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http://www.ilmanifesto.info                                                                       20.08.2014

 

Terrorismo e ingiustizia. Proibito ragionare

  • Angelo D’Orsi*

 

L’anatema contro i 5Stelle. I lemmi più sfuggenti della scienza politica. Sansone, Beghin, i partigiani, tutti terroristi? Chi fa l’elenco?

Hans Magnus Enzen­sber­ger in un libretto (piut­to­sto insulso, a dire il vero) del 2006 trac­ciava un ritratto del “per­dente radi­cale”; ossia il kami­kaze, che egli inse­ri­sce tra gli “uomini ter­ro­riz­zati”, desti­nati a semi­nare a loro volta ter­rore, ma soprat­tutto indi­riz­zati a un ine­so­ra­bile destino di scon­fitta. Quanto più dram­ma­ti­che ed effi­caci le parole di Frantz Fanon, che spie­gava, con l’avallo cele­bre di Jean Paul Sar­tre, come la vio­lenza, la vio­lenza estrema, fosse la sola rispo­sta pos­si­bile da parte dei popoli colo­niz­zati verso i colonizzatori.

Sol­le­ci­tato dalla situa­zione medio­rien­tale, il depu­tato Ales­san­dro Di Bat­ti­sta, del M5S (del quale non sono sim­pa­tiz­zante, pre­ciso subito), ha com­piuto, in un arti­colo sul sito di Beppe Grillo, una sin­te­tica rico­stru­zione storico-politica della vicenda medio­rien­tale nel qua­dro inter­na­zio­nale, scri­vendo parole sen­sate, e per­sino ovvie, quasi banali. Ma in que­sto Paese le verità susci­tano scon­certo, o addi­rit­tura ripro­va­zione, ed ecco che l’analisi della situa­zione in Iraq, e in gene­rale del “ter­ro­ri­smo” in Medio Oriente, susci­tano un “una­nime coro di dis­senso”, come ripe­tono pap­pa­gal­le­sca­mente i media main­stream. Che cosa c’è di scan­da­loso a invi­tare a riflet­tere sul nesso tra ingiu­sti­zia sociale e ter­ro­ri­smo? O a riflet­tere sui con­fini tra Stati dise­gnati a tavo­lino dalle Grandi potenze dopo il 1945? O, infine, dire che si diventa ter­ro­ri­sti quando non ci sono altre vie per difen­dersi, davanti a una mostruosa spro­por­zione di mezzi militari?

Il kami­kaze tra­sforma il suo corpo in un’arma. È la verità, della quale non pos­siamo che pren­dere atto. Que­sto signi­fica invi­tare a diven­tare tutti kami­kaze? No. Anzi Di Bat­ti­sta, esprime una posi­zione anti­mi­li­ta­ri­sta e paci­fi­sta, come ha notato con ragione Marco Pan­nella su Radio Radi­cale. E oppor­tu­na­mente con­danna il mer­cato delle armi, e mette in rilievo l’appiattimento della poli­tica estera agli Usa. Egli invita a sfor­zarsi di capire, e pro­porre mosse poli­ti­che con­se­guenti, invece di spu­tare sen­tenze stereotipate.

