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La sfida della piazza

San Giovanni. Oggi a Roma il sindacato misura la sua forza. Due cortei da piazza Esedra e Ostiense per rispondere a Renzi

e chiedere di cambiare le politiche economiche. Battesimo del fuoco per Camusso

Le parole d’ordine sono forti. “Lavoro, dignità, ugua­glianza, per cam­biare l’Italia”. La Cgil chiama a rac­colta la sua gente. Ultima grande orga­niz­za­zione sociale rima­sta nel paese, affronta una prova cru­ciale. Se que­sta mat­tina non riu­scirà a riem­pire piazza San Gio­vanni, gli epi­taffi di Renzi e di gran parte del mondo poli­tico e sociale per la scom­parsa sua e della «vec­chia sini­stra» sono pronti, assieme alle bot­ti­glie di cham­pa­gne da stappare.

Il clima da «ultima spiag­gia» por­tato dalla sfida del rot­ta­ma­tore — che in con­tem­po­ra­nea tiene non a caso il secondo giorno della Leo­polda — e dal governo ha però subito por­tato ad un ricom­pat­ta­mento e ad una mobi­li­ta­zione che non si vede­vano da anni, gui­data da una Susanna Camusso mai così combattiva.

E le pre­vi­sioni — sep­pur caute — par­lano di un «suc­cesso orga­niz­za­tivo ina­spet­tato» con 10 treni spe­ciali, una nave dalla Sar­de­gna e almeno 3mila pull­man. Certo, in piazza non ci saranno i 3 milioni del Circo Mas­simo. La giu­sta pro­por­zione la potrebbe dare il numero dei cor­tei: nel 2002 furono ben sei, oggi saranno due. In 12 anni e più il mondo è cam­biato e Ber­lu­sconi è un nemico ormai inof­fen­sivo: riem­pire piazza San Gio­vanni è per chiun­que — ora lo sarebbe anche per Grillo — una chi­mera. Se la Cgil ci riu­scirà, avrà dimo­strato che in Ita­lia biso­gna ancora fare i conti con lei. Chiun­que sia al governo.

Alla mani­fe­sta­zione infatti la Cgil lega una serie di pro­po­ste pre­cise: un deciso cam­bio della poli­tica eco­no­mica, l’attuazione di inve­sti­menti pub­blici e pri­vati, l’estensione dei diritti a tutti i lavo­ra­tori, meno forme con­trat­tuali e più sta­bi­lità, l’allargamento uni­ver­sale delle tutele e degli ammor­tiz­za­tori sociali, la dif­fu­sione dei con­tratti di solidarietà.

Come detto, sono pre­vi­sti due cor­tei, uno da piazza della Repub­blica (per i lavo­ra­tori pro­ve­nienti da Alto Adige, Cala­bria, Cam­pa­nia, Friuli Vene­zia Giu­lia, Lazio, Lom­bar­dia, Pie­monte, Sici­lia, Umbria, Valle d’Aosta, Veneto) e l’altro da piaz­zale dei Par­ti­giani davanti la sta­zione Ostiense (per quelli di Abruzzo, Basi­li­cata, Emi­lia Roma­gna, Ligu­ria, Mar­che, Molise, Puglia, Sar­de­gna, Toscana, Tren­tino). Per entrambi il con­cen­tra­mento è pre­vi­sto per le ore 9 e la par­tenza alle ore 9,30.

Il primo cor­teo da piazza della Repub­blica avrà il con­sueto per­corso: sta­zione Ter­mini, Santa Maria Mag­giore, via Meru­lana, piazza San Gio­vanni. Il secondo cor­teo pas­serà per la Pira­mide Cestia, viale Aven­tino, costeg­gerà il Colos­seo per poi girare per via Labi­cana e riu­nirsi all’altro su via Meru­lana. Se Mau­rizo Lan­dini par­tirà dal primo cor­teo e si spo­sterà nel secondo, Carla Can­tone sarà nel primo cor­teo e salirà a bordo di un pull­man sco­perto — in stile parata — affit­tato dallo Spi.
Per riem­pire il più pos­si­bile San Gio­vanni, l’organizzazione ha deciso di limi­tare al minimo le strut­ture pre­senti in piazza: ci saranno solo un pre­si­dio medico e qual­che banchetto.

Dal palco, mon­tato esat­ta­mente come nelle altre mani­fe­sta­zioni, par­le­ranno una serie di lavo­ra­tori scelti per dare un’immagine pla­stica della dispe­rata situa­zione del paese. Tanti gio­vani — una par­tita Iva vera, uno stu­dente — tanti ope­rai — Ales­san­dro dalle accia­ie­rie di Terni, un chi­mico — e tanti tipici “ati­pici” — una migrante sta­gio­nale agri­cola dalla Cala­bria, un pre­ca­rio del pub­blico impiego, un lavo­ra­tore degli appalti dei tra­sporti, una del com­mer­cio, un lavo­ra­tore edile e uno di una coo­pe­ra­tiva che ha in appalto un ser­vi­zio di logistica.

Assieme a loro due sor­prese ancora non sve­late: una che inter­verrà in carne ed ossa e una tra­mite fil­mato. L’accompagnamento musi­cale sarà dei Modena City Ram­blers, riu­niti per l’occasione per quanto riguarda il rock, e dall’orchestra dell’Opera di Roma, lavo­ra­tori che hanno rischiato il licen­zia­mento per difen­dere i loro diritti in una ver­tenza ancora in corso. Il tutto si chiu­derà con l’intervento con­clu­sivo di Susanna Camusso. Un inter­vento atteso che sarà il bat­te­simo del fuoco per il segre­ta­rio gene­rale della Cgil davanti ad una pla­tea così grande.

Terrorismo e ingiustizia. Proibito ragionare

  • Angelo D’Orsi*

 

L’anatema contro i 5Stelle. I lemmi più sfuggenti della scienza politica. Sansone, Beghin, i partigiani, tutti terroristi? Chi fa l’elenco?

Hans Magnus Enzen­sber­ger in un libretto (piut­to­sto insulso, a dire il vero) del 2006 trac­ciava un ritratto del “per­dente radi­cale”; ossia il kami­kaze, che egli inse­ri­sce tra gli “uomini ter­ro­riz­zati”, desti­nati a semi­nare a loro volta ter­rore, ma soprat­tutto indi­riz­zati a un ine­so­ra­bile destino di scon­fitta. Quanto più dram­ma­ti­che ed effi­caci le parole di Frantz Fanon, che spie­gava, con l’avallo cele­bre di Jean Paul Sar­tre, come la vio­lenza, la vio­lenza estrema, fosse la sola rispo­sta pos­si­bile da parte dei popoli colo­niz­zati verso i colonizzatori.

Sol­le­ci­tato dalla situa­zione medio­rien­tale, il depu­tato Ales­san­dro Di Bat­ti­sta, del M5S (del quale non sono sim­pa­tiz­zante, pre­ciso subito), ha com­piuto, in un arti­colo sul sito di Beppe Grillo, una sin­te­tica rico­stru­zione storico-politica della vicenda medio­rien­tale nel qua­dro inter­na­zio­nale, scri­vendo parole sen­sate, e per­sino ovvie, quasi banali. Ma in que­sto Paese le verità susci­tano scon­certo, o addi­rit­tura ripro­va­zione, ed ecco che l’analisi della situa­zione in Iraq, e in gene­rale del “ter­ro­ri­smo” in Medio Oriente, susci­tano un “una­nime coro di dis­senso”, come ripe­tono pap­pa­gal­le­sca­mente i media main­stream. Che cosa c’è di scan­da­loso a invi­tare a riflet­tere sul nesso tra ingiu­sti­zia sociale e ter­ro­ri­smo? O a riflet­tere sui con­fini tra Stati dise­gnati a tavo­lino dalle Grandi potenze dopo il 1945? O, infine, dire che si diventa ter­ro­ri­sti quando non ci sono altre vie per difen­dersi, davanti a una mostruosa spro­por­zione di mezzi militari?

Il kami­kaze tra­sforma il suo corpo in un’arma. È la verità, della quale non pos­siamo che pren­dere atto. Que­sto signi­fica invi­tare a diven­tare tutti kami­kaze? No. Anzi Di Bat­ti­sta, esprime una posi­zione anti­mi­li­ta­ri­sta e paci­fi­sta, come ha notato con ragione Marco Pan­nella su Radio Radi­cale. E oppor­tu­na­mente con­danna il mer­cato delle armi, e mette in rilievo l’appiattimento della poli­tica estera agli Usa. Egli invita a sfor­zarsi di capire, e pro­porre mosse poli­ti­che con­se­guenti, invece di spu­tare sen­tenze stereotipate.

Se fos­simo oppressi, nella nostra terra, da un nemico infi­ni­ta­mente più potente, se que­sto nemico ci umi­liasse quo­ti­dia­na­mente, se ci fosse pre­clusa ogni spe­ranza di riscatto e di libe­ra­zione, se non aves­simo appunto altro mezzo offen­sivo che il nostro corpo, quando ogni altra via ci fosse pre­clusa, come ci com­por­te­remmo? Insomma, per­ché non sfor­zarsi (almeno) di capire chi sce­glie come gesto estremo di immo­larsi? Ecco: il “per­dente radi­cale”, non è che la ripro­po­si­zione della figura di San­sone che fa crol­lare le colonne del tem­pio, pro­fe­rendo le cele­bri parole: «Muoia San­sone con tutti i fili­stei!». C’è una nobiltà in quel gesto, tra­man­da­toci dalle Scrit­ture; men­tre non ce n’è affatto, natu­ral­mente, nell’altra forma di ter­ro­ri­sta, quello stra­gi­sta: il ter­ro­ri­smo che col­pi­sce alla cieca, vil­mente. Noi non sim­pa­tiz­ziamo, né con­di­vi­diamo, ma per­ché non ten­tare di com­pren­dere e spie­gare, invece di limi­tarsi a con­dan­nare, e dare il via libera a un’altra forma di ter­ro­ri­smo, quello del car­pet bombing, il bom­bar­da­mento che riduce in cenere intere città, e manda tutti, a comin­ciare dagli inermi, a morte?

In realtà, i lemmi “ter­ro­ri­sta” e “ter­ro­ri­smo”, sono tra i più sfug­genti della scienza poli­tica. Fra le tante defi­ni­zioni nes­suna ha otte­nuto un con­senso gene­rale, e tra le più con­vin­centi, anche se fra le meno scien­ti­fi­che, è che il ter­ro­ri­sta è il rivo­lu­zio­na­rio che non ha vinto, o fin­ché non vin­cerà la sua bat­ta­glia, a pre­scin­dere dagli obiet­tivi che per­se­guiva semi­nando ter­rore. Mena­hem Beghin fu un ter­ro­ri­sta, che divenne capo del governo israe­liano, per fare un solo esem­pio; ma nes­suno oggi lo defi­ni­rebbe tale. E i nostri par­ti­giani non erano ter­ro­ri­sti e ban­diti per i nazi­sti e i repub­bli­chini? Oggi non solo in sto­rio­gra­fia, ma nel discorso pub­blico i ter­ro­ri­sti sono loro – giu­sta­mente –, i nazi­fa­sci­sti. Detto altri­menti, il ter­ro­ri­sta è sol­tanto il com­bat­tente armato visto dall’altra parte, il com­bat­tente sconfitto.

