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L’accusa di Amnesty a Israele: “Crimini di guerra a Gaza”. Tel Aviv: “Falsificano la realtà”

La replica dello Stato ebraico: “Dossier lacunoso, sono ossessionati da noi”. Per l’organizzazione umanitaria tra il primo e il 4 agosto scorso a Rafah avvenne una “carneficina” ingiustificata con 135 palestinesi uccisi: “Forse crimini contro l’umanità”. Netanyahu approva nuovi insediamenti israeliani in Cisgiordania

29 luglio 2015

GERUSALEMME – Prima è arrivata la relazione della Commissione d’inchiesta delle Nazioni Unite che aveva parlato di “possibili crimini di guerra” da parte di Israele (ma anche dei gruppi armati palestinesi) nella guerra della scorsa estate tra Hamas e lo Stato ebraico che ha provocato 1462 vittime civili tra i palestinesi e 6 tra gli israeliani.

Oggi arrivano le accuse ancora più dure da parte di Amnesty International: secondo l’organizzazione umanitaria le forze armate israeliane si sarebbero macchiate di crimini di guerra la scorsa estate nel corso di attacchi aerei e terrestri lanciati in zone abitate a Rafah (Gaza).

Dura la reazione dello Stato ebraico che respinge con forza le accuse. “Amnesty International falsifica la realtà nel suo rapporto sui combattimenti di un anno fa a Gaza” afferma il ministero degli Esteri israeliano, secondo cui il rapporto è lacunoso “nella metodologia, nella ricostruzione dei fatti, nelle analisi e nelle conclusioni”. Amnesty, sostiene il ministero, “ancora una volta dimostra la propria ossessione verso Israele”.

Striscia di Gaza, la storia del conflitto in un minuto

L’accusa verso Israele è contenuta in un rapporto presentato oggi a Gerusalemme nel quale Amnesty non esclude che le azioni dell’esercito israeliano possano essere bollate anche come “crimini contro l’umanità”. Nel dettaglio sono stati analizzati i fatti tra l’1 e il 4 agosto quando a Rafah furono uccisi 135 palestinesi fra cui 75 minorenni dopo che un ufficiale israeliano era caduto in agguato di Hamas, una “carneficina”. Secondo Amnesty “Israele agì con una terribile indifferenza verso le vite umane civili, e lanciò attacchi sproporzionati ed indiscriminati”.

I ricercatori di Amnesty, che non sono potuti entrare nella Striscia perchè impediti da Israele, si sono avvalsi di tecniche investigative e di analisi sofisticate, messe a punto un team di ricercatori (Forensic Architecture) nell’Università di Londra. Si sono basati fra l’altro sull’analisi approfondita di fotografie, su filmati video e su testimonianze oculari.

Per l’organizzazione umanitaria le autorità israeliane non hanno condotto “indagini credibili, indipendenti ed imparziali”. Amnesty chiede che “quanti sono sono sospettati di aver ordinato o commesso crimini di guerra” siano perseguiti.

Mentre Amnesty accusa Israele, il governo di Benjamin Netanyahu continua la politica degli insediamenti in Cisgiordania: oggi il premier israeliano ha approvato la costruzione “immediata” di 300 alloggi nella colonia cisgiordana di Beit El, insediamento alla periferia nord di Ramallah, teatro negli ultimi giorni di duri scontri tra forze di sicurezza e coloni. Inoltre è stato comunicato l’avvio della pianificazione per ulteriori cinquecento alloggi a Gerusalemme Est.

Stamattina la Corte suprema di Gerusalemme ha confermato la demolizione entro domani di due condomini costruiti abusivamente proprio a Beit El, scatenando l’ira della destra nazionalista e del partito di estrema destra Focolare ebraico.

 

Siamo tutti palestinesi. O siamo tutti responsabili?

Fermare il massacro. Non solo non si è mai pensato a sanzioni, ma si continua a vendere armi e tecnologia a un governo che sta “sterminando” un popolo. L’Italia tace, ma candida Federica Mogherini a guidare la politica estera europea

L’ articolo di Luciana Castel­lina (il mani­fe­sto, 30/7/2014) ci ha inter­pel­lati tutti, soprat­tutto noi che abbiamo fatto della soli­da­rietà con il popolo pale­sti­nese, soprat­tutto con Time for peace (1990), il tas­sello più impor­tante della nostra mili­tanza paci­fi­sta. La nostra impo­tenza di fronte a quello che suc­cede a Gaza è lace­rante. Anch’io non voglio par­lare di cosa suc­cede, e come potrei? Io sono a Roma men­tre loro – bam­bini, donne e uomini – muo­iono sotto le bombe israeliane.