Se fos­simo oppressi, nella nostra terra, da un nemico infi­ni­ta­mente più potente, se que­sto nemico ci umi­liasse quo­ti­dia­na­mente, se ci fosse pre­clusa ogni spe­ranza di riscatto e di libe­ra­zione, se non aves­simo appunto altro mezzo offen­sivo che il nostro corpo, quando ogni altra via ci fosse pre­clusa, come ci com­por­te­remmo? Insomma, per­ché non sfor­zarsi (almeno) di capire chi sce­glie come gesto estremo di immo­larsi? Ecco: il “per­dente radi­cale”, non è che la ripro­po­si­zione della figura di San­sone che fa crol­lare le colonne del tem­pio, pro­fe­rendo le cele­bri parole: «Muoia San­sone con tutti i fili­stei!». C’è una nobiltà in quel gesto, tra­man­da­toci dalle Scrit­ture; men­tre non ce n’è affatto, natu­ral­mente, nell’altra forma di ter­ro­ri­sta, quello stra­gi­sta: il ter­ro­ri­smo che col­pi­sce alla cieca, vil­mente. Noi non sim­pa­tiz­ziamo, né con­di­vi­diamo, ma per­ché non ten­tare di com­pren­dere e spie­gare, invece di limi­tarsi a con­dan­nare, e dare il via libera a un’altra forma di ter­ro­ri­smo, quello del car­pet bombing, il bom­bar­da­mento che riduce in cenere intere città, e manda tutti, a comin­ciare dagli inermi, a morte?

In realtà, i lemmi “ter­ro­ri­sta” e “ter­ro­ri­smo”, sono tra i più sfug­genti della scienza poli­tica. Fra le tante defi­ni­zioni nes­suna ha otte­nuto un con­senso gene­rale, e tra le più con­vin­centi, anche se fra le meno scien­ti­fi­che, è che il ter­ro­ri­sta è il rivo­lu­zio­na­rio che non ha vinto, o fin­ché non vin­cerà la sua bat­ta­glia, a pre­scin­dere dagli obiet­tivi che per­se­guiva semi­nando ter­rore. Mena­hem Beghin fu un ter­ro­ri­sta, che divenne capo del governo israe­liano, per fare un solo esem­pio; ma nes­suno oggi lo defi­ni­rebbe tale. E i nostri par­ti­giani non erano ter­ro­ri­sti e ban­diti per i nazi­sti e i repub­bli­chini? Oggi non solo in sto­rio­gra­fia, ma nel discorso pub­blico i ter­ro­ri­sti sono loro – giu­sta­mente –, i nazi­fa­sci­sti. Detto altri­menti, il ter­ro­ri­sta è sol­tanto il com­bat­tente armato visto dall’altra parte, il com­bat­tente sconfitto.

Del resto la Cia nei suoi elen­chi cam­bia perio­di­ca­mente le orga­niz­za­zioni “ter­ro­ri­ste”: l’Uck era inse­rita nell’elenco, poi è stata inviata al governo di uno Stato fan­toc­cio come il Kosovo, anche in que­sto caso per fare un unico esem­pio. Men­tre Hamas da quell’elenco non è mai uscita. Ma il mute­vole giu­di­zio dei ser­vizi di Washing­ton può essere pie­tra di misura atten­di­bile? A giu­di­care dai risul­tati si direbbe pro­prio di no. Eppure nes­suno si prende la briga di veri­fi­care, di andare a stu­diare la sto­ria e i docu­menti di Hamas, per esem­pio. E cosa sap­piamo dell’Isis o dell’Isil, i movi­menti che stanno lot­tando, in modo fero­cis­simo, spesso per quel che ne sap­piamo per noi inac­cet­ta­bile, in Siria e in Iraq? Certo, è più sem­plice eti­chet­tarli con ter­mini quali “taglia­gole”, “bar­bari” e così via: il ben noto pro­cesso di disu­ma­niz­za­zione, che con­sente a coloro che si pro­cla­mano “civili”, di fare qual­siasi cosa. Ridurre in mace­rie Gaza, per esem­pio. O isti­tuire strut­ture dove tutti i diritti sono “sospesi”, come Guantanamo… .