Del resto la Cia nei suoi elen­chi cam­bia perio­di­ca­mente le orga­niz­za­zioni “ter­ro­ri­ste”: l’Uck era inse­rita nell’elenco, poi è stata inviata al governo di uno Stato fan­toc­cio come il Kosovo, anche in que­sto caso per fare un unico esem­pio. Men­tre Hamas da quell’elenco non è mai uscita. Ma il mute­vole giu­di­zio dei ser­vizi di Washing­ton può essere pie­tra di misura atten­di­bile? A giu­di­care dai risul­tati si direbbe pro­prio di no. Eppure nes­suno si prende la briga di veri­fi­care, di andare a stu­diare la sto­ria e i docu­menti di Hamas, per esem­pio. E cosa sap­piamo dell’Isis o dell’Isil, i movi­menti che stanno lot­tando, in modo fero­cis­simo, spesso per quel che ne sap­piamo per noi inac­cet­ta­bile, in Siria e in Iraq? Certo, è più sem­plice eti­chet­tarli con ter­mini quali “taglia­gole”, “bar­bari” e così via: il ben noto pro­cesso di disu­ma­niz­za­zione, che con­sente a coloro che si pro­cla­mano “civili”, di fare qual­siasi cosa. Ridurre in mace­rie Gaza, per esem­pio. O isti­tuire strut­ture dove tutti i diritti sono “sospesi”, come Guantanamo… .

E ora andiamo tran­quil­la­mente a bom­bar­dare i sun­niti, e armiamo i curdi che in pas­sato i tur­chi e i sun­niti di Sad­dam (quando era un uomo degli Usa) ave­vano bom­bar­dato e gasato. Nel con­senso gene­rale, tranne che poche frange eti­chet­tate come sim­pa­tiz­zanti filoi­sla­mi­sti: e il buon Di Bat­ti­sta qui ha, appunto, com­messo l’altro “errore”. Invece di bom­bar­dare que­sti e quelli, non si potrebbe trat­tare? Apriti cielo. Trat­tare coi “ter­ro­ri­sti”? Non stu­pi­sce che Angelo Pane­bianco sen­tenzi sul Cor­riere, met­tendo tutto nello stesso sacco, sotto la cate­go­ria di filo-islamismo radi­cale, e quindi, anti­se­mi­ti­smo; “ana­lisi” in cui si trova in buona com­pa­gnia di Magdi Allam, sul Gior­nale. Anche il più ragio­ne­vole Gad Ler­ner sul suo blog lan­cia l’anatema, seguendo la cor­rente, e dicendo parole che non appa­iono distanti da quelle dei lea­der del Pd e del Pdl scesi in campo con­tro lo sven­ta­tello Di Bat­ti­sta. Ma dif­fe­ren­zian­dosi, tira in ballo la posi­zione di Grillo sui migranti, facendo un paral­lelo a mio avviso insen­sato. Tant’è. La sostanza è che quando non ti pos­sono dare del ter­ro­ri­sta, ti bec­chi del sim­pa­tiz­zante. E allora non ci rimarrà che repli­care: «Ter­ro­ri­sta sarà lei!».

* da Il manifesto del 20 agosto 

L’inchino europeo al capitale privato

Tagli al welfare. Si persegue quella che il mondo anglosassone da sempre considera l’essenza della democrazia moderna: una società di individui fondata sulla libertà d’impresa

Afferma un cele­bre ada­gio che nella per­vi­ca­cia si annida il demo­nio. Se è vero, le lea­der­ship euro­pee sono pri­gio­niere di potenze infere. Da sette anni inflig­gono ai pro­pri paesi e alle loro eco­no­mie una tera­pia nel segno dell’auste­rity che dovrebbe debel­lare la crisi e rimet­tere in moto la cre­scita. Non solo que­sta cura non ha pro­dotto nes­suno dei risul­tati attesi. Tutte le evi­denze depon­gono in senso con­tra­rio, al punto che sem­pre più nume­rosi eco­no­mi­sti main­stream si pro­nun­ciano a favore di poli­ti­che espan­sive. Ciò nono­stante la musica non cam­bia, nem­meno ora che l’Istituto sta­ti­stico nazio­nale della Ger­ma­nia fede­rale ha reso noti i dati sul secondo seme­stre di quest’anno. Anzi, il man­tra delle «riforme strut­tu­rali» imper­versa più forte che mai.
Insomma, il demo­nio sbanca. O c’è sem­pli­ce­mente un dio dispet­toso che si diverte ad acce­care gente che vuol per­dere. Sta di fatto che a suon di «riforme» l’Europa si sta sui­ci­dando, come già avvenne nel secolo scorso dopo il crollo di Wall Street, nono­stante il buon esem­pio degli Stati uniti roo­se­vel­tiani, che pure di capi­ta­li­smo ne capivano.

Que­sta è una let­tura pos­si­bile. I capi di Stato e di governo e i grandi ban­chieri sta­reb­bero sba­gliando i conti. Per super­bia e pre­sun­zione, forse per inca­pa­cità, come pare sug­ge­rire il mini­stro Padoan par­lando di pre­vi­sioni errate. Ma c’è un’altra ipo­tesi altret­tanto plau­si­bile. Anzi, a que­sto punto ben più vero­si­mile. Che non si tratti di errori ma del pesante tri­buto impo­sto dal mas­simo potere oggi regnante. Non­ché (di ciò troppo di rado si discute) del per­se­gui­mento di un lucido pro­getto. E di un cal­colo costi-benefici forse spe­ri­co­lato ma coe­rente, in base al quale la reces­sione, con i suoi deva­stanti effetti col­la­te­rali (defla­zione, disoc­cu­pa­zione, dein­du­stria­liz­za­zione), appare un prezzo con­ve­niente a fronte del fine che ci si pre­figge: la messa in sicu­rezza di un deter­mi­nato modello sociale nei paesi dell’eurozona.
Quale modello, è facile a dirsi, se leg­giamo in chiave poli­tica le «riforme strut­tu­rali» di cui si chiede a gran voce l’adozione. Costrin­gere gli Stati a «far qua­drare i conti» signi­fica nei fatti imporre loro, spesso con­giun­ta­mente, tre cose. La prima: ven­dere (sven­dere) il pro­prio patri­mo­nio indu­striale e demaniale.

La seconda: accre­scere la pres­sione fiscale sul lavoro dipen­dente (posto che ci si guarda bene – soprat­tutto ma non solo in Ita­lia – dal col­pire ren­dite, patri­moni e grandi eva­sori). La terza: tagliare la spesa sociale desti­nata al wel­fare (vedi le ultime ester­na­zioni del mini­stro Poletti in tema di pen­sioni), al sistema sco­la­stico pub­blico e all’occupazione nel pub­blico impiego (dato che altre voci del bilan­cio non sono mai in discussione).

Non è dif­fi­cile capire che tutto ciò signi­fica affa­mare il lavoro e spo­stare enormi masse di ric­chezza verso il capi­tale pri­vato. Nel frat­tempo, accanto a que­sti prov­ve­di­menti, ci si impe­gna a modi­fi­care le cosid­dette rela­zioni indu­striali. Così si varano “riforme del lavoro” che hanno tutte un deno­mi­na­tore comune: l’attacco ai diritti dei lavo­ra­tori (“rigi­dità”) al fine di fare della forza-lavoro una varia­bile total­mente subor­di­nata (“fles­si­bile”) al cosid­detto “datore”, che deve poter deci­dere in libertà se, quanto e a quali con­di­zioni utilizzarla.

Ne emerge un pro­getto nitido, che rove­scia di sana pianta non solo il sogno sov­ver­sivo degli anni della som­mossa ope­raia ma anche quello dei nostri costi­tuenti. Si vuole fare final­mente della vec­chia Europa quello che il mondo anglo­sas­sone da sem­pre con­si­dera l’essenza della demo­cra­zia moderna: una società di indi­vi­dui fon­data sulla libertà d’intrapresa, cioè sul potere pres­so­ché asso­luto del capi­tale pri­vato. Dopo­di­ché potrà forse spia­cere che dila­ghino disoc­cu­pa­zione e povertà men­tre enormi ric­chezze si con­cen­trano nelle mani di pochi. Pazienza. La “libertà” è un bene sommo intan­gi­bile, al quale è senz’altro oppor­tuno sacri­fi­care un fetic­cio d’altri tempi come la giu­sti­zia sociale.

A chi obiet­tasse che que­sta è una let­tura ten­den­ziosa, sarebbe facile repli­care con un rapido cenno alla teo­ria eco­no­mica. L’enfasi sulla disci­plina di bilan­cio sup­pone il ruolo-chiave del capi­tale finan­zia­rio nel pro­cesso di pro­du­zione, secondo quanto sta­bi­lito dalla teo­ria neo­clas­sica. Nel nome della “demo­cra­zia” que­sta teo­ria affida la dina­mica eco­no­mica alle deci­sioni del capi­tale pri­vato. Il pro­cesso pro­dut­tivo si inne­sca sol­tanto se esso pre­vede di trarne un pro­fitto, il che signi­fica con­ce­pirlo non sol­tanto come domi­nus natu­rale della pro­du­zione ma anche come il sovrano sul ter­reno sociale e poli­tico.
Vi sono natu­ral­mente altre teo­rie. Marx, per esem­pio (ma anche Key­nes) vede nella pro­du­zione una fun­zione sociale deter­mi­nata prin­ci­pal­mente da due fat­tori: la domanda (i biso­gni sociali, com­presi quelli rela­tivi a beni o ser­vizi “fuori mer­cato”) e la forza-lavoro dispo­ni­bile a sod­di­sfarli. In que­sta pro­spet­tiva la fun­zione del capi­tale (soprat­tutto di quello finan­zia­rio, il denaro) è solo quella di met­tere in comu­ni­ca­zione la domanda col lavoro. Per que­sto non gli è rico­no­sciuto alcun potere di veto, meno che meno la sovra­nità. Anzi: la dispo­ni­bi­lità di capi­tale è inte­ra­mente subor­di­nata alla deci­sione poli­tica, per quanto con­cerne sia la leva fiscale, sia la massa mone­ta­ria. Inu­tile dire che que­ste teo­rie sono tut­ta­via reiette, bol­late come stra­va­ganti e antimoderne.