Noi diciamo che «siamo tutti pale­sti­nesi», ma la realtà è ben diversa. Sono stati mai con­tati i morti pale­sti­nesi dal ’48 in poi? Sap­piamo esat­ta­mente il numero dei pro­fu­ghi? Abbiamo i dati sulle distru­zioni pro­vo­cate da Israele? Sap­piamo che a Gaza non c’è più acqua, elet­tri­cità, medi­cine… Non c’è più la pos­si­bi­lità di vivere. La puni­zione col­let­tiva con­tro un popolo è una vio­la­zione delle con­ven­zioni inter­na­zio­nali, ma quante riso­lu­zioni ha vio­lato Israele eppure, a dif­fe­renza di quanto avviene rispetto all’Ucraina, nes­suno ha mai pen­sato di imporre san­zioni a Israele. Non solo non si è mai pen­sato a san­zioni ma si con­ti­nua a espor­tare armi, tec­no­lo­gia e ad aiu­tare un governo che sta “ster­mi­nando” un popolo. So di usare un ter­mine pesante, ma che cos’è l’attacco alla popo­la­zione di Gaza rin­chiusa in una stri­scia di terra sovrap­po­po­lata senza via d’uscita? C’è forse un altro ter­mine per indi­care que­sta eli­mi­na­zione fisica di un popolo?

L’Europa tace, l’Italia anche, ma can­dida Fede­rica Moghe­rini a gui­dare la poli­tica estera euro­pea. Sap­piamo che l’Europa non ha bril­lato per la poli­tica estera, anzi, ma è lecito chie­dere alla can­di­data a tale inca­rico che cosa intende fare.

C’è un altro pas­sag­gio dell’articolo di Luciana Castel­lina che mi ha fatto riflet­tere, per la verità è da tempo che su que­sto punto mi inter­rogo. Non ho tra­vi­sato le sue parole, non avevo dubbi, Luciana non può con­di­vi­dere le scelte di Hamas. Quello che mi sono chie­sta è se, come lei dice, essendo vis­suta nei campi pro­fu­ghi si diventa o si può diven­tare ter­ro­ri­sti. Fino a qual­che tempo fa avrei con­di­viso la sua con­clu­sione, è pos­si­bile. Oggi non lo credo più. Per­ché il ter­ro­ri­smo isla­mico ha fatto del mar­ti­rio la pro­pria fede, è la carta che con­vince molti gio­vani ad immo­larsi non in nome della Pale­stina libera ma di dio, di allah. Il fana­ti­smo reli­gioso induce molti gio­vani a sacri­fi­carsi in azioni senza spe­ranza: a pre­va­lere è la cul­tura della morte non quella della vita che ha ispi­rato decenni di lotta dei mili­tanti pale­sti­nesi. Tanto è vero che la mag­gior parte dei kami­kaze non arriva dai campi pro­fu­ghi, non sono indotti al sacri­fi­cio dalla dispe­ra­zione ma dalla loro ideologia.

Non credo che nell’epoca in cui viviamo i con­flitti si pos­sano risol­vere mili­tar­mente, eppure il ter­ro­ri­smo è l’unica arma che può sfi­dare anche l’esercito più potente, quello israe­liano o quello ame­ri­cano. Para­dos­sal­mente Israele che ha soste­nuto la nascita di Hamas e gli Usa che hanno finan­ziato e adde­strato bin Laden sono diven­tati ostag­gio dei mostri che hanno creato.

La par­tita che si sta gio­cando in Medio­riente ormai coin­volge tutti i paesi arabi, non pro o con­tro i pale­sti­nesi che sono sem­pre stati solo una carta da gio­care in campo inter­na­zio­nale, ma per difen­dere i pro­pri inte­ressi e le pro­prie stra­te­gie. Altri­menti come si potrebbe spie­gare la chiu­sura del pas­sag­gio di Rafah da parte del pre­si­dente al Sisi? A che cosa por­terà que­sta logica che ignora i diritti dei palestinesi?

La comu­nità inter­na­zio­nale, i governi cosid­detti demo­cra­tici, i par­titi di sini­stra, i paci­fi­sti tutti sono respon­sa­bili di quanto sta avve­nendo. Se ora chiu­diamo gli occhi di fronte ai mas­sa­cri di Israele, ancora per i sensi di colpa rispetto all’Olocausto, la spi­rale della vio­lenza non si fer­merà mai. Sarà un vor­tice che con­ti­nuerà a travolgerci.

