Governo Letta emanò il cosiddetto decreto legge sul femminicidio, molto criticato dai centri antiviolenza, che mancava poco mandasse in carcere l’autore di maltrattamenti anche su denuncia del vicino di casa. A distanza di un anno il Governo Renzi fa un decreto pericoloso che mina le misure cautelari a tutela alle vittime di violenza.

Potremmo rassicurare le donne se nel nostro Paese ci fossero le 5700 Case Rifugio previste dalla direttive europee, per ospitalità e protezione, invece ce ne sono solo 500, e molte sono a rischio di chiusura. Sappiamo da qualche giorno che l’entità dei finanziamenti che arriveranno non saranno sufficienti per l’affitto e le utenze di un anno.

Chi ha voluto questo decreto è fortunato: non deve guardare  in faccia le donne come accade a  noi, quando sono angosciate per le minacce che ricevono.

Io li condannerei al volontariato nei centri antiviolenza, glielo spieghino loro alle donne che  chiedono aiuto.

Twitter: @Nadiesdaa

Aggiornamento 
Il Governo è intervenuto a correggere il decreto legge 26 giugno 2014, per cui spetterà ad un giudice la valutazione caso per caso degli arresti domiciliari per i reati di con pene inferiori ai tre anni in cui ricadono anche i reati di stalking e di maltrattamento.

gen 11, 2014

#PartoDaMe: io imperfetto. Mi considererai un mostro?

Sono Gianfranco, mi piace leggere, facevo l’università, non ho portato a termine gli studi, ora faccio il dipendente di un grosso magazzino. Mi hanno spiegato che se hai problemi con tuo padre quel conflitto si esercita attraverso la madre. Deve essere vero perché io volevo che mia madre mi desse ragione e si schierasse dalla mia parte. Volevo che lei lo lasciasse e rimanesse con me. Invece ha scelto lui, o meglio, non ha scelto. Mi ha detto proprio questo: “Non intrometterti. Se vuoi restare qui con noi devi convincerti che quello è tuo padre e mio marito. Altrimenti vai per la tua strada.” e appena ho trovato un lavoro io me ne sono andato.

Ancora oggi vado inconsapevolmente alla ricerca della approvazione di mia madre ma più che approvazione intendo che una donna deve fare quello che dico io per dimostrare il mio valore. La mia ragazza dice che è mia la responsabilità. Mia madre aveva il diritto di fare la scelta che preferiva e io non le potevo imporre niente, anche se penso che lui l’abbia resa infelice. Ma quello che non riuscivo a dire a me stesso è che ha reso infelice me e avrei voluto che lei si salvasse per salvarmi. Non sono mai riuscito a risolvere quel conflitto. Io e mio padre non ci parliamo più e non mi interessa neanche farlo. Non mi interessa più.

Adesso sono combattuto. A volte penso che inconsciamente volessi sostituirmi a mio padre, dominare l’ordine di casa e fare il capo famiglia e altre volte invece penso semplicemente che la mediazione forzata di mia madre mi abbia impedito di buttare fuori dalla mia vita un uomo che non mi piaceva. Vedere lei significava vedere anche lui. Perché lei non se ne è liberata? Perché ha preferito lui a me? Perché sono io ad essere rimasto a margine dalla loro vita?

Non voglio giudicare i loro equilibri di coppia, certe donne sono strane. Si lamentano, soffrono, ma poi restano attaccate agli uomini che dicono renderle infelici. La mia ragazza dice che le cose sono un minimo più complesse, che non esistono relazioni perfette e che comunque un figlio non deve e non può interferire con le scelte di una madre. D’altronde una madre non potrebbe interferire con le scelte di un figlio adulto se anche ritenesse che lui stia compiendo un errore. Quello che si può fare è esserci, senza ricatti, senza ultimatum e “lui o me” è in qualche modo un ricatto al quale lei non poteva che rispondere, dolorosamente, come ha fatto.

Mi chiedo se anche fossi rimasto come avrei potuto cambiare qualcosa o se è a me che spettava quel compito e cerco di colmare vuoti e risolvere i sospesi perché questa cosa condiziona, che io lo voglia o no, la mia attuale vita. Sono perciò invadente, intrusivo, autoritario. Sono sempre lì a tentare di tenere sotto controllo la vita della mia ragazza perché qualunque sia la donna con cui entro in relazione, se non si affida a me, se non mi riconosce autorità di gestire anche la sua vita, io mi sento perso. Mi sento escluso. Mi sento solo.