E ora andiamo tran­quil­la­mente a bom­bar­dare i sun­niti, e armiamo i curdi che in pas­sato i tur­chi e i sun­niti di Sad­dam (quando era un uomo degli Usa) ave­vano bom­bar­dato e gasato. Nel con­senso gene­rale, tranne che poche frange eti­chet­tate come sim­pa­tiz­zanti filoi­sla­mi­sti: e il buon Di Bat­ti­sta qui ha, appunto, com­messo l’altro “errore”. Invece di bom­bar­dare que­sti e quelli, non si potrebbe trat­tare? Apriti cielo. Trat­tare coi “ter­ro­ri­sti”? Non stu­pi­sce che Angelo Pane­bianco sen­tenzi sul Cor­riere, met­tendo tutto nello stesso sacco, sotto la cate­go­ria di filo-islamismo radi­cale, e quindi, anti­se­mi­ti­smo; “ana­lisi” in cui si trova in buona com­pa­gnia di Magdi Allam, sul Gior­nale. Anche il più ragio­ne­vole Gad Ler­ner sul suo blog lan­cia l’anatema, seguendo la cor­rente, e dicendo parole che non appa­iono distanti da quelle dei lea­der del Pd e del Pdl scesi in campo con­tro lo sven­ta­tello Di Bat­ti­sta. Ma dif­fe­ren­zian­dosi, tira in ballo la posi­zione di Grillo sui migranti, facendo un paral­lelo a mio avviso insen­sato. Tant’è. La sostanza è che quando non ti pos­sono dare del ter­ro­ri­sta, ti bec­chi del sim­pa­tiz­zante. E allora non ci rimarrà che repli­care: «Ter­ro­ri­sta sarà lei!».

* da Il manifesto del 20 agosto 

L’inchino europeo al capitale privato

Tagli al welfare. Si persegue quella che il mondo anglosassone da sempre considera l’essenza della democrazia moderna: una società di individui fondata sulla libertà d’impresa

Afferma un cele­bre ada­gio che nella per­vi­ca­cia si annida il demo­nio. Se è vero, le lea­der­ship euro­pee sono pri­gio­niere di potenze infere. Da sette anni inflig­gono ai pro­pri paesi e alle loro eco­no­mie una tera­pia nel segno dell’auste­rity che dovrebbe debel­lare la crisi e rimet­tere in moto la cre­scita. Non solo que­sta cura non ha pro­dotto nes­suno dei risul­tati attesi. Tutte le evi­denze depon­gono in senso con­tra­rio, al punto che sem­pre più nume­rosi eco­no­mi­sti main­stream si pro­nun­ciano a favore di poli­ti­che espan­sive. Ciò nono­stante la musica non cam­bia, nem­meno ora che l’Istituto sta­ti­stico nazio­nale della Ger­ma­nia fede­rale ha reso noti i dati sul secondo seme­stre di quest’anno. Anzi, il man­tra delle «riforme strut­tu­rali» imper­versa più forte che mai.
Insomma, il demo­nio sbanca. O c’è sem­pli­ce­mente un dio dispet­toso che si diverte ad acce­care gente che vuol per­dere. Sta di fatto che a suon di «riforme» l’Europa si sta sui­ci­dando, come già avvenne nel secolo scorso dopo il crollo di Wall Street, nono­stante il buon esem­pio degli Stati uniti roo­se­vel­tiani, che pure di capi­ta­li­smo ne capivano.

Que­sta è una let­tura pos­si­bile. I capi di Stato e di governo e i grandi ban­chieri sta­reb­bero sba­gliando i conti. Per super­bia e pre­sun­zione, forse per inca­pa­cità, come pare sug­ge­rire il mini­stro Padoan par­lando di pre­vi­sioni errate. Ma c’è un’altra ipo­tesi altret­tanto plau­si­bile. Anzi, a que­sto punto ben più vero­si­mile. Che non si tratti di errori ma del pesante tri­buto impo­sto dal mas­simo potere oggi regnante. Non­ché (di ciò troppo di rado si discute) del per­se­gui­mento di un lucido pro­getto. E di un cal­colo costi-benefici forse spe­ri­co­lato ma coe­rente, in base al quale la reces­sione, con i suoi deva­stanti effetti col­la­te­rali (defla­zione, disoc­cu­pa­zione, dein­du­stria­liz­za­zione), appare un prezzo con­ve­niente a fronte del