Che fare? Si deve man­dare una forza di inter­po­si­zione, se Israele non vuole si può schie­rare in ter­ri­to­rio – quel poco che è rima­sto – pale­sti­nese. Come è stato fatto in Libano. Se la comu­nità inter­na­zio­nale si assume le sue respon­sa­bi­lità è pos­si­bile. La cosa migliore sarebbe una inter­po­si­zione da parte dei corpi civili di pace, ma sic­come non sono ancora stati for­mati – spe­riamo lo siano pre­sto – va bene anche un corpo di poli­zia inter­na­zio­nale, pur­ché si metta fine a que­sto massacro.

ilmanifesto.info

Striscia di Gaza. Israele e Hamas si accusano a vicenda di aver fatto fallire la tregua. Tel Aviv chiede la restituzione immediata del militare catturato e accusa il movimento islamico di aver eseguito dopo le ore 8, quindi in piena tregua, un piano organizzato da tempo. Gli islamisti replicano che tutto è accaduto prima della tregua e durante combattimenti per respingere un’avanzata di mezzi corazzati israeliani

Israele e Hamas con­ti­nuano a scam­biarsi l’accusa di aver pro­vo­cato ieri il fal­li­mento della tre­gua uma­ni­ta­ria di 72 ore che avrebbe dovuto aprire la strada a un pos­si­bile accordo di ces­sate il fuoco per­ma­nente. E ad aggiun­gere ben­zina sul fuoco è stato l’attacco con­tro un’unità israe­liana che si è con­clusa con l’uccisione di due sol­dati e la cat­tura di un tenente della Bri­gata Ghi­vati, Hadar Gol­din, 23 anni. Il Segre­ta­rio di stato John Kerry ha già deciso per Israele «Gli Stati Uniti con­dan­nano la ver­go­gnosa vio­la­zione da parte pale­sti­nese del ces­sate il fuoco», ha detto unen­dosi a una con­danna ana­loga giunta in pre­ce­denza anche dalla Casa Bianca. «Hamas deve libe­rare imme­dia­ta­mente il sol­dato israe­liano rapito», ha aggiunto. Poco dopo il segre­ta­rio gene­rale dell’Onu, Ban Ki-moon, ha denun­ciato anche la vio­la­zione del ces­sate il fuoco uma­ni­ta­rio attri­buen­dola ad Hamas. Con­danne, appelli alla libe­ra­zione del sol­dato ed espres­sioni di soli­da­rietà a Israele sono giunte per tutto il giorno nell’ufficio del primo mini­stro, raf­for­zando la deter­mi­na­zione di Neta­nyahu di avviare un’offensiva mili­tare a Gaza per­sino più ampia di quella attuata a luglio. «Faremo tutto ciò che è neces­sa­rio per difen­dere gli israe­liani», ha avver­tito peren­to­rio Neta­nyahu prima della riu­nione del governo volta a deci­dere la rispo­sta, pre­ve­di­bil­mente dura, all’uccisione dei due sol­dati e alla cat­tura dell’ufficiale.

Già ieri mat­tina le can­no­nate dei mezzi coraz­zati hanno fatto 62 morti e 250 feriti a Rafah, dove, secondo testi­moni, hanno anche dan­neg­giato l’ospedale al Najar del quale ieri sera l’esercito israe­liano ha chie­sto l’evacuazione. E’ stata col­pita povera gente, per­sone che erano in strada per­chè cre­de­vano che ci fosse la tre­gua e che invece sono state uccise. Per Israele, che ritrova in que­sta occa­sione il pieno soste­gno di Washing­ton, Hamas ha com­piuto il rapi­mento del sol­dato con un piano ben orga­niz­zato e nel pieno della tre­gua uma­ni­ta­ria scat­tata alle 8. La ver­sione del movi­mento isla­mico è molto diversa. Gli isla­mi­sti sosten­gono che tutto è avve­nuto prima delle 8 e aggiun­gono che il mili­tare è stato fatto pri­gio­niero durante com­bat­ti­menti inne­scati da un’avanzata di carri armati israe­liani a Rafah. Oggi la dele­ga­zione pale­sti­nese, con rap­pre­sen­tanti di Hamas e gui­data dal pre­si­dente Mah­mud Abbas, andrà al Cairo per nego­ziare il ces­sate il fuoco con la media­zione egi­ziana. Ma dif­fi­cil­mente sarà rag­giunta in serata da quella israe­liana. Il governo Neta­nyahu, dice­vano ieri sera le indi­scre­zioni, dovrebbe lan­ciare un ulti­ma­tum ad Hamas: libe­rate subito il sol­dato o per Gaza sarà l’inferno.