Ho dei problemi, penso che potenzialmente potrei fare del male alla mia ragazza e probabilmente gliene faccio. Gli addebito alcune mie cattive azioni così come in parte addebito a mia madre un po’ di miei cattivi comportamenti. Non so davvero come risolvere e non vedevo questo tratto di me fino a quando non mi sono scontrato con la mia ex che per questa ragione mi ha lasciato. Quando l’ha fatto mi sono sentito rifiutato. L’ho perseguitata per un po’. Quando me l’ha fatto notare l’ho derisa, le ho detto che in realtà era paranoica, che esercitavo il mio pieno diritto di dirle quello che pensavo. Il punto è che lo dicevo sui social network, alle persone che lei conosceva, sostanzialmente l’ho diffamata e insultata ovunque facendomi aiutare anche dagli amici e dalle amiche. Soprattutto dalle amiche che erano gelose di lei, non so perché. Volevo che soffrisse. Volevo che soffrisse come stavo soffrendo io.

Poi ho incontrato la mia attuale ragazza e un po’ ho capito. Non ho chiesto scusa, perché per uno come me è difficile ammettere che una persona che ha sfidato la mia autorità possa avere ragione. E dire che mi vantavo di essere sensibile al problema della violenza sulle donne. Dicevo di voler aiutare mia madre e poi scopro di aver pensato solo a me stesso. Perché se una donna dice di voler fare di testa propria, che sia mia madre, la mia ex ragazza, quella attuale, io sbatto la porta, mi arrabbio, o con molta calma insulto ritenendoti comunque non meritevole di considerazione perché potresti esserlo solo se obbedisci a me.

Partire da se’ significa dire a me stesso queste cose, per nulla piacevoli, sapere che non sono perfetto e buttare giù una maschera che tengo in vita perché altrimenti ho paura di essere ferito, ancora abbandonato e rifiutato. Ho anche il timore di essere confuso con chi uccide una donna perché penso che tra quella violenza e quello che faccio io, che non ho mai messo una mano addosso a una donna, ci sia una grande differenza. Quello che succede a me mi sembra quasi normale, umano, sono atteggiamenti che vedo tutti i giorni, sbaglio io, sbaglia lei, ma anche questa cosa qui ora che ti scrivo mi sembra una giustificazione dovuta all’esigenza di distinguermi da quelli che considero mostri.

Ma sono mostri per davvero? Anormali? Oppure sono io che faccio parte di quel banale gruppo di umani che considera la violenza come qualcosa da rilevare solo quando c’è una emergenza senza considerarne gli aspetti strutturali, abituali, quotidiani, le prassi ordinarie? E quanti sono quelli che non raccontano di se’ per timore di essere stigmatizzati in quanto mostri? Forse che raccontarsi non sarebbe un po’ più utile per riflettere ad alta voce e riconoscersi, l’un l’altro, nelle esperienze raccontate, per poter fare un po’ meglio?

Il guaio è che se leggi di questi problemi scritti da un uomo sembra quasi che quell’uomo abbia toccato vette divine inarrivabili. Perfetti, lindi, puri, non hanno una pecca, e quando parlo io, se parlo, arriva un divieto morale: non devo confessare le mie debolezze perché gli uomini non hanno vie di mezzo, sono salvatori o carnefici. Dunque con chi parlo io? Come affronto quello che mi succede? Come faccio a  prendere parte a una discussione senza dover per forza vestire i panni della vittima, del carnefice o della persona che dall’alto pronuncia frasi su verità di cui non sono neppure consapevole? Come faccio a condividere una opinione se io non ho maturato consapevolezza su quello che succede a me?

Io ho questo da dire, per ora, e nonostante ciò non mi sento colpevole, non sono vittima, ma questa è la mia prospettiva. Dirlo mi aiuta. Dirlo significa già che quando parlo con te ci guardiamo in faccia, siamo imperfetti, umani, siamo pari. Ora che ti ho mostrato le mie fragilità, i miei “difetti”, quello che dico per te ha valore o non ne ha proprio più? Perché di questo io ho paura.