Si pensa alle teo­rie come cose astratte, ma, come si vede, esse in fili­grana par­lano di sog­getti in carne e ossa e di con­cre­tis­simi con­flitti. Il che spiega in abbon­danza la povertà logica delle resi­stenze alle cri­ti­che key­ne­siane e mar­xi­ste. Spiega il ver­go­gnoso ser­vi­li­smo dei media, fatto di igno­ranza e oppor­tu­ni­smo. E spiega soprat­tutto per­ché, per l’esta­blish­ment euro­peo, le “riforme strut­tu­rali” pro­pu­gnate nel nome della teo­ria neo­clas­sica siano un valore in sé, ben­ché non ser­vano affatto a risol­vere la crisi, anzi la stiano aggra­vando oltremisura.

La que­stione, insomma, è solo in appa­renza eco­no­mica e in realtà squi­si­ta­mente poli­tica. Del resto, nella sovra­nità asso­luta del capi­tale e nella totale subor­di­na­zione della classe lavo­ra­trice risiede la sostanza dei trat­tati euro­pei che in que­sti vent’anni hanno modi­fi­cato i rap­porti di forza tra Stati e isti­tu­zioni comu­ni­ta­rie, tra assem­blee elet­tive e poteri tec­no­cra­tici. È que­sto il punto di caduta di prov­ve­di­menti in appa­renza det­tati dalla ragion pura eco­no­mica come il fami­ge­rato fiscal com­pact; que­sta la ratio della scia­gu­rata deci­sione, al tempo del “governo del pre­si­dente”, di inse­rire il pareg­gio di bilan­cio in Costi­tu­zione. Non ve n’era biso­gno, essen­doci già Maa­stri­cht. Ma si sa, si prova un bri­vido par­ti­co­lare nel pro­ster­narsi dinanzi ai primi della classe, nell’eccedere in espres­sioni ser­vili. In altri tempi si sarebbe par­lato di collaborazionismo.

Un solo dub­bio resta, nono­stante tutto. È chiaro che alle lea­der­ship euro­pee non inte­ressa gran­ché dell’equità sociale, né fa pro­blema, ai loro occhi, l’instaurarsi di un’oligarchia. Ma a un certo momento (ormai pros­simo) non sarà più tec­ni­ca­mente pos­si­bile dre­nare risorse verso il capi­tale. Già oggi l’impoverimento di massa genera disfun­zioni gravi, come dimo­stra l’imperiosa esi­genza di “rifor­mare” le Costi­tu­zioni per affran­care i governi dall’onere del con­senso. Insomma, è sem­pre più evi­dente che il modello neo­li­be­ri­sta urta con­tro limiti sociali e poli­tici non facili a var­carsi. È vero che in un certo senso il capi­tale non cono­sce patria (è di casa ovun­que rie­sca a valo­riz­zarsi). Ma, a parte il fatto che gli equi­li­bri geo­po­li­tici risen­tono del grado di forza interna delle com­pa­gini sociali (per cui l’Occidente rischia grosso nel con­fronto con l’«altro mondo», in ver­ti­gi­nosa cre­scita, ricco di capi­tali e di risorse umane), dav­vero è pen­sa­bile tenere a bada società già avvezze alla demo­cra­zia sociale (in que­sto l’Europa si distin­gue dagli Stati uniti) a dispetto di una regres­sione ad assetti neo­feu­dali? Abbiamo detto che non si capi­sce la discus­sione eco­no­mica se non la si legge in chiave poli­tica. Ma è pro­prio un pro­blema poli­tico quello che le lea­der­ship neo­li­be­ri­ste sem­brano non porsi. Con­fer­mando tutta la distanza che corre tra gli sta­ti­sti e i politicanti.

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L’ULTIMA

Militarmente scorrette

Intervista. Un incontro con la sociologa Andrée Michel, madrina dell’appello per la creazione di un tribunale internazionale per la Repubblica Democratica del Congo, dove le donne sono «bottino di guerra»

Non ha mai smesso d’incoraggiare le donne a essere «cit­ta­dine mili­tar­mente scor­rette». Oggi, a 93 anni, Andrée Michel è una delle più attive madrine dell’appello per la crea­zione di un tri­bu­nale inter­na­zio­nale per la Repub­blica Demo­cra­tica del Congo (Rdc), dove dal 1996 più di 500mila donne sono vit­time di stu­pri «arma da guerra». Diret­trice ono­ra­ria del Cen­tro Nazio­nale di Ricerca Scien­ti­fica (Cnrs), è stata sin dagli anni ’50 una delle prin­ci­pali pio­niere tran­sal­pine della ricerca sociale sulla con­di­zione fem­mi­nile. Prima socio­loga in Fran­cia a fare del com­plesso mili­tare indu­striale (Cmi) occi­den­tale il suo campo d’indagine, le sue ana­lisi hanno susci­tato grande inte­resse nei movi­menti fem­mi­ni­sti e anti­mi­li­ta­ri­sti inter­na­zio­nali, e restano di grande attua­lità, offrendo chiavi essen­ziali per com­pren­dere lo stato di guerra per­ma­nente contemporaneo.

PUÒ SPIE­GARE IL CON­CETTO DI COM­PLESSO MILI­TARE INDUSTRIALE?

Sono nata nel 1920 in una fami­glia molto col­pita dalla car­ne­fi­cina del ’14–18 — il fra­tello di mio padre è stato ucciso il primo giorno di guerra, men­tre mio padre, che aveva perso un brac­cio in bat­ta­glia, è stato pri­gio­niero dei tede­schi per quat­tro anni — nella mia infan­zia non si par­lava d’altro. Visti poi gli effetti della seconda guerra mon­diale e dei diversi con­flitti della Fran­cia per con­ser­vare l’impero colo­niale (Indo­cina, Alge­ria, ecc.), e non avendo mai sepa­rato le mie ricer­che da quello che vivevo, con­si­de­ravo che la teo­ria fem­mi­ni­sta dovesse ana­liz­zare la società patriar­cale anche sotto il suo aspetto mili­tare. Ma la socio­lo­gia della guerra non esi­steva in Fran­cia: all’inizio, mi sono state utili le ricer­che di alcune uni­ver­sità sta­tu­ni­tensi che ave­vano stu­diato il com­plesso mili­tare indu­striale del loro paese, nato dall’alleanza tra i grandi indu­striali dell’armamento e gli alti diri­genti dell’esercito, il cui potere si era for­te­mente con­so­li­dato pro­prio con la seconda guerra mon­diale. Per raf­for­zarsi ulte­rior­mente occor­reva loro un nuovo nemico e l’Urss è stato il primo di una lunga serie di alleati ricon­ver­titi in que­sto ruolo. Durante la seconda guerra mon­diale era alleato degli Usa, i quali temendo l’estendersi della sua influenza sull’Europa, che loro stessi inten­de­vano domi­nare, ne hanno fatto il nemico n. 1 di quella Guerra Fredda che ha riem­pito gli arse­nali ato­mici ad est ed ovest del muro di Ber­lino. Mal­grado già all’epoca dell’installazione dei Per­shing in Ger­ma­nia, dei mili­tari d’alto rango fran­cesi qua­li­fi­cas­sero la minac­cia dell’invasione sovie­tica in Europa come una mon­ta­tura per giu­sti­fi­care spese colos­sali per armi di cui non si aveva alcun biso­gno, tutti i governi ci hanno cre­duto. Le spese mili­tari con­se­guenti hanno raf­for­zato ulte­rior­mente i prin­ci­pali Cmi occi­den­tali e con­tri­buito alla rovina eco­no­mica dell’Urss e alla sua dissoluzione.

Oggi gli inter­venti mili­tari ven­gono giu­sti­fi­cati in nome della difesa della demo­cra­zia e della popo­la­zione civile…

Tanto il Pen­ta­gno che il mini­stero della difesa hanno ser­vizi spe­ciali molto effi­caci nel for­nire gli argo­menti neces­sari a far accet­tare all’opinione pub­blica le spese e gli inter­venti mili­tari. L’attuale mis­sione in Africa Cen­trale, che è un’occasione d’oro per l’industria mili­tare fran­cese, per la quale era urgente «tro­vare nuovi mer­cati di espor­ta­zione», è stata evi­den­te­mente media­tiz­zato come difesa della demo­cra­zia e per ragioni uma­ni­ta­rie. Die­tro que­sti nobili para­venti delle guerre con­tem­po­ra­nee, si celano obiet­tivi meno pre­sen­ta­bili che, oltre ai pro­fitti gigan­te­schi per i Cmi, inclu­dono quello d’impadronirsi delle risorse e mate­rie prime di quei paesi. Men­tre nei nostri le spese mili­tari con­ti­nuano a sot­trarre ingenti risorse pub­bli­che ai ser­vizi essen­ziali per la popolazione.

Lei ha stu­diato par­ti­co­lar­mente il Cmi fran­cese, qual è la sua specificità?

La Fran­cia segue lo stesso modello degli altri Cmi del pia­neta che, va ricor­dato, oltre ai mili­tari e gli indu­striali, inclu­dono le ban­che, i labo­ra­tori scien­ti­fici che ela­bo­rano nuovi sistemi d’arma, i par­titi poli­tici e i mass-media. Ma a dif­fe­renza di altri, la Fran­cia è una nazione con più di mille anni di sto­ria mili­tare, anzi lo stesso modello mili­tare ha ispi­rato lo stato fran­cese, con a capo un potente monarca, inteso in senso pro­prio o in senso repub­bli­cano di pre­si­dente, che limita il potere del par­la­mento rispetto al governo. Il che faci­lita le cose per il Cmi dato che riduce dra­sti­ca­mente il numero di per­sone da influen­zare per otte­nere una poli­tica con­sona ai suoi inte­ressi. Nello stesso tempo, viste le sue risorse finan­zia­rie, il Cmi agi­sce anche a livello ideo­lo­gico e cul­tu­rale: per fare solo un esem­pio, i grandi indu­striali dell’armamento hanno acqui­stato case edi­trici, rivi­ste, gior­nali, canali tele­vi­sivi, arri­vando sem­pre più a neu­tra­liz­zare il dis­senso. Lo stesso vale per la mag­gior parte delle fem­mi­ni­ste, con­tra­ria­mente ai paesi anglos­sas­soni, dove l’analisi delle donne ha pro­dotto impor­tan­tis­sime rifles­sioni sul legame essen­ziale tra fem­mi­ni­smo e antimilitarimo.

Ha defi­nito il Cmi « una for­ma­zione sociale aggra­vata del patriar­cato». in che senso?