Ieri dopo le 8 le strade di Gaza city e del resto della Stri­scia si erano imme­dia­ta­mente popo­late, nono­stante il venerdì isla­mico che, di solito, spinge la popo­la­zione a comin­ciare tutte le atti­vità solo dopo la pre­ghiera di mez­zo­giorno. Dal por­tic­ciolo di Gaza le bar­chette dei pesca­tori una dopo l’altra sono uscite in mare per get­tare final­mente le reti. Poco dopo i pesca­tori più veloci hanno pron­ta­mente alle­stito i ban­chetti per la ven­dita del pesce fre­sco. Il traf­fico auto­mo­bi­li­stico si è fatto subito soste­nuto, soprat­tutto nei quar­tieri popo­lari, e per la prima volta un buon numero di com­mer­cianti ha ria­perto i negozi tenuti chiusi dall’8 luglio. La gente cre­deva alle pos­si­bi­lità di que­sta tre­gua di 72 ore, a dif­fe­renza delle “fine­stre uma­ni­ta­rie” dei giorni scorsi durante le quali non sono man­cate le stragi, come l’altro giorno a Shu­jayea dove un mis­sile israe­liano ha col­pito la zona del mer­cato ucci­dendo una ven­tina di civili. Ma non sono stati solo momenti intensi, sep­pur brevi, di relax dopo oltre tre set­ti­mane di raid aerei e bom­bar­da­menti israe­liani. Per molti sfol­lati la tre­gua ha signi­fi­cato la pos­si­bi­lità di lasciare per qual­che ora le scuole dell’Unrwa e gli altri rifugi per recarsi alle case, o a ciò che rimane delle loro abi­ta­zioni, per cer­care di recu­pe­rare qual­cosa di utile, rispar­miato dalla vio­lenza delle can­no­nate e dal crollo di muri e soffitti.

Un fiume umano, non appena sono scoc­cate le 8, si è messo in movi­mento verso Shu­jayea, Beit Hanun, Beit Lahiya e Jaba­liya le aree orien­tali di Gaza mag­gior­mente col­pite dai tiri dell’artiglieria o dai mis­sili sgan­ciati da F-16 e droni israe­liani. Un mare di uomini, donne, bam­bini con in mano buste di pla­stica e borse. I più for­tu­nati sono arri­vati a bordo di car­retti tirati dall’asino e di vec­chi fur­goni. Al sol­lievo di chi ha ritro­vato in piedi la sua abi­ta­zione o dan­neg­giata solo par­zial­mente, si è con­trap­po­sto il silen­zio tri­ste di chi ha per­duto tutto e non ha potuto recu­pe­rare nep­pure un oggetto, un ricordo di una vita tra­scorsa tra le pareti dome­sti­che. «La nostra casa non c’è più, dove andremo ora, come vivremo, non abbiamo più nulla», ripe­teva una gio­vane avvolta nel velo nero, seduta sulle mace­rie della casa. Parole che ripe­te­vano tanti ieri, non solo a Shu­jayea. L’emergenza dei sfol­lati è immensa. Le agen­zie uma­ni­ta­rie stanno facendo il pos­si­bile, assieme ad ong locali ed inter­na­zio­nali per por­tare mate­rassi, cibo, acqua e medi­cine a chi è stato costretto ad abban­do­nare le abi­ta­zioni sotto la spinta dell’avanzata dei mezzi coraz­zati e l’urto delle can­no­nate israeliane.

E già si annun­cia lo slit­ta­mento dell’inizio dell’anno sco­la­stico pre­vi­sto a fine ago­sto. Tutti a Gaza sono con­vinti che l’attacco israe­liano non avrà ter­mine pre­sto e che molte scuole, non solo quelle dell’Unrwa, rimar­ranno occu­pate dagli sfol­lati per mesi. E ora si rischiano anche le malat­tie infet­tive. La ong bri­tan­nica Oxfam lan­cia l’allarme «Men­tre cre­sce il numero degli sfol­lati intrap­po­lati a Gaza (arri­vati a 450 mila) e con­ti­nua l’uccisione di minori (253 le vit­time accer­tate tra i bam­bini) – scrive la Ong inter­na­zio­nale — esplode il rischio di epi­de­mie tra la popo­la­zione a causa dell’assenza di ser­vizi igie­nici e della man­canza o con­ta­mi­na­zione da liquami dell’acqua…sono già 30 i casi di menin­gite tra i minori, men­tre stanno aumen­tando anche i rischi di malat­tie della pelle e di gastroen­te­rite tra la popo­la­zione». Oxfam è al lavoro a Gaza per aiu­tare 97.000 per­sone. Dall’inizio del con­flitto ha for­nito acqua pota­bile a più di 74.000 pale­sti­nesi e distri­buito buoni d’acquisto per beni di prima neces­sità ad altri 15.891. E’ al lavoro sono anche il “Cen­tro Ita­liano– Vit­to­rio Arri­goni”, le ong e le asso­cia­zioni ita­liane e varie orga­niz­za­zioni pale­sti­nesi, che hanno rac­colto fondi in Ita­lia per com­prare medi­cine per gli ospe­dali di Gaza e altri fondi nei Ter­ri­tori occu­pati per acqui­stare mate­rassi, latte per i bam­bini, tani­che dell’acqua e kit per la cucina, bom­bole del gas, abiti. Beni che sono già andati a mille fami­glie. E pre­sto gra­zie a nuovi fondi saranno aiu­tate altre mille famiglie.