Ho passato tanto tempo a tentare di scovare i difetti della mia ex per toglierle valore, per rinfacciarle ogni volta le sue debolezze di modo che potessi dominarla meglio, piegarla al mio volere, imporle la mia autorità, ché se incrini la credibilità di chi ti sta vicino o chi conosci, se le togli giorno dopo giorno sicurezza, infine non potrà più dirti che tu sbagli perché quello che dice non conta proprio niente. Il fatto è che lei, piegata, screditata, insicura, psicologicamente provata, mi ha comunque detto no e se ne è andata. Ha rialzato la testa ha detto no e se ne è andata.

Io ho il terrore che altri possano fare a me quello che io ho in qualche modo fatto a lei. Ho anche paura che la società, com’è d’uso, prenda le mie parole e mi imponga uno stigma che archivia tutto dentro una prigione qualunque senza che di fatto cambi niente. Ho paura che per la persona che mi ascolta io resti solo questo, un uomo imperfetto, contraddittorio, incoerente, senza nulla più da dire e da dare. Ho il terrore che le mie fragilità possano diventare la ragione per cui qualunque cosa io dica non varrà più niente. Io stesso non varrò più niente. Tu, dimmi, mi starai a sentire? Parlerai con me dopo che ti ho detto questo? O avrei fatto meglio a tenere per me tutto quanto? Come faccio a raccontare le mie verità, così difficili da dire anche a me stesso, se l’attimo dopo chi mi ascolta potrebbe solo guardarmi come fossi un mostro?

Ps: Questa narrazione va inserita nel capitolo del “partire da se’” di un uomo che si è raccontato e voleva raccontare. Io l’ho sintetizzata e riscritta come fosse una storia perché la discussione con “Gianfranco” è stata lunga e articolata, ma lo ringrazio di essersi messo in gioco, alla pari, con me, in un reciproco riconoscimento. Non sono un essere superiore, non sono un prete e quindi non c’è assoluzione, non si tratta di una confessione ed è tutto molto ma molto più laico. Non ho bisogno di sentenziare e giudicare e, infine, io lo vedo, si, e certo che lo ascolto. Grazie!

—>>>Potrebbe essere utile leggere una storia che ho scritto qualche tempo fa.

Il corpo delle donne
IL PROGETTO PER LE SCUOLE del Centro di Coordinamento contro la Violenza di genere e il Sessismo- FIRENZE
Per l’anno scolastico in corso, Il Coordinamento ha ideato ed organizzato un progetto a costo zero
(poiché gestito esclusivamente da volontari) per tre scuole fiorentine, con la collaborazione della
ASL10 e del Quartiere 4 del Comune di Firenze. Questo progetto impegnerà per 8 ore di incontri
formativi studentesse, studenti ed insegnanti in un percorso sia di lettura e decodifica degli
stereotipi di genere, sia di riflessione e confronto su cosa vuol dire “ violenza di genere”, sia di
conoscenza ravvicinata e discussione con realtà stigmatizzate o invisibilizzate come quella LGBTI.
Lo scopo è quello di sviluppare nei ragazzi e ragazze un pensiero critico ed autonomo, nel rispetto
del valore della diversità di ciascuno e ciascuna.
Sintesi e conclusione di questo primo intervento sarà una
giornata aperta alla cittadinanza, che veda protagonisti/e principalmente le studentesse e gli
studenti, ma anche autorevoli personalità esperte del tema.

Chi “ha paura” di nominare la violenza?

La Terza Sezione penale della Corte di Cassazione, il 15 ottobre 2013, ha annullato la sentenza con la quale la Corte d’Appello di Catanzaro, nel 2011, condannava un sessantenne, addetto ai servizi sociali del comune di Catanzaro, per aver abusato di una bambina di undici anni che gli era stata affidata. Fra i motivi dell’annullamento, la Corte rimanda alla sentenza d’appello, che avrebbe disconosciuto (in via considerata troppo generica) la possibilità di concedere le attenuanti relative ‘alla minore gravità del fatto’.