La mili­ta­riz­za­zione raf­forza e con­so­lida a tutti i livelli il domi­nio patriar­cale. Per fun­zio­nare il sistema mili­tare neces­sita della sot­to­mis­sione degli uomini, che devono obbe­dienza asso­luta alla gerar­chia. Per­ché que­sti accet­tino la loro stru­men­ta­liz­za­zione, si per­mette loro di stru­men­ta­liz­zare le donne. Nei paesi dove da decenni ven­gono «espor­tate» le guerre, le basi e gli inter­venti mili­tari dei Cmi occi­den­tali, si con­cre­tizza nella pro­sti­tu­zione for­zata, negli stu­pri e nei fem­mi­ni­cidi, pra­ti­che tol­le­rate quando non auto­riz­zate uffi­cial­mente. Nella Repub­blica Demo­cra­tica del Congo, da anni le donne ven­gono siste­ma­ti­ca­mente vio­len­tate, tor­tu­rate, e uccise. L’obiettivo è trau­ma­tiz­zare la popo­la­zione locale e for­zarla all’esodo per sgom­be­rare il loro ter­ri­to­rio e per­met­tere a certi capi di stato afri­cani, e alle potenze occi­den­dali che li sosten­gono, di impa­dro­nirsi delle ric­chezze del sot­to­suolo. È per met­tere fine all’impunità di que­sti cri­mini che chie­diamo all’Onu l’istituzione di un tri­bu­nale penale inter­na­zio­nale per la Rdc che suc­ceda a quello del Ruanda in chiu­sura alla fine di quest’anno.

Nella sua ana­lisi lei evi­den­zia come la vio­lenza sulle donne venga «reim­por­tata» nei paesi occi­den­tali attra­verso i sol­dati tor­nati dal fronte.

Diverse ricer­che hanno dimo­strato che gli uomini che sono stati in guerra ten­dono a diven­tare più vio­lenti al loro ritorno nella vita civile. Dalle donne serbe, i cui mariti rien­tra­vano dai com­bat­ti­menti in Croa­zia e in Bosnia, alle irlan­desi sia di parte pro­te­stante che cat­to­lica, tutte hanno testi­mo­niato dell’apparizione di com­por­ta­menti vio­lenti e bru­tali da parte dei loro con­giunti di ritorno dalle ope­ra­zioni mili­tari. Ma c’è di più. Eser­ci­tare un’identità da adulto per un cit­ta­dino di una società mili­ta­riz­zata come la nostra signi­fi­che­rebbe porre il pro­blema delle spese mili­tari e delle guerre con una men­ta­lità respon­sa­bile, inter­ro­gare le auto­rità, opporsi, for­mare dei movi­menti per evi­tare i con­flitti armati e sra­di­care la vio­lenza. Ma la mag­gior parte degli uomini non lo fa, non solo per­ché sono socia­liz­zati fin dall’infanzia alla vio­lenza, ma anche per­ché si per­mette loro di domi­nare le donne. Il fem­mi­ni­smo ha fatto molto, ma la mili­ta­riz­za­zione impe­rante con­ti­nua a favo­rire la loro stru­men­ta­liz­za­zione come oggetti sessuali

Lei rimette anche in discus­sione il dogma secondo il quale la spesa mili­tare favo­ri­rebbe la cre­scita eco­no­mica e au

men­te­rebbe l’occupazione.

Ricer­che di eco­no­mi­sti Onu e indi­pen­denti dimo­strano che la cre­scita eco­no­mica è inver­sa­mente pro­por­zio­nale alle spese mili­tari, meno gene­ra­trici di occu­pa­zione di altre spese pub­bli­che, in estrema sin­tesi più aumenta la spesa mili­tare tanto più cre­sce la disoc­cu­pa­zione, quella fem­mi­nile in pri­mis. Ora, quando la classe domi­nante vuole inde­bo­lire il potere di nego­zia­zione della classe domi­nata, non c’è niente di più effi­cace del ridurre l’occupazione, dato che la paura di per­dere il posto por­terà i lavo­ra­tori e i loro rap­pre­sen­tanti ad accet­tare il restrin­gi­mento dei loro diritti.
Del resto, nella nuova divi­sione inter­na­zio­nale del lavoro, che ha gli stessi effetti e per­mette alle mul­ti­na­zio­nali di mas­si­miz­zare i pro­fitti con le delo­ca­liz­za­zioni, la vio­lenza mili­tare è onni­pre­sente tanto per repri­mere le rivolte dei con­ta­dini e ope­rai locali, che da noi quelle dei lavo­ra­tori che si ribel­lano. Que­sto «nuovo corso» dell’economia mon­diale, assi­cu­rato dai Cmi e dal capi­ta­li­smo finan­zia­rio, gene­rato dai gigan­te­schi pro­fitti accu­mu­lati dai grandi indu­striali dell’armamento e delle ban­che, resta sal­da­mente patriar­cale con moda­lità che vanno dallo sfrut­ta­mento inten­sivo delle ope­raie nelle «fab­bri­che glo­bali» alla crea­zione espo­nen­ziale e con­se­guente di nuove povere nei paesi indu­stria­liz­zati, pas­sando per la mise­ria che si pro­paga a tutte le donne del terzo mondo, visto l’indebitamento dei loro governi per la corsa al riarmo.

La Fran­cia è stata la prima delle cin­que grandi potenze nucleari ad avere una mini­stra delle difesa nel 2002, da allora in diversi paesi euro­pei il numero delle mini­stre della difesa è in cre­scita. Cosa cam­bia con l’arrivo di que­ste donne nelle stanze dei bottoni?

Nella sostanza nulla: il potere è ancora sal­da­mente nelle mani degli uomini del Cmi che con­ti­nuano a sce­gliere i migliori e adesso anche le migliori per i loro inte­ressi. La sicu­rezza reale richiede invece una poli­tica di giu­sti­zia sociale e inter­na­zio­nale e di abban­do­nare il para­digma della vio­lenza mili­tare come mezzo per risol­vere i conflitti.

Come giu­dica la situa­zione attuale?

Molto grave. La mili­ta­riz­za­zione delle nostre società ha assunto livelli mai visti, non ultimo il sistema di spio­nag­gio uni­ver­sale orga­niz­zato dalla Nsa. Arro­garsi il diritto di sor­ve­gliare tutti i cit­ta­dini del pia­neta è una dimo­stra­zione di forza del nuovo ordine mon­diale che non ammette altri modi di riso­lu­zione dei con­flitti al di fuori della vio­lenza mili­tare. Non è quindi un caso che la corsa al riarmo sia di nuovo in piena ascesa, soprat­tutto nel «terzo mondo». Chi arriva alla testa di quei paesi ha inte­rio­riz­zato il prin­ci­pio che per con­qui­stare e con­ser­vare il potere occor­rono le armi. Men­tre in tutte le cul­ture tra­di­zio­nali si era sem­pre pra­ti­cata la nego­zia­zione per evi­tare la guerra, come le pala­bres sotto i grandi alberi nei vil­laggi afri­cani, dove le discus­sioni si pro­trae­vano il tempo neces­sa­rio a tro­vare un accordo. Il colo­nia­li­smo ha spaz­zato via tutto questo.

Quali sono allora i prin­cipi guida delle «cit­ta­dine mili­tar­mente scorrette»?

Per cam­biare la società biso­gna par­tire da sé, com­por­tarsi con coe­renza, e cer­care solu­zioni dav­vero umane e demo­cra­ti­che. Quando i poli­tici pro­cla­mano la neces­sità d’intervenire mili­tar­mente in un altro paese per­ché la demo­cra­zia o i diritti umani sono in peri­colo, biso­gna mobi­liz­zarsi e tutto il pos­si­bile per­ché la nego­zia­zione sia ante­po­sta all’intervento mili­tare. Non si parte da zero, ma da quello che è già stato con­qui­stato in diritto inter­na­zio­nale, come la Carta delle Nazioni Unite che, se venisse appli­cata, sarebbe già un grande passo avanti.

 
 

—  Michele Giorgio, GERUSALEMME, 11.8.2014

Tiene la nuova tre­gua di 72 ore scat­tata a mez­za­notte tra dome­nica e lunedì e al Cairo ieri sono giunti anche i dele­gati del governo Neta­nyahu. E’ per­ciò ripar­tito il nego­ziato indi­retto, con la media­zione degli egi­ziani, per un accordo di ces­sate il fuoco per­ma­nente. Senza grandi pos­si­bi­lità di suc­cesso in verità. In Israele tanti invo­cano l’escalation dell’offensiva mili­tare che pure ha già ucciso circa 2000 pale­sti­nesi, per 2/3 civili, e una ses­san­tina di sol­dati. E pro­prio intorno ai sol­dati entrati in mese scorso a Gaza cre­sce il mito di “Mar­gine Pro­tet­tivo”. A tal punto che va a ruba per­sino lo sperma dei mili­tari delle unità di com­bat­ti­mento. L’Ospedale Ram­bam di Haifa ha comu­ni­cato che da quando è comin­ciata la “nuova guerra” con­tro Gaza, un numero cre­scente di donne che si rivol­gono alla banca del seme fa richie­sta di dona­tori con un back­ground di com­bat­tenti. Sperma guer­riero per avere figli più forti. D’altronde lo stesso ospe­dale per­mette alle donne che desi­de­rano un bam­bino di poter sce­gliere un dona­tore con un pas­sato nelle unità scelte dell’Esercito.

«Il ser­vi­zio mili­tare rac­conta qual­cosa della per­sona», ha spie­gato al sito Ynet Dina Amin­pour, respon­sa­bile della banca del seme del Ram­bam Hospi­tal, «un uomo che ha ser­vito in un ruolo di com­bat­ti­mento ha una forte costi­tu­zione fisica che con­ferma le aspi­ra­zioni gene­ti­che delle donne (che vogliono un figlio, ndr)». Amin­pour ha aggiunto che una ses­san­tina di israe­liane si rivol­gono ogni mese alla banca del seme dell’ospedale. Negli ultimi giorni addi­rit­tura la metà ha chie­sto dona­tori con un pas­sato di com­bat­tente nell’Esercito, un requi­sito dive­nuto impor­tante come l’altezza e il livello di istruzione.

Al Cairo invece si decide della qua­lità della vita futura dei neo­nati di Gaza e del diritto di bam­bini e adulti di vivere una esi­stenza in dignità e libertà e non più in una pri­gione a cielo aperto. E’ una richie­sta di tutta la popo­la­zione che le varie forze poli­ti­che, quindi non solo Hamas, che com­pon­gono la dele­ga­zione pale­sti­nese hanno posto sul tavolo dei media­tori egi­ziani. Israele da parte sua insi­ste per la smi­li­ta­riz­za­zione della Stri­scia. Punti su cui entrambe le parti non inten­dono cedere. Dome­nica sera da Doha il lea­der dell’ufficio poli­tico di Hamas, Kha­led Meshaal, ha detto che una tre­gua dura­tura deve por­tare alla revoca del blocco alla Stri­scia di Gaza. Il ces­sate il fuoco di 72 ore rag­giunto  con Israele — ha spie­gato Meshaal all’agenzia Afp — «è uno dei mezzi o delle tat­ti­che desti­nate alla riu­scita dei nego­ziati o alla distri­bu­zione degli aiuti uma­ni­tari. Il nostro obiet­tivo è che le richie­ste pale­sti­nesi siano sod­di­sfatte e che la Stri­scia viva senza blocco». Un’intervista alla quale il governo Neta­nyahu ha rispo­sto con le dichia­ra­zioni del mini­stro per la sicu­rezza interna Yitz­hak Aha­ro­no­vich. «C’è poca spe­ranza di rag­giun­gere un accordo. Ci vor­rebbe un mago – ha com­men­tato il mini­stro — A mio giu­di­zio alla fine delle 72 ore si tor­nerà ai com­bat­ti­menti e Israele deve pen­sare al pas­sag­gio successivo».