Si è pianto non solo per le case per­dute ma anche per mariti, figli, mogli, sorelle, geni­tori morti nei raid e nei can­no­neg­gia­menti israe­liani. Dalle mace­rie di Khu­saa, tra Khan Yunis e Rafah, a bre­vis­sima distanza dalle linee di demar­ca­zione tra Gaza e Israele, con­ti­nuano ad emer­gere i corpi degli uccisi nei giorni scorsi. Il vil­lag­gio resta area mili­tare chiusa ma ieri i reparti coraz­zati israe­liani, sia pure per pochi minuti, hanno per­messo ai resi­denti di avvi­ci­narsi lungo la strada prin­ci­pale. Khu­saa, hanno sco­perto i suoi abi­tanti, ormai è una lunga stri­scia di edi­fici distrutti, moschee sven­trate, pila­stri rima­sti mira­co­lo­sa­mente in piedi. A mani nude, senza masche­rine sul volto per pro­teg­gersi dalla puzza insop­por­ta­bile dei corpi in decom­po­si­zione, molti hanno potuto rico­no­scere i loro cari solo dagli indu­menti o dall’orologio. Hanno sco­perto in stanze semi­di­strutte, sotto un pila­stro caduto, tra pie­tre e pol­vere, i cava­deri di amici che man­cano all’appello da giorni. Un gio­vane tra le lacrime ha chia­mato i gior­na­li­sti ad osser­vare sei corpi di car­bo­niz­zati in una casa distrutta solo in parte. Le stesse scene si sono viste a Aba­san, Bani Suheila, Khan Yunis, In que­sta zona sono morte circa 250 per­sone in attac­chi aerei e tiri dell’artiglieria. Quando saranno recu­pe­rati tutti i corpi rima­sti sotto le mace­rie, il bilan­cio di vit­time pale­sti­nesi dell’offensiva israe­liana si allun­gherà in modo dram­ma­tico, arri­vando a numeri da vera e pro­pria car­ne­fi­cina, ben oltre i 1.500 già rag­giunti ieri.

—  Michele Giorgio, GAZA, 1.8.2014
ilmanifesto.info

Era l’8 gennaio 2011 … la storia si ripete…

“Prendi dei gattini, dei teneri micetti e mettili dentro una scatola” mi dice Jamal, chirurgo dell’ospedale Al Shifa, il principale di Gaza, mentre un infermiere pone per terra dinnanzi a noi proprio un paio di scatoloni di cartone, coperti di chiazze di sangue. “Sigilla la scatola, quindi con tutto il tuo peso e la tua forza saltaci sopra sino a quando senti scricchiolare gli ossicini, e l’ultimo miagolio soffocato.” Fisso gli scatoloni attonito, il dottore continua “Cerca ora di immaginare cosa accadrebbe subito dopo la diffusione di una scena del genere, la reazione giustamente sdegnata dell’opinione pubblica mondiale, le denunce delle organizzazioni animaliste…” il dottore continua il suo racconto e io non riesco a spostare un attimo gli occhi da quelle scatole poggiate dinnanzi ai miei piedi. “Israele ha rinchiuso centinaia di civili in una scuola come in una scatola, decine di bambini, e poi la schiacciata con tutto il peso delle sue bombe. E quale sono state le reazioni nel mondo? Quasi nulla. Tanto valeva nascere animali, piuttosto che palestinesi, saremmo stati più tutelati.”A questo punto il dottore si china verso una scatola, e me la scoperchia dinnanzi. Dentro ci sono contenuti gli arti mutilati, braccia e gambe, dal ginocchio in giù o interi femori, amputati ai feriti provenienti dalla scuola delle Nazioni Unite Al Fakhura di Jabalia, più di cinquanta finora le vittime. Fingo una telefonata urgente, mi congedo da Jamal, in realtà mi dirigo verso i servizi igienici, mi piego in due e vomito.”

Vittorio Arrigoni, Gaza, 8 gennaio 2011

 

RESTIAMO UMANI

Chi ci guadagna dal conflitto israelo-palestinese? – Reset Italia.

E’ DIFFICILE ESSERE VITTIMA DELLE VITTIME

 

 

 