Noi avvertiamo l’urgenza di prendere la parola per nominare, e denunciare, l’insopportabile attacco che viene mosso alla nostra libertà, alla giustizia ma, soprattutto, ad una bambina di 11 anni. Quali sono le ‘attenuanti’ che la Corte d’Appello di Catanzaro avrebbe trascurato di considerare? Secondo la Cassazione il consenso della vittima e la circostanza che i rapporti sessuali si erano innestati nell’ambito di una relazione amorosa. Questo perché, l’atto sessuale si inseriva nell’ambito di una relazione amorosa; e che, sebbene l’abuso sessuale sia sempre connotato da grave invasività fisica, lo stesso nel caso di specie non poteva ritenersi invasivo allo stesso modo dell’ipotesi in cui avvenga con forza e violenza e al di fuori di una relazione amorosa, atteso che nel primo contesto derivano più contenute conseguenze negative alla minore sul piano psicologico. In definitiva, la sentenza di condanna avrebbe mancato di considerare e valutare gli ulteriori e attenuativi aspetti della vicenda prospettati dalla difesa, quali il “consenso”, l’esistenza di un rapporto amoroso, l’assenza di costrizione fisica, l’innamoramento della ragazza.

Come si possano anche solo ipotizzare ragioni mitigatorie attenuative e con simili motivazioni, rispetto ad una bambina di 11 anni, è cosa che ci lascia sconcertate.Relazione amorosa, consenso, assenza di costrizione fisica, sono temi e ‘giustificazioni’ che negli ultimi anni si sono rincorse sui media e nelle arringhe di avvocati poco accorti. Che si pensi di poterle utilizzare sulla pelle di una bambina ci pare un abominio; che sia proprio la Corte di Cassazione a suggerire di considerare come amore il rapporto tra una bambina e un uomo adulto, cui è stata affidata, rintracciandovi un dispositivo attenuante, ci sconvolge. Temiamo che questa inaccettabile interpretazione, che sottende ad un modello culturale scellerato, possa rappresentare un precedente molto pericoloso. Riteniamo indecente qualunque interpretazione che rinunci a nominare la violenza sulle bambine e che siano le istituzioni stesse ad ignorarla o mistificarla, nella consapevolezza che non si può confondere la storia di bambine e donne con la collusione alla violenza, quasi come se questa fosse parte del corso naturale delle cose.

Rigettiamo al mittente tentativi di questo genere e manterremo alta l’attenzione su questa vicenda, attraverso iniziative specifiche. In particolare vigileremo affinché la Corte di Appello di Catanzaro, cui oggi spetta il compito di decidere, nomini la violenza e affermi con chiarezza un principio di giustizia per questa bambina, ma anche per tutte le altre.

Giovanna Vingelli, Cs

Doriana Righini, Cz

Isolina Mantelli , Cz

Teresa Scamardì, Cz

Adriana Papaleo, Cz

Denise Celentano

Centro antiviolenza Mondo Rosa, Cz

Centro contro la violenza alle donne “Roberta Lanzino”, Cs

  Associazione Telefono Donna – Casa delle Donne Ester Scardaccione, Pz

Centro di ascolto DNA Donna

Associazione daSud Roma

Celeste Costantino, Roma

Paola Bottero,Roma

Pina Nuzzo, Roma

Franca Fortunato, Cz

Sabrina Garofalo, Cs

Laura Triumbari, Roma

Cinzia Paolillo, Roma

Maria Cristina Guido, Cs

Laura Cirella, RC

Monica Francioso, RC

Marina Martino, Cs

Enza Miceli, Le

Tiziana Calabrò, RC

Laura Lombardo , Cs

Elena Bova, Cz

Lorenza Valentini, Roma

Guglielmina Falanga, Cs

* * * * *

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Ieri sono stata al centro anti violenza Artemisia. E’ stato l’ultimo incontro del corso di formazione per volontarie.

Sono rimasta molto colpita dalle professioniste che ci hanno illustrato il lavoro di Artemisia, sia nel settore donne che nel settore minori.

Sono donne non più giovanissime ma piene di energia consapevole, sono donne  contagiose, sono psicologhe, avvocate, assistenti sociali, che dal 1991 hanno creato dal nulla una struttura che ha potuto accogliere migliaia di donne che avevano un disperato bisogno di aiuto.

Ci hanno raccontato  che le donne che hanno bisogno di essere accolte nelle case rifugio, per la maggior parte hanno con sé solo i vestiti che portano addosso e quando arrivano con i propri figli la situazione è ancora più disperata.