L’incubo della ripresa della “guerra di attrito” vista negli ultimi giorni (almeno 15 morti tra i pale­sti­nesi, gran parte dei quali civili) o di una nuova pesante esca­la­tion mili­tare, grava sulla Stri­scia di Gaza men­tre le orga­niz­za­zioni uma­ni­ta­rie con­ti­nuano la distri­bu­zione agli sfol­lati. Tante fami­glie, appro­fit­tando della tre­gua, ieri sono tor­nate a casa. Ma chi la casa l’ha per­duta nei deva­stanti bom­bar­da­menti del mese scorso – circa 80mila per­sone, secondo fonti locali – non può fare altro che vivere nelle scuole dell’Unrwa.

Fio­ri­scono nel frat­tempo le ini­zia­tive inter­na­zio­nali a soste­gno dei pale­sti­nesi di Gaza e dei loro diritti. L’Ong turca IHH ha comu­ni­cato ieri di volere orga­niz­zare un nuovo con­vo­glio navale per rom­pere il blocco di Gaza attuato da Israele. La IHH aveva orga­niz­zato assieme alla Free­dom Flo­tilla la spe­di­zione del mag­gio 2010, bloc­cata in acque inter­na­zio­nali l’arrembaggio dai com­mando israe­liani saliti a bordo della nave Mavi Mar­mara (9 atti­vi­sti uccisi). Un assalto che aveva pro­vo­cato il gelo nelle rela­zioni fra Tel Aviv e Ankara che dura ancora oggi nono­stante un ten­ta­tivo di ricon­ci­lia­zione mediato l’anno scorso da Washing­ton, che aveva por­tato alle scuse di Israele e all’avvio di una trat­ta­tiva sull’indennizzo delle fami­glie delle vittime.

L’Associazione della stampa estera in Israele e nei Ter­ri­tori pale­sti­nesi occu­pati (Fpa), intanto pro­te­sta per i metodi che descrive come «poco orto­dossi» usati dalle auto­rità di Hamas e dai loro rap­pre­sen­tanti nei con­fronti dei gior­na­li­sti inter­na­zio­nali lo scorso mese a Gaza. «In molti casi – dice la Fpa — gior­na­li­sti stra­nieri sono stati mole­stati, minac­ciati o inter­ro­gati su sto­rie o infor­ma­zioni ripor­tate nei loro media o sui social media». La Fpa afferma di aver appreso che Hamas sta­rebbe cer­cando di met­tere in piedi una pro­ce­dura di ‘valu­ta­zione’ per sche­dare alcuni giornalisti.

—  Alain Gresh, 11.8.2014

Il Diplò d’agosto. Con quest’analisi di Alain Gresh, che racconta la tradizione di resistenza della popolazione palestinese, iniziamo a pubblicare alcuni articoli del Diplo di agosto: che questo mese non trovate in edicola come sempre in allegato, ma nelle pagine del quotidiano

Pri­vato della sua forza da Dalila che gli aveva tagliato i capelli, San­sone cadde nelle mani dei fili­stei – popolo dal quale nasce il nome «Pale­stina» –, che lo acce­ca­rono. Un giorno, lo fecero venire fra loro per deri­derlo: «San­sone cercò a tastoni i due pila­stri cen­trali che reg­ge­vano l’edificio. Si puntò con­tro di essi, con la destra e con la sini­stra, urlando: ‘Muoia San­sone con tutti i fili­stei!’ e poi spinse con tutta la sua forza. L’edificio crollò, tra­vol­gendo i capi dei fili­stei e tutti gli altri. Così, San­sone uccise più per­sone con la sua morte che in tutta la sua vita». Que­sto famoso epi­so­dio rife­rito dalla Bib­bia si svolge a Gaza, capi­tale dei fili­stei, popolo nemico degli ebrei.

Gaza è stata sem­pre un cro­ce­via nelle rotte com­mer­ciali fra Europa e Asia, fra Medio­riente e Africa. La città e il ter­ri­to­rio si sono dun­que tro­vati, fin dall’antichità, al cen­tro delle riva­lità fra le potenze dell’epoca, dall’Egitto dei faraoni all’Impero bizan­tino pas­sando per Roma. Là, nel 634 della nostra era, avvenne la prima vit­to­ria accer­tata sull’Impero bizan­tino da parte degli adepti di una reli­gione ancora sco­no­sciuta, l’islam; il pro­feta Mao­metto era morto due anni prima. Gaza rimase sotto il con­trollo musul­mano fino alla prima guerra mon­diale, con alcuni inter­ludi più o meno lun­ghi: regni cro­ciati; inva­sione mon­gola; spe­di­zione di Bona­parte. «Facile da pren­dere, facile da per­dere», spiega Jean-Pierre Filiu nel suo libro Histoire de Gaza (Fayard, Parigi, 2012), il più appro­fon­dito dedi­cato a que­sto ter­ri­to­rio. Il gene­rale bri­tan­nico Edmund Allenby strappò Gaza, porta della Pale­stina, all’Impero otto­mano il 9 novem­bre 1917, apren­dosi così la strada verso Geru­sa­lemme, dove entrò l’11 dicembre.

Per Lon­dra, non si trat­tava solo di bat­tere il sul­tano, alleato della Ger­ma­nia e dell’Impero austro-ungarico, ma di assi­cu­rarsi il con­trollo di un ter­ri­to­rio stra­te­gico e garan­tire la pro­te­zione del fianco est del canale di Suez, vena giu­gu­lare dell’impero, via di comu­ni­ca­zione vitale fra il vice­re­gno delle Indie e la metro­poli. I bri­tan­nici dun­que scon­fig­gono le ambi­zioni fran­cesi in Terra santa. Nel 1922, otten­gono il man­dato della Società delle Nazioni (Sdn) per ammi­ni­strare il ter­ri­to­rio che da allora viene chia­mato «Pale­stina», e al quale Gaza appar­tiene. Hanno anche il com­pito di appli­care la «dichia­ra­zione di Bal­four», cioè aiu­tare a creare una patria nazio­nale ebraica e inco­rag­giare l’immigrazione sio­ni­sta; lo fanno con zelo fino al 1939.

Gaza e la sua regione pren­dono parte a tutti i com­bat­ti­menti dei pale­sti­nesi, musul­mani e cri­stiani, con­tro la colo­niz­za­zione sio­ni­sta e con­tro la pre­senza bri­tan­nica. Con­tri­bui­scono alla grande rivolta pale­sti­nese del 1936–1939, schiac­ciata infine dai bri­tan­nici. Una scon­fitta che priva a lungo i pale­sti­nesi di una qual­si­vo­glia dire­zione poli­tica, lasciando ai governi arabi il com­pito – se così si può dire – di difen­dere la loro causa.

Il 15 mag­gio 1948, all’indomani della pro­cla­ma­zione dello Stato di Israele, gli eser­citi arabi entrano in Pale­stina. Prima guerra, prima disfatta araba. Il ter­ri­to­rio pre­vi­sto per lo Stato di Pale­stina dal piano di spar­ti­zione votato all’Assemblea gene­rale delle Nazioni unite, il 29 novem­bre 1947, va in fran­tumi. Israele annette una parte, la Gali­lea. La Gior­da­nia assorbe la riva occi­den­tale del Gior­dano, cono­sciuta come Cisgior­da­nia. La stri­scia di Gaza – un ter­ri­to­rio di 360 chi­lo­me­tri qua­drati che com­prende le città di Gaza, Khan You­nis e Rafah – passa sotto l’amministrazione mili­tare egi­ziana; resta l’unico ter­ri­to­rio pale­sti­nese sul quale non viene eser­ci­tata alcuna sovra­nità stra­niera. Agli ottan­ta­mila abi­tanti autoc­toni si sono aggiunti oltre due­cen­to­mila rifu­giati espulsi dall’esercito israe­liano, i quali vivono mise­ra­mente e sognano solo il ritorno a casa. Que­sta mas­sic­cia pre­senza di rifu­giati e lo sta­tus par­ti­co­lare del ter­ri­to­rio faranno di Gaza uno dei cen­tri del rina­sci­mento poli­tico palestinese.

Mal­grado il con­trollo da parte del Cairo – eser­ci­tato prima dal re, poi da Gamal Abdel Nas­ser e dagli «uffi­ciali liberi» che nel 1952 hanno rove­sciato la monar­chia –, i pale­sti­nesi si orga­niz­zano in modo auto­nomo, effet­tuano azioni di guer­ri­glia con­tro Israele, mani­fe­stano con­tro ogni ten­ta­tivo di inse­diare defi­ni­ti­va­mente a Gaza i rifu­giati. Già allora, Israele com­pie pesanti rap­pre­sa­glie, nelle quali si distin­gue per la sua bru­ta­lità un gio­vane uffi­ciale ancora sco­no­sciuto: Ariel Sha­ron.
Il 28 feb­braio 1955, Sha­ron comanda un raid con­tro Gaza che fa tren­ta­cin­que morti fra i sol­dati egi­ziani (oltre a ucci­dere due civili) e otto fra gli israe­liani. Il primo marzo, su tutto il ter­ri­to­rio si ten­gono grandi mani­fe­sta­zioni di pro­te­sta con­tro la pas­si­vità egi­ziana. Que­sto pro­duce una svolta nella poli­tica estera dell’uomo forte dell’Egitto, Nas­ser. Fino ad allora con­si­de­rato da molti suoi con­cit­ta­dini piut­to­sto vicino agli Stati uniti, egli decide, in piena guerra fredda, di avvi­ci­narsi a Mosca. Men­tre si reca alla con­fe­renza di Ban­dung che, nel marzo 1955, segna la nascita del Movi­mento dei non alli­neati, Nas­ser incon­tra il mini­stro degli esteri cinese Ciu en Lai, anch’egli in pro­cinto di recarsi alla con­fe­renza; gli chiede se i sovie­tici accet­te­reb­bero di dare armi al suo paese. La rispo­sta si fa atten­dere, ma infine il 30 set­tem­bre 1955 è annun­ciato l’accordo per la con­se­gna di arma­menti ceco­slo­vac­chi. Così, l’Urss spezza il mono­po­lio occi­den­tale della ven­dita di armi al Medio­riente, ed entra in modo ecla­tante sulla scena regionale.