Vittorio Arrigoni, nostro grande amico
Sono giorni di profonda amarezza per Khalil Shahin. «Sono già passati tre anni, Vittorio mi manca,
tantissimo. E ora che si avvicina l’anniversario del suo assassinio sono travolto da ricordi ed emozioni.
Per me questi non sono giorni facili», ci dice Khalil mentre prova a mettere un po’ d’ordine nel
suo piccolo ufficio di vicedirettore nel «Centro palestinese per i diritti umani» (Cpdu) di Gaza. Alle
sue spalle c’è una grande mappa del Medio Oriente. A sud-est del Mediterraneo c’è la Striscia di
Gaza, minuscola, quasi non si vede, eppure così importante, un territorio sotto occupazione schiacciato
tra Israele e l’Egitto.
È la prigione a cielo aperto per 1,7 milioni di palestinesi che Vittorio per anni ha raccontato all’Italia
con articoli e messaggi in rete. Khalil Shahin era un amico di Vik, amico nel senso più compiuto di
questa parola. Ci chiede di fotografarlo subito sotto il ritratto di Vittorio. «Negli ultimi mesi (precedenti
al sequestro e l’uccisione da parte di un sedicente gruppo salafita, ndr) Vittorio ed io passavamo
quasi ogni sera insieme. A discutere di tutto: di Gaza, dell’Italia, di politica, dei nostri sogni,
di un mondo che volevamo diverso. Credo di aver trascorso con lui tra i momenti più importanti della
mia vita», ricorda Khalil.
All’inizio del 2011 erano le «primavere arabe» ad alzare il tono delle chiacchiarate tra amici. La
gente di Gaza aveva seguito incantata l’esito delle rivolte in Tunisia ed Egitto. Sull’onda
dell’entusiasmo gli attivisti palestinesi erano impegnati in iniziative per favorire la riappacificazione
tra Fatah e Hamas e la riconciliazione nazionale. «Vittorio era rimasto profondamente colpito dalla
forza del popolo egiziano – prosegue Khalil –, me ne parlava spesso e si augurava che i palestinesi
potessero trovare l’energia e la determinazione per mettere fine alla loro frattura interna che stava
favorendo gli interessi dell’occupazione israeliana».
I colloqui serali tra Vittorio e il vicedirettore del Cpdu, si svolgevano quasi sempre nel giardino del
«Gallery», un locale frequentato perlopiù da giovani attivisti laici, aspirando il fumo profumato della
«shisha» e sorseggiando un tè. Non di rado si parlava dell’Italia. «Berlusconi era il bersaglio preferito
di Vik – ricorda Khalil, abbozzando per la prima volta un sorriso – lo etichettava con parole
durissime, mi riferiva delle sue ultime imprese (di Berlusconi, ndr) e ne ridevamo insieme. Poi cambiava
tono e si arrabbiava pensando al sostegno cieco che il governo italiano dava a Israele senza
tenere conto della condizione di Gaza e di tutti i palestinesi sotto occupazione».
Anche per questo Vittorio puntava sull’utilizzo dei social per mobilitare gli occidentali, a partire
dagli italiani. Ripeteva che la nuova comunicazione – blog, facebook e twitter — era lo strumento
ideale per raggiungere decine di migliaia di persone private di una informazione obiettiva su Gaza
e la Palestina a causa delle reticenze e dei silenzi di tv, radio e grandi giornali. «Vik – continua Khalil
— aveva preso molto sul serio le minacce che in rete la destra filo israeliana aveva rivolto a lui e ad
altri attivisti internazionali. Ma non aveva paura, anzi era sempre più determinato a portare avanti la
sua battaglia contro il blocco di Gaza».
Vittorio e il suo caro amico palestinese cominciavano a porsi interrogativi sulla crescita del salafismo
nella Striscia, un fenomeno non nuovo ma che si stava facendo in quel periodo più presente, che
faceva di tutto per farsi notare. «Mi faceva domande sull’ideologia salafita, mi chiedeva se questi
gruppi di poche centinaia di membri fossero manovrati da qualcuno, anche fuori da Gaza. Entrambi
provavamo a valutarne la crescita in termini numerici e la loro pericolosità per la causa di Gaza e dei
palestinesi», prosegue Khalil che il 13 aprile del 2011 fu uno degli ultimi amici a parlare con Vittorio.
«Mi chiamò alle 15.10 per chiedermi alcune informazioni sulle conseguenze di spari israeliani su
contadini e pescatori (di Gaza) avvenuti al mattino, poi decidemmo di incontrarci come sempre al
Gallery».
Vik però non sarebbe andato all’appuntamento con il suo amico. Quella sera fu rapito da una presunta
cellula di «Tawhid wal Jihad» appena uscito dalla palestra che frequentava da qualche tempo
per tenersi in forma. Khalil ci racconta di quelle ore con lo sguardo fisso e gli occhi umidi. «Quando
non lo vidi arrivare telefonai all’Addar (una piccola trattoria dove Vittorio mangiava spesso, ndr). Mi
dissero che aveva annunciato qualche ora prima il suo arrivo ma che poi non si era visto. Non mi
preoccupai più di tanto, Vik talvolta cambiava programma all’improvviso. Non sempre mi avvisava,
perchè sapeva che ero al Gallery in compagnia di altri amici». Invece Vittorio si trovava già nelle
mani dei suoi sequestratori che la notte successiva, tra il 14 e il 15 aprile, lo avrebbero ucciso dopo
aver postato su youtube un video di rivendicazione del rapimento.
Era un Vittorio persino più maturo quello che era tornato a Gaza nel 2010 dopo il tour di conferenze
e incontri, lungo diversi mesi, che aveva tenuto in tutta Italia per raccontare della Striscia e della
sua esperienza umana e politica nelle tre settimane di bombardamenti e cannoneggiamenti israeliani
su Gaza durante l’offensiva «Piombo fuso» (dicembre 2008 – Gaza 2009). Il suo libro Restiamo
Umani (ed. Manifestolibri) andava a ruba, la sua popolarità era enorme.
Lui però aveva messo da parte la notorietà e, con umiltà, continuando la sua attività di «protezione
passiva» di contadini e pescatori palestinesi minacciati dai militari israeliani, si stava impegnando in
un altro progetto editoriale. Di inchiesta, di denuncia, di analisi, finalizzato alla mobilitazione
a sostegno dei palestinesi. L’inizio della scrittura del testo era stato rallentato da una notizia che lo
aveva sconvolto e alla quale andava sempre con il pensiero. Il padre si era ammalato gravemente.
Riferiva ad amici e conoscenti gli aggiornamenti che gli arrivavano da casa, dalla madre Egidia suo
costante punto di riferimento di affetto e di impegno politico. «Vittorio era combattuto, da un lato
voleva partire per l’Italia e dall’altro era riluttante a lasciare Gaza divenuta la sua seconda patria»,
ricorda Ebaa Rezeq, giovanissima amica di Vik e parte, tra l’autunno 2010 e la primavera 2011 di
quel gruppo di ragazzi palestinesi divenuto noto con il nome di Gybo (Gaza Youth Breaks Out).
All’inizio era solo una protesta contro tutto e tutti per la condizione di Gaza. Poi, con il passare delle
settimane, i Gybo divennero un laboratorio di iniziative ed elaborazione politica. «Vik veniva alle
nostre riunioni – prosegue Ebaa – ma non per darci istruzioni o addirittura ordini come fanno altri
internazionali che transitano per Gaza, veniva solo per ascoltarci. Voleva capire e capirci, sapeva che
era sbocciato qualcosa di importante e ne era felice. Diceva che Gaza era una terra di giovani e che
che i giovani si sarebbero liberati, dall’occupazione israeliana e da ogni tipo di oppressione».
Ebaa ricorda la simpatia di Vik. «Era molto serio durante le discussioni politiche, in quei momenti
non amava divagare. Poi però, durante il relax, faceva battute a non finire, raccontava storielle.
Aveva imparato un po’ d’arabo e la sua pronuncia approssimativa ci faceva divertire tantissimo. Vittorio
ci manca molto. E’ una perdita incolmabile». Vik manchi tanto anche a me. Mi piace ricordarti
con le parole che scrivesti una sera: «Continueremo a fare delle nostre vite poesie, fino a quando
libertà non verrà declamata sopra le catene spezzate di tutti i popoli oppressi».