Sono rimasta incantata dal sorriso di Fiorenza e dalla serenità di Claudia che non sono mai venuti meno, neanche quando ci hanno riportato situazioni di vita di alcune donne, molto molto pesanti.

Ho capito dove devo ulteriormente cambiare. Per poter esporre qualsiasi tipo di problematica, che esiste certo, ma in cui la stragrande maggioranza delle persone non vuole essere coinvolta, ci vuole serenità e fermezza.       

Il 15 ottobre è stata promulgata la legge sul femminicidio ma non sono stati previsti sostegni economici certi per i centri anti violenza.

Non si va da nessuna parte solo inasprendo le pene. Occorre un intervento sostanziale delle istituzioni per favorire l’attività dei centri, non solo nelle situazioni emergenziali ma anche nell’attività di sensibilizzazione del problema, con interventi nel territorio comunale attraverso eventi ed iniziative che possano favorire a lungo termine il cambiamento dei modelli sociali, dei modelli di comunicazione, dei linguaggi. 

Sono felice di aver deciso che indignarsi serve a poco se poi non si passa ai fatti. Questo mondo non  mi piace e vorrei nel mio piccolo contribuire a cambiarlo.

Sono arrivata ad Artemisia dopo un discreto percorso.

Tutto è cominciato molto tempo fa.

Tutto è cominciato con me e con la vita che ho vissuto.

Quando son arrivata ad essere sola con mia figlia avevo 31 anni, all’improvviso la mia vita è cambiata, mia figlia era diventata la mia vita. 

Non ho più avuto una vita sociale per tanto tempo perché avevo scelto lei, mia figlia, sempre avendo ben presente che io costituivo solo il porto che le era necessario per poter partire verso il mondo.

Quando poi mi è stato possibile ho creato il mio primo blog e navigando su internet, probabilmente digitando <donna> ho cominciato a seguire altri blog e siti (“Un ‘altra donna” – “Vita da streghe”) che mi hanno dato la possibilità di arrivare a Lorella Zanardo (“Il corpo delle donne”), a Giovanna Cosenza, a Loredana Lipperini.

Questo grazie alla mia sensibilità che da sempre mi ha portato a sostenere le problematiche delle donne, perché proprio sono una donna.

Anche se non ho mai fatto parte di un collettivo femminista da sempre penso, che il lavoro di rottura che le femministe hanno fatto in Italia, che ha rivoluzionato la vita, la politica, la legislazione, sia stato necessario.

Quando si è in catene è vitale ribellarsi, e si sa le rivoluzioni lasciano morti e feriti sul campo, ma sono indispensabili perché il potere costituito non si lascia imbonire dai discorsi.

Nella situazione attuale molte delle conquiste fatte negli anni settanta sono state mese in discussione anche grazie al bombardamento mediatico quotidiano delle televisioni di B. e poi a seguire anche delle reti rai, che in questi 20 anni hanno mostrato un modello di donna completamente scevro da autonomia.

Un modello di donna dipendente dalla considerazione maschile concentrata prevalentemente sul suo aspetto fisico.

Modello di donna che è naturale possedere. Una donna totalmente dipendente e quando ci si accorge di stare per perderla, la si cerca di trattenere con la forza e la violenza, in ogni sua forma.

Sono contenta che nel gruppo di volontarie di cui faccio parte  ci siano donne giovani, venticinque – trentanni.

Questo mi rincuora molto perché, evidentemente, non tutte le giovani donne anelano ad essere “veline”. 

C’è un nuovo linguaggio per sensibilizzare l’opinione pubblica sulla violenza sulle donne? SVS Donna Aiuta Donna onlus (svsdad.it) che affianca il Soccorso Violenza Sessuale e Domestica della Mangiagalli di Milano lo ha chiesto agli studenti dell’Istituto Europeo di Design, e la risposta è stata sì. L’idea è parte del progetto Insieme contro la violenza per sostenere la Giornata Mondiale contro la violenza di genere, fissata il 25 novembre. Una campagna con nuovi paradigmi di comunicazione, perché non mostra le solite brutalità, occhi neri e lividi e lacrime.