Inol­tre Nas­ser lascia ai pale­sti­nesi di Gaza mag­giore libertà di orga­niz­zarsi in gruppi com­bat­tenti. Il 26 luglio 1956, il rais nazio­na­lizza la com­pa­gnia del canale di Suez. Ne segue l’aggressione tri­par­tita con­tro l’Egitto da parte di Israele, Fran­cia e Gran bre­ta­gna, che si con­clude con la con­qui­sta del Sinai e della stri­scia di Gaza. Que­sta rimane sotto il con­trollo israe­liano fino al marzo 1957.

La resi­stenza clan­de­stina si orga­nizza. Il bilan­cio umano dell’occupazione è par­ti­co­lar­mente pesante, con molti mas­sa­cri di civili com­piuti dall’«esercito più etico del mondo». Ad esem­pio, a Khan You­nis, decine di per­sone ven­gono alli­neate con­tro un muro e uccise a mitra­gliate; altre sono abbat­tute a colpi di pistola. Il bilan­cio è fra due­cen­to­set­tan­ta­cin­que e cin­que­cento per­sone uccise.
Quando Israele, soprat­tutto su pres­sione sta­tu­ni­tense, libera il Sinai e Gaza, Nas­ser e il nazio­na­li­smo arabo rivo­lu­zio­na­rio sono all’apice della popo­la­rità. Nei campi di rifu­giati, la nuova gene­ra­zione pale­sti­nese in esi­lio vi vede la rispo­sta alla scon­fitta del 1948–49. Milita in orga­niz­za­zioni come il Movi­mento dei nazio­na­li­sti arabi, creato da George Abbash, nel par­tito Baath o nei vari movi­menti nasseristi.Per que­sti gio­vani, l’unità araba è la strada per la libe­ra­zione della Palestina.

Dalla loro espe­rienza a Gaza, un gruppo di uomini trarrà invece la lezione oppo­sta. Essi hanno affron­tato diret­ta­mente Israele e misu­rato come il soste­gno arabo, anche da parte di Nas­ser, sia con­di­zio­nato – del resto, alcuni di loro cono­sce­ranno anche le pri­gioni egi­ziane. Per que­sti mili­tanti, la libe­ra­zione della Pale­stina può avve­nire solo a opera degli stessi pale­sti­nesi. Nel 1959 si radu­nano intorno a Yas­ser Ara­fat, egli stesso rifu­giato a Gaza nel 1948, per fon­dare Fatah, che è l’acronimo arabo, al con­tra­rio, di «Movi­mento nazio­nale pale­sti­nese». Fra i mili­tanti gazawi della prima ora, desti­nati a gio­care un ruolo cen­trale negli anni 1970–80, vi sono Salah Kha­laf (Abu Iyad), Kha­lil el Wasir (Abu Jihad), poi diven­tato il numero due di Fatah e assas­si­nato dagli israe­liani a Tunisi nel 1988, e Kamal Adwan, assas­si­nato da un com­mando israe­liano a Bei­rut nel 1973.

Il loro gior­nale Fali­sti­nouna («La nostra Pale­stina»), pub­bli­cato a Bei­rut negli anni fra il 1959 e il 1964, pro­clama: «Tutto quello che vi chie­diamo, è che voi [i regimi arabi] cir­con­diate la Pale­stina con una cin­tura difen­siva così da cir­co­scri­vere la guerra fra noi e i sio­ni­sti». E anche: «Tutto quello che vogliamo, è che voi [i regimi arabi] togliate le mani dalla Pale­stina». In quell’epoca, all’apice dell’influenza di Nas­ser, ci vuole un certo corag­gio per dichia­rare simili eresie.

Eppure, già alla metà degli anni 1960, con il fal­li­mento del ten­ta­tivo di unione fra Egitto e Siria (1958–1961), che rivela l’impotenza dei paesi arabi di fronte al corso degli eventi, il vento comin­cia a girare. La lotta di libe­ra­zione alge­rina, che si con­clude con la vit­to­ria nel 1962, funge da modello.

Nel gen­naio 1965, Fatah lan­cia le prime azioni mili­tari con­tro Israele e vede affluire mili­tanti da altre orga­niz­za­zioni, stan­che di aspet­tare un’unità araba sem­pre più impro­ba­bile. La scon­fitta del giu­gno 1967, con la guerra dei sei giorni, con­sente a Fatah di diven­tare una forza signi­fi­ca­tiva e di assu­mere, con l’avallo di Nas­ser, il con­trollo dell’Organizzazione per la libe­ra­zione della Pale­stina (Olp). Nel feb­braio 1969, Ara­fat diventa pre­si­dente del comi­tato ese­cu­tivo dell’Olp. I pale­sti­nesi sono tor­nati a essere un grande attore nella poli­tica regio­nale, e Gaza ha con­tri­buito note­vol­mente a que­sto rinnovamento.

Che cosa suc­cede al ter­ri­to­rio in que­sto periodo? Occu­pato da Israele, vede orga­niz­zarsi una resi­stenza mili­tare che rag­gruppa una quan­tità di orga­niz­za­zioni, salvo i Fra­telli musul­mani che si rifu­giano nell’azione sociale. Il primo attacco con­tro l’esercito di occu­pa­zione si veri­fica l’11 giu­gno 1967, ovvero all’indomani del ces­sate il fuoco fir­mato dall’Egitto e dai paesi arabi con Israele. Con alti e bassi, gli attac­chi con­ti­nuano fino al 1971. Per venirne a capo, occor­rerà la bru­ta­lità dei carri armati di Sha­ron e di innu­me­re­voli ese­cu­zioni extra­giu­di­ziali. Ma, se la resi­stenza mili­tare viene schiac­ciata, le ini­zia­tive poli­ti­che si mol­ti­pli­cano, e soprat­tutto i con­tatti con la Cisgior­da­nia, molto limi­tati prima del 1967. Le éli­tes si uni­scono all’Olp, che rico­no­scono come «unico rap­pre­sen­tante del popolo palestinese».

Gli unici a rifiu­tare sono i Fra­telli musul­mani. Essi si radi­cano pro­fon­da­mente gra­zie alle loro reti sociali e alla tol­le­ranza delle auto­rità di occu­pa­zione, che vedono in loro un con­trap­peso rispetto al nemico prin­ci­pale, l’Olp. Fon­data nel 1973 dallo sceicco Ahmed Yas­sin, la mujama’ isla­miya («cen­tro isla­mico») viene lega­liz­zata dall’occupante. Ma que­sto atten­di­smo – l’ora della resi­stenza non sarebbe ancora arri­vata – suscita pro­te­ste fra i Fra­telli; agli inizi degli anni 1980 una scis­sione porta alla nascita della Jihad islamica.

Nel dicem­bre 1987, è a Gaza che scop­pia la prima Inti­fada, la «rivolta delle pie­tre». Con due con­se­guenze impor­tanti. Da una parte, i Fra­telli impri­mono una svolta signi­fi­ca­tiva alla pro­pria stra­te­gia creando il Movi­mento della resi­stenza isla­mica (Hamas), che par­te­cipa all’Intifada ma rifiuta di for­mare un fronte unico con le altre orga­niz­za­zioni. D’altra parte, l’Olp uti­lizza la rivolta per raf­for­zare la pro­pria cre­di­bi­lità e nego­ziare gli accordi di Oslo, gui­dati da Ara­fat e dal primo mini­stro israe­liano Itz­hak Rabin il 13 set­tem­bre 1993 a Washing­ton. Il 1° luglio 1994, Ara­fat apre a Gaza la sede dell’Autorità nazio­nale pale­sti­nese.
Il seguito è noto: fal­li­mento degli accordi; svi­luppo della colo­niz­za­zione; seconda Inti­fada (a par­tire dal set­tem­bre 2000); vit­to­ria di Hamas alle prime ele­zioni demo­cra­ti­che tenu­tesi in Pale­stina nel 2006; rifiuto dei paesi occi­den­tali di rico­no­scere il nuovo governo, e alleanza fra una fazione di Fatah e Stati uniti per porvi fine; arrivo al potere di Hamas a Gaza nel 2007; blocco israe­liano impo­sto da allora a un milione e mezzo di abitanti.

La stri­scia di Gaza, mal­grado l’evacuazione dell’esercito israe­liano nel 2005 – senza alcun coor­di­na­mento con l’Autorità nazio­nale pale­sti­nese –, con­ti­nua a essere occu­pata. Tutti i suoi accessi dal mare, dalla terra e dal cielo con­ti­nuano a dipen­dere da Israele, che vieta ai pale­sti­nesi impor­tanti por­zioni del ter­ri­to­rio (il 30% delle terre agri­cole) e il mare al di là delle sei miglia nau­ti­che (ridotte a tre a par­tire dall’inizio dell’operazione mili­tare in luglio). Gli israe­liani con­ti­nuano a gestire lo stato civile. Il blocco che man­ten­gono dal 2007 sof­foca la popo­la­zione, mal­grado le con­danne una­nimi – uni­ca­mente ver­bali, è vero – da parte della «comu­nità inter­na­zio­nale», com­presi gli Stati uniti.

Dopo il suo ritiro, Israele ha con­dotto tre ope­ra­zioni di grande por­tata con­tro i ter­ri­tori: nel dicem­bre 2008-gennaio 2009; nel novem­bre 2012; infine nel luglio 2014. Fin­ché il blocco non sarà tolto, fin­ché i pale­sti­nesi non avranno uno Stato indi­pen­dente, ogni nuovo ces­sate il fuoco sarà solo una tre­gua. Il gene­rale de Gaulle lo aveva pre­detto, in una cele­bre con­fe­renza stampa tenuta il 27 novem­bre 1967 dopo la guerra arabo-israeliana: «Non ci può essere occu­pa­zione senza oppres­sione, repres­sione, espul­sioni»; le quali pro­vo­cano «la resi­stenza [che Israele]chiama ter­ro­ri­smo».
(Tra­du­zione di Mari­nella Cor­reg­gia)
© Le Monde diplomatique/ilmanifesto

Apprendisti stregoni

Iraq. Lo stato si sta frantumando non tanto per l’arrivo dell’Isil, quanto come risultato finale dell’occupazione militare Usa nel 2003. L’obiettivo perseguito fin dal 1991, la spartizione del paese in tre zone etnico-religiose, si sta realizzando con effetti devastanti

Gli Stati uniti hanno ini­ziato l’invio di armi – senza spe­ci­fi­care quali – ai pesh­merga kurdi per­ché impe­di­scano l’avanzata dei jiha­di­sti dello Stato isla­mico in Iraq e nel Levante (Isil). Nel frat­tempo è stato eva­cuato il per­so­nale del con­so­lato Usa a Erbil, la capi­tale del Kur­di­stan ira­cheno. Forse è il segno che nem­meno Obama crede nella sua strategia.

Lo stato ira­cheno infatti si sta fran­tu­mando non tanto e non solo per l’arrivo dell’Isil o per il man­cato raf­for­za­mento mili­tare dell’opposizione siriana – come rim­pro­vera Hil­lary Clin­ton al pre­si­dente sta­tu­ni­tense – ma come risul­tato finale dell’occupazione mili­tare Usa dell’Iraq nel 2003. L’obiettivo per­se­guito fin dal 1991: la spar­ti­zione dell’Iraq in tre zone in base alle appar­te­nenze etnico-religiose, si sta rea­liz­zando con gli effetti più devastanti.