Michele Giorgio, Gaza12.4.2014

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ttp://youtu.be/Do5_EcnsSdo

Torino Film Festival 2013. “Striplife”. Il documentario sulla vita nella Striscia di Gaza. Abbiamo parlato con uno dei registi (VIDEO, FOTO)

Antonia Laterza, l’Huffington Post

Striplife racconta la giornata di sette personaggi che in comune hanno poco come stili di vita, età e classe sociale ma legati da un “destino” comune e ineluttabile, quello di essere nati nella Striscia di Gaza, un lembo di terra lungo 41 km e largo appena 6-7 km, che da decenni è in guerra – ad più o meno alta o bassa intensità secondo i periodi- con il suo vicino Israele.

Il documentario è stato girato da un gruppo di cinque registi italiani, dai 28 ai 38 anni, di diverse città italiane (Milano, Pavia, Bergamo) che miravano a mostrare una Gaza diversa, quella di tutti i giorni, che resiste, vive, crea, nonostante il rumore delle bombe ed il fumo che si leva ogni giorno a pochi metri di distanza. Il loro lavoro è stato scelto per concorrere al 31° Torino Film Festival. Noi l’abbiamo visto per voi ed abbiamo parlato con uno dei registi, Andrea Zambelli che girato il film insieme a Nicola Grignani, Alberto Mussolini, Luca Scaffidi e Valeria Testagrossa.