Il risultato sono le tesi degli studenti di quattro discipline dell’Istituto (graphic design, illustrazione, video design e sound design) messaggi nuovi diversi anche provocatori, ma capaci di destare l’attenzione di tutti, papà violenti, maschi maneschi e bulli, senza ricorrere agli occhi pesti e alle tumefazioni.

http://youtu.be/n73hdpdPHuk
Uno spot prodotto da SVS DAD ONLUS della campagna, sarà in onda sulle reti Sky.  È rivolto agli uomini, mariti, padri, compagni che maltrattano. L’esortazione è «fermati!» chiedi aiuto ai Centri specializzati nel trattamento degli uomini violenti. Il video è stato realizzato con Regione Lombardia, Comune di Milano e  Adei Wizo (Associazione donne ebree d’Italia).

La campagna con i lavori dello IED invece ha preso il via il 22 novembre nei punti vendita Coop in Lombardia attraverso cartoline, poster, segnalibri e shopper in tessuto.

Marika Sorangelo 23 anni, laurea in Illustrazione e Animazione è l’autrice di una serie di cartoline dove invita le donne a ribellarsi a denunciare gli abusi con immagini poetiche in cui sono gli oggetti domestici a “parlare”, come quella intitolata Trova l’intruso, dove l’intruso – un paio di occhiali scuri tra accessori da pioggia – allude alla chiara necessità di dover nascondere un volto malmenato.

Dice Marika: «Le immagini di corpi martoriati che vogliono rappresentare la violenza di genere in realtà distolgono lo sguardo, creano rifiuto e portano all’indifferenza. Ho voluto uscire da questo cliché con disegni lievi e colorati per far pensare, perché sia riconosciuto un mondo più sicuro. Del resto non c’è solo la violenza, esistono anche i suoi prodromi, in tanti stereotipi sessuali. “Te la sei cercata”, è una cartolina che illustra una scarpa col tacco, una guepiere, un rossetto, una gonna: ma come? Sarebbero la ragion d’essere di uno stupro?».

Il gruppo di graphic design composto da Giovanna Prete, Alice Loro ed Emanuele Serra, ha trovato nelle porte un mezzo efficace su cui appoggiare a lettere cubitali messaggi di rispetto, speranza ed empatia. Giovanna, 26 anni, romena, racconta una sfida che deve raggiungere tutti, diversi per età e culture e comunicare ai violenti, alle vittime e all’universo indifferente:

«Le porte sono un simbolo efficace per esprimere l’entrata e l’uscita dalla violenza, e i caratteri tipografici di grandi dimensioni applicati alle fotografie ci sono sembrati il modo giusto per urlare il messaggio».

Le parole sono semplici, ricalcate sulle frasi quotidiane, questa casa non è una prigione, questa camera da letto non è un patibolo, lavorare non fa rima con palpare/umiliare/ricattare.

Ci sono anche i messaggi agli adolescenti, sulla porta di un bagno da discoteca si legge

Io posso ballare e dirti di No

Io posso darti il numero di telefono e dirti di No.

Un altro soggetto pensato dal gruppo per le stazioni del metro è la mappa degli abusi (le stazioni si chiamano violenza sessuale, ricatto, abbandono…)

Mentre altri segnali riguardano l’entità del fenomeno: 1.350.000 vittime nel 2012, il tempo di una fermata e le hai rovinato la vita, ogni 7 minuti si compie uno stupro.

http://youtu.be/FPGMOxUX_3U

Gli studenti di video design Claudia La Rosa e Shirin Aliyeva e di sound design Matteo Lo Valvo e Davide Gubitoso, hanno evitato di cadere nelle interviste drammatiche alla vittima o allo psicoterapeuta, e hanno scelto ilracconto emotivo, la voce fuori campo e il crescendo musicale per rappresentare tre storie di violenza contenute nel libro Questo non è amorepubblicato dalle autrici di questo blog. Conflitti che incombono nella vita quotidiana, senso di colpa delle vittime, disistima, soggezione, ma anche ribellione. Colpiscono i messaggi degli episodi: «Non me ne sono resa conto», dice Maria, che si salverà perché c’è una figlia da proteggere, mentre Ileana rammenta: «Un giorno mi ha riempito di botte». Per Giovanna, il campanello d’allarme sono stati gli scatti d’ira. Ma i segni di percosse anche sulla bambina le daranno la forza di affrontare vincendo la lunga battaglia legale.

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