Seb­bene i com­bat­tenti kurdi siano stati gli unici a con­tra­stare, in parte, l’avanzata dei fana­tici jiha­di­sti non baste­ranno gli «aiuti» sta­tu­ni­tensi (i bom­bar­da­menti che con­ti­nuano da parte Usa e l’invio di armi) a scon­fig­gere al Qaeda, non potranno infatti essere i kurdi a «libe­rare» l’Iraq. Sem­bra di assi­stere al remake dell’avventura afghana quando gli Usa pun­ta­rono tutte le loro carte sui tagiki dell’Alleanza del nord. Il fal­li­mento afghano con il ritorno dei tale­ban evi­den­te­mente non è bastato.

I raid ame­ri­cani – il primo inter­vento in Iraq dopo il ritiro delle truppe nel 2011 – avreb­bero col­pito obiet­tivi dell’Isil, ma non è dato sapere quali. Del resto non è facile avere infor­ma­zioni dalla zona dei com­bat­ti­menti, soprat­tutto dopo che la gior­na­li­sta kurda Deniz Firat, dell’agenzia Firat, è stata uccisa da una scheg­gia. Deniz si tro­vava nella zona di Makh­mur la città che sarebbe stata ricon­qui­stata dai pesh­merga insieme a Gwer. L’Isil avrebbe invece occu­pato Jala­wla, più a est.

Nella pro­vin­cia di Ninive si sta con­su­mando la tra­ge­dia dei pro­fu­ghi delle mino­ranze: gli yazidi e i cri­stiani. Migliaia di yazidi soprav­vis­suti alle minacce, ai mas­sa­cri e alla fame, dalla zona di San­jir si sareb­bero diretti prima in Siria e poi nel Kur­di­stan, dove si tro­vano anche gran parte dei cristiani.

Ma l’attenzione nel frat­tempo si è spo­stata a Bagh­dad dove è in corso il brac­cio di ferro tra il nuovo pre­si­dente Fuad Mas­sum e l’ex pre­mier Nuri al Maliki, che non vuole rinun­ciare al terzo man­dato. Mas­sum ha dato l’incarico per for­mare il nuovo governo a Hai­der al Abadi, ma al Maliki sem­bra deciso a sfi­dare il presidente.

Al Maliki, abban­do­nato anche dagli ame­ri­cani, è uno dei mag­giori respon­sa­bili della situa­zione ira­chena. Dispo­tico, auto­ri­ta­rio – nello scorso man­dato aveva tenuto per sé il mini­stero della difesa, degli interni e il comando dell’intelligence – e ultra­set­ta­rio: ha escluso da tutti i ruoli di potere, dall’amministrazione pub­blica e dall’esercito, i sun­niti. Tanto che l’avanzata dell’Isil nelle zone sun­nite non ha tro­vato alcuna oppo­si­zione. Ma con­tro una nuova nomina di al Maliki, seb­bene il suo par­tito – Stato di diritto – abbia vinto le ultime ele­zioni (senza otte­nere la mag­gio­ranza), si è schie­rata anche gran parte dell’Alleanza nazio­nale sciita.
L’ex pre­mier por­terà la sua deter­mi­na­zione a restare al potere alle estreme con­se­guenze con un golpe, come lasce­rebbe inten­dere il dispie­ga­mento nei luo­ghi stra­te­gici di Bagh­dad dell’esercito, delle forze di poli­zia e delle unità di élite che rispon­dono solo a lui?

Il pre­si­dente Mas­sum, kurdo secondo la costi­tu­zione, forse in attesa degli ame­ri­cani, sta in qual­che modo ten­tando di fer­mare il «nuovo dit­ta­tore» come viene chia­mato al Maliki dall’opposizione.Ma comun­que for­nendo armi non si è mai posto fine alle guerre, la deriva in Libia lo dimostra.

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—  Tommaso Di Francesco, 9.8.2014

Elemosina e complicità. In gioco c’è la questione, ormai, ineludibile dei diritti del popolo palestinese

Le fami­glie erano tor­nate nelle loro case senza tro­varle, i bam­bini gio­ca­vano vicino ai fune­rali dei loro coe­ta­nei, i pesca­tori get­ta­vano reti senza spe­ranza. 72 ore senza bom­bar­da­menti israe­liani, ma dal Cairo non pote­vano arri­vare né l’estensione della tre­gua né la pace. Per­ché i pale­sti­nesi sono soli. Per i governi euro­pei, che i ter­ri­tori pale­sti­nesi restino occu­pati è un fatto mar­gi­nale. Il governo ita­liano dell’ex scout Renzi che ha taciuto su tutti mas­sa­cri di que­sti giorni, è impe­gnato in uno sforzo di diplo­ma­zia par­roc­chiale: invia alla gente di Gaza, pen­sate, 30 ton­nel­late di aiuti. Gli aiuti ser­vono e quel che resta della sini­stra deve rac­co­glierli, a par­tire dai medi­ci­nali e soste­nendo le orga­niz­za­zioni uma­ni­ta­rie pale­sti­nesi. Ma per favore basta ele­mo­sina e com­pli­cità. Per­ché l’Italia tace sul Trat­tato mili­tare in vigore con Israele e non fa come la Spa­gna che, sim­bo­li­ca­mente, ha fer­mato per un mese l’import-export di armi con Israele.

Si è pre­fe­rito dimen­ti­care che la tre­gua annun­ciata di fatto era uni­la­te­rale e che Israele andava al Cairo solo per det­tare con­di­zioni: zona smi­li­ta­riz­zata, e di più, tutta Gaza smi­li­ta­riz­zata, fine dei tun­nel e dei razzi, verso l’esclusione di Hamas dal governo della Stri­scia, come dichiara il mini­stro israe­liano Tzipi Livni. I 29 giorni di «Mar­gine pro­tet­tivo», con la strage di quasi due­mila pale­sti­nesi uccisi, in mag­gio­ranza civili e tanti bam­bini, di otto­mila feriti tra cui molti gra­vis­simi e senza cure ade­guate, di cen­ti­naia di migliaia di senza casa con l’odio che è stato semi­nato, non hanno certo aperto nuovi spi­ra­gli alla crisi.

Che non è il «con­flitto israelo-palestinese» come scri­vono i gior­na­li­sti embed­ded — ma nem­meno il gior­na­li­smo che abbiamo cono­sciuto esi­ste più? -, come se fos­sero due parti eguali, due stati legit­timi e due eser­citi di eguale forza. No. In gioco c’è la que­stione, ormai, ine­lu­di­bile dei diritti del popolo palestinese.

A meno che non si voglia appro­fit­tare della per­ver­sione colo­niale dei tanti governi israe­liani, non solo di Neta­nyahu: una guerra breve ogni due-tre anni con un deserto chia­mato pace, quel tanto da met­tere la que­stione dei diritti del popolo pale­sti­nese in sor­dina, sullo sfondo, gra­zie alle distru­zioni e alle fal­si­fi­ca­zioni che allon­ta­nano la con­sa­pe­vo­lezza di un misfatto: il blocco di Gaza. Che deve essere tolto, e que­sto obiet­tivo non dovrebbe essere solo di Hamas ma del mondo intero. Che dovrebbe ricor­dare che il blocco è stato impo­sto da Israele — invece di rispon­dere alla neces­sità di un cor­ri­doio di col­le­ga­mento tra Gaza e Cisgior­da­nia occu­pata in vista della nascita dello Stato di Pale­stina — per argi­nare l’emergenza rap­pre­sen­tata da Hamas, che nel 2006 vinse le ele­zioni pale­sti­nesi non solo a Gaza ma in tutta la Cisgior­da­nia, affer­man­dosi in alter­na­tiva alla nuova lea­der­ship di Al Fatah emersa dopo l’umiliazione di Ara­fat chiuso dai carri armati israe­liani a Ramal­lah nel 2002 e la sua ucci­sione nel 2004. Una lea­der­ship giu­di­cata dagli stessi pale­sti­nesi cor­rotta e con­ta­mi­nata dal legame con le intel­li­gence occi­den­tali, quella Usa in pri­mis, impe­gnate a con­trol­lare e ad infil­trare ogni scelta auto­noma dell’Autorità nazio­nale pale­sti­nese e a repri­mere ogni dis­senso e radi­ca­lità. Qual­cuno ricorda le moda­lità dell’arresto dell’unico vero lea­der del popolo pale­sti­nese, Mar­wan Bar­ghouti? La rot­tura tra Hamas e Fatah fu anche vio­lenta a Gaza City e vice­versa a Ramal­lah. Ma dopo sei anni, e soprat­tutto di fronte all’inasprirsi dell’occupazione mili­tare israe­liana, delle colo­nie, del Muro che sarà rad­dop­piato, della rapina delle acque e della distru­zione dell’agricoltura pale­sti­nese, della ridu­zione della West Bank in una grande pri­gione di cemento, ecco che è tor­nata l’unità tra i pale­sti­nesi di Gaza e di Cisgior­da­nia. Ecco il vero «razzo Qas­sam» che Neta­nyahu non può sopportare.

Certo Hamas ha le sue respon­sa­bi­lità. I razzi che lan­cia non sono nem­meno la guerra asim­me­trica di una guer­ri­glia armata: sono un niente con­tro­pro­du­cente, un regalo a Neta­nyahu. E van­tare «vit­to­ria» come fanno le Bri­gate Ezze­din al Qas­san sem­bra un tri­ste deli­rio d’impotenza. Ma tra le mace­rie emer­gono alcune novità e una verità. In que­sti giorni — men­tre, nono­stante le distru­zioni della guerra, sem­bra cre­scere anche in Cisgior­da­nia il con­senso per Hamas e in calo quello da Al Fatah — l’Anp chiede alla Corte dell’Aja le moda­lità per ade­rire al Tri­bu­nale penale inter­na­zio­nale dell’Onu e incri­mi­nare così il governo israe­liano. Se è inge­nuo pen­sare che l’iter andrà dav­vero avanti, non va dimen­ti­cato che la richie­sta di ade­rire alle Agen­zie dell’Onu resta l’ultima occa­sione per la cre­di­bi­lità di Abu Mazen e l’ultima vera pos­si­bi­lità pale­sti­nese; men­tre cre­sce la soli­da­rietà inter-palestinese con un pezzo del pro­prio popolo che vive nell’altra pri­gione di Gaza, dove se resta il blocco – e i vali­chi con l’Egitto chiusi dal gol­pi­sta Sisi -, sarà ine­vi­ta­bile e giu­sto sca­vare altri tun­nel per vivere e far entrare beni di prima neces­sità. E la verità, amara, è che se Hamas smet­tesse subito di lan­ciare i razzi, la con­di­zione pale­sti­nese reste­rebbe sem­pre la stessa: un popolo esi­liato in tutto il Medio Oriente, abi­tante dei campi pro­fu­ghi nella sua stessa terra, chiuso da Muri di recin­zione e posti di blocco, invaso da una ragna­tela di colo­nie d’occupazione e inse­dia­menti che hanno can­cel­lato la con­ti­nuità ter­ri­to­riale dello Stato di Pale­stina, che rubano occa­sioni di vita e lavoro, diviso in due ter­ri­tori, uno alla mercé della guerra breve con­ti­nua, l’altro sem­pli­ce­mente colo­niz­zato e zit­tito. E senza alcuna pro­spet­tiva di inte­gra­zione con il nemico occu­pante, se non lo sta­tus perenne di occu­pato.
<CW-5>Jimmy Car­ter, l’ex pre­si­dente ame­ri­cano che ora chiede all’Occidente di rico­no­scere Hamas, ha tito­lato «Apar­theid» il suo bel libro sulla con­di­zione pale­sti­nese. Obama pur­troppo, a quanto pare, non l’ha nem­meno sfogliato.