Striplife mostra quello che le telecamere di tutto il mondo – che hanno raccolto ore ed ore di filmati di proteste, scambi a fuoco, scene di morte e di violenza- spesso tralasciano. La vita che nonostante tutto va avanti e si evolve: “Il contadino che come forma di resistenza continua a piantare i semi ogni anno, nonostante le bombe”. Quella che viene definita “guerra a bassa intensità”, che non cattura l’attenzione dei media ma logora ancora più nel profondo una comunità, tramite le limitazioni e sanzioni politico- economiche imposte da Israele e le guerre per le risorse naturali.
Delle sette storie, ne mostriamo due nelle clip ottenute in esclusiva da Huffpost. Noor ha 21 anni e si prepara al mattino per andare a filmare servizi televisivi in lingua inglese per una tv locale sull’espropriazione delle terre e delle risorse palestinesi. Jabber invece è un contadino di 54 anni che vive nella Buffer Zone, a 400 mt dal confine israeliano. Ogni giorno semina la terra, pota le piante, raccoglie i frutti, mentre in lontananza risuonano spari e bombe. Ogni tanto, a causa della guerra, non può fare il raccolto e si deve fermare ma almeno ha “di che vivere, grazie a Dio”, come dice ad un amico nel documentario.

Gll altri personaggi sono tutti influenzati dal conflitto, ognuno a modo suo. Dai due giovani fratelli rapper che da quando Hamas ha preso il potere, sei anni fa, al posto del più moderato Fatah, hanno difficoltà a far ascoltare la propria musica in pubblico. Al giovane fotografo in sedia a rotelle, al gruppo di ragazzi che pratica il parkour (un tipo di sport diffusosi di recente negli Usa) fra le macerie ancora non ripulite di Gaza. “Internet”, racconta Andrea, “ha fatto sentire queste persone più vicine al mondo ma li fa anche sentire abbandonati. ‘Com’è possibile che l’Europa non fa niente?’ si chiedono”.

Striplife è stato girato in un momento “fortunato”, racconta il regista di 38 anni. Oggi accedere a Gaza dall’Egitto da dove sono entrati (il Sinai, zona di predoni), è impossibile. Quando sono andati a fare il sopralluogo, nove mesi prima di girare il documentario, il governo egiziano dei Fratelli Musulmani aveva ripreso i rapporti con Gaza, rimasti freddi per quasi 30 anni. In Palestina hanno incontrato Mary delCentro Italiano di Scambio Culturale “VIK” dedicato alla memoria di Vittorio Arrigoni. E’ stata lei a fare la “produzione”, organizzare gli spostamenti e gli alloggi dei cinque italiani.

  A Gaza, poi, hanno conosciuto quelli che sarebbero diventati le loro guide nel penetrare la società palestinese e scegliere i sette soggetti del racconto. Due in particolare: un uomo di 56 anni che parla perfettamente l’italiano ed un ragazzo di 21 anni, li hanno aiutati lungo tutto il percorso. Altri due ragazzi del luogo di 21-22 anni si sono uniti alla troupe di cameraman ed hanno girato parte delle riprese. “Sono stati molto professionali. Più di quanto lo sono in genere gli italiani”, dice ridendo Andrea. Non avevano traduttori ma per fortuna erano tutti viaggiatori “rodati”. spiega Andrea.

L’escamotage narrativa del documentario viene da Suite Habana, un lavoro del 2003 del regista Fernando Pérez dove ad essere seguite sono le vite di 10 cubani. Pur mostrando una sola giornata, il documentario su Gaza ha richiesto un mese di riprese sul luogo. Una decisione che sotto l’aspetto lavorativo “dà un po’ di limitazioni” dice Andrea, ma risulta “granitico” dal punto di vista della forza narrativa.

Avere il permesso da Hamas non è stato difficile, spiega. “Una volta che sei dentro è facile girare. Quando Hamas sa che sei entrato e sei riconosciuto ti trattano bene”. Hanno provato a far venire qualcuno dalla Palestina per la proiezione del documentario al Festival, che prende il via domani a Torino, ma non è stato possibile. Quando hanno visto il lavoro finito però erano tutti molto contenti così come lo sono i registi di questo bellissimo lavoro made in Italy.

Striplife

Foto             

English: Portrait of Vittorio Arrigoni and Han...

English: Portrait of Vittorio Arrigoni and Handala Italiano: Disegno di Vittorio Arrigoni e Handala (Photo credit: Wikipedia)

Alda Merini

 

Vittorio Arrigoni è morto perchè ha passato gli ultimi quattro anni della sua giovane vita a difendere il diritto alla vita e alla libertà dei palestinesi della striscia di Gaza e ieri l’Alta Corte Militare di Gaza ha accolto il ricorso dei due palestinesi, presunti salafiti, che nel settembre scorso erano stati riconosciuti colpevoli del suo sequestro e del suo assassinio  e per questo condannati all’ergastolo. Con un colpo di spugna , senza nessuna motivazione, la pena è stata ridotta a 15 anni di carcere, pena che, per eventuale ulteriore buona condotta e vari altri sconti, potrebbe ridursi addirittura solo a 2/3 anni.

E tutto questo continua ad avvenire nell’ indicibile assordante silenzio dello Stato Italiano, che non ha più governo, nè capo dello Stato, nè tanto meno una classe politica che sia degna di questo nome.  

http://youtu.be/6bCHduv8saw

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