 

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«Non ho visto il corag­gio di volare alto. La verità è che non è que­sta la riforma costi­tu­zio­nale che serve al Paese». La sena­trice a vita Elena Cat­ta­neo annun­cia la pro­pria asten­sione, «che so valere come voto con­tra­rio», con tre con­si­de­ra­zioni: una «riguarda il con­te­sto gene­rale in cui si sono svolti i lavori. Di scarso ascolto e lin­guag­gio ina­datto a un momento tanto impor­tante. Si è par­lato di allu­ci­na­zioni, di pro­fes­so­roni, con un sen­ti­mento di suf­fi­cienza verso acca­de­mici ed esperti poli­ti­ca­mente impe­gnati. Il lin­guag­gio deriva dal pen­siero e gli illu­stri stu­diosi di sto­ria poli­tica pre­senti in quest’aula mi inse­gnano — pro­se­gue la scien­ziata — che l’anti-intellettualismo è un indi­ca­tore di crisi cul­tu­rale e civile per un sistema libe­ral­de­mo­cra­tico». Poi il metodo, «con­di­zio­nato da stra­te­gie di governo e disci­pline di par­tito con cui si sono det­tati con­te­nuti, paletti e tempi decisi fuori da quest’aula. Non si può con­durre un espe­ri­mento che pre­sup­pone libera con­di­vi­sione demo­cra­tica senza la dispo­ni­bi­lità a esa­mi­nare dav­vero i risul­tati che l’esperimento è desti­nato a pro­durre». Infine, «gli inter­venti e i miei col­lo­qui con col­le­ghi dell’emiciclo mi fanno con­clu­dere che si tratta di un pro­getto pastic­ciato e fret­to­loso» che «non è in grado ora di indi­care l’esito, l’equilibrio, la visione dell’assetto che stiamo costruendo».

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—  Andrea Colombo, 8.8.2014

Palazzo Madama. La sedia vuota di Renzi, il tabellone mezzo spento, le facce scure. Il giorno del trionfo annunciato si chiude con un bilancio tutto negativo. Persino Calderoli si astiene e minaccia di remare contro

Matteo Renzi

Comin­cia con una sedia vuota. Fini­sce con un tabel­lone dei voti in cui metà delle luci sono spente. Due istan­ta­nee che resti­tui­scono per intero il senso di un trionfo atteso e pre­pa­rato muta­tosi alla fine nella mesti­zia di una di quelle vit­to­rie che pesano più delle sconfitte.

Su quella sedia vuota, pro­prio al cen­tro dei ban­chi del governo, doveva sedersi Mat­teo Renzi, per poi pren­dere la parola di fronte al Paese in festa e riven­di­care il merito di aver sgo­mi­nato la mel­mosa truppa di fre­na­tori attenti solo alle pre­bende. Il vec­chio che final­mente arre­tra di fronte all’avanzata impe­tuosa di un capo capace di indi­care una data, l’8 di ago­sto, e poi rispet­tarla come un cro­no­me­tro. E le tele­vi­sioni lì, a immor­ta­lare lo sto­rico momento e met­tere in diretta comu­ni­ca­zione il con­dot­tiero col Paese, ché certo non era ai sena­tori, mestie­ranti loschi della poli­tica, che il gene­ra­lis­simo inten­deva rivol­gersi. A quelli, nella sce­neg­gia­tura di palazzo Chigi, toc­cava la parte ingrata dei fel­loni vinti.

La sedia è rima­sta vuota. Il discorso al popolo accla­mante sarà per un’altra volta, quando la riu­scita dello spet­ta­colo sarà garan­tita. Sta­volta no, non ci si poteva nep­pure spe­rare. E’ stata la stessa truppa del pre­si­dente, i sena­tori del Pd, a scon­si­gliare lo show. Con una riforma, per dirla con Lore­dana De Petris di Sel, «impo­sta dalla mag­gio­ranza alla mino­ranza e dal governo alla mag­gio­ranza», c’era il caso che i fischi sover­chias­sero gli applausi. Con l’economia di nuovo a picco, c’era da scom­met­tere che qual­cuno avrebbe posto impor­tune domande sul per­ché, invece di met­tere mano ai capi­toli urgen­tis­simi, il Dina­mico abbia pre­fe­rito per­dere mesi die­tro a un riforma di limi­ta­tis­sima utilità.

Poi, c’era lo spet­tro di quel deso­lato tabel­lone mezzo spento, e nep­pure quello avrebbe gio­vato allo spet­ta­colo. Non è mica la prima volta che qual­che gruppo par­la­men­tare sce­glie di non par­te­ci­pare al voto, revo­cando così in dub­bio non la qua­lità della legge ma la legit­ti­mità stessa della pro­ce­dura. Però di solito non capita quando ci sono di mezzo le riforme costi­tu­zio­nali, per­ché quello è un com­parto in cui, se viene messa in forse la legit­ti­mità sostan­ziale, il fal­li­mento è garan­tito in par­tenza. Le Costi­tu­zioni ser­vono appunto a tenere insieme, devono offrire un ter­reno comune a tutti o quasi. Se le applaude solo chi le ha scritte, val­gono un po’ meno della carta straccia.

Almeno a diser­tare fosse stato un solo par­tito, anche forte ma iso­lato: in quel caso si fa pre­sto a bol­lare di sabo­tag­gio e cro­nica man­canza di senso dello Stato i reprobi. Invece a non votare sono tanti, e troppo diversi tra loro per ipo­tiz­zare una comune intel­li­genza: c’è il Movi­mento 5 Stelle ma anche la Lega, C’è il Gruppo Misto-Sel, il Gal, che per essere stato costruito nei labo­ra­tori di Arcore si è poi rive­lato molto meno obbe­diente dei liberi sena­tori del libero Pd.

Non basta: per­ché poi ci sono pure i dis­si­denti, e non si accon­ten­tano di sde­gnare la scheda. Pren­dono la parola “in dis­senso”, e uno dopo l’altro mitra­gliano non solo la sostanza della riforma, ma anche la dis­sen­nata pro­ce­dura con cui la si è appro­vata affron­tando rego­la­menti col man­ga­nello. I ribelli del Pd ancora ancora sal­vano le forme e fanno finta di rico­no­scere al pre­si­dente Grasso una con­du­zione, se non pro­prio impec­ca­bile, almeno tol­le­ra­bile. Augu­sto Min­zo­lini, che parla per i dis­si­denti dell’altra sponda, non si perita. Dice quello che a palazzo Madama sanno tutti ma che non sta bene affer­mare a voce alta. Rin­fac­cia a Grasso una per una le scor­ret­tezze di cui si è reso arte­fice. Lo liquida come ver­sione rive­duta e cor­retta dell’eterno Abbondio.

Sin qui il copione atteso, che bastava e avan­zava per tenere lon­tano don Mat­teo. Poi sono arri­vate le sor­prese. Chi l’avrebbe mai detto che la sena­trice a vita Cat­ta­neo si sarebbe lan­ciata in una simile requi­si­to­ria? «Sono arri­vata senza un giu­di­zio sulla riforma, decisa a seguire i lavori e poi deci­dere. Ma sia per i con­te­nuti del testo sia per il metodo con cui la si è varata non posso che votare con­tro» con l’astensione. Segue un atto d’accusa duris­simo, che lascia la mag­gio­ranza a bocca aperta. Non per modo di dire: seduto al suo fianco Mario Monti spa­lanca le lab­bra sem­pre più via via che il j’accuse pro­se­gue e s’indurisce. E’ una con­danna senza appello, quella della scien­ziata, tanto più dolo­rosa per­ché lei certo non la si può accu­sare di par­lare solo per par­tito preso.

E che dire di Roberto Cal­de­roli, che sarebbe co-relatore, però si astiene (che al Senato è appunto come votare con­tro)? Sera­fico, denun­cia pres­sioni di ogni tipo e se non fa il primo nome dello Stato poco ci manca: «Mi hanno tele­fo­nato tutti, tranne il Papa». Poi fin­gen­dosi affa­bile minac­cia: «Se alla Camera la legge miglio­rerà l’astensione diven­terà voto a favore. Se peg­gio­rerà sarò nemico di que­sta riforma. Sta a voi deci­dere». Il voto finale è impie­toso: 183 sì. Lon­ta­nis­simi dalla mag­gio­ranza di due terzi neces­sa­ria per fare del refe­ren­dum con­fer­ma­tivo una gen­tile con­ces­sione del nuovo onni­po­tente. Sarà un refe­ren­dum obbli­ga­to­rio e dun­que vero, non un plebiscito.

Fini­sce così una bat­ta­glia che il governo ha voluto cam­pale, e il cui risul­tato reale si leg­geva ieri nella facce meste della mini­stra Boschi e della pre­si­dente Finoc­chiaro. Tutta la gio­stra dell’ultimo mese è stata in realtà tempo perso. La riforma dovrà cam­biare alla Camera, poi tor­nare al Senato. Insomma il primo giro ha ancora da comin­ciare, per­ché le let­ture, alla fine, non saranno 4 ma, bene che vada, 5. E l’Italicum è ancora tanto in alto mare che Pd, Fi e Ncd hanno con­cor­dato ieri di rin­viarne l’esame, anti­ci­pando il prov­ve­di­mento sulla Pa. La legge elet­to­rale verrà appro­vata per dicem­bre. Forse.
Il giorno del trionfo si chiude così con un bilan­cio da Leh­man Bro­thers. La riforma è pes­sima. Ha spac­cato il Par­la­mento e spac­cherà il Paese soprat­tutto gra­zie alla stra­te­gia musco­lare del suo inven­tore. E non sarà nep­pure rapida: per non spre­care un mese a trat­tare con mezzo Senato, Renzi ne per­derà sei con la quinta let­tura. Com­pli­menti, presidente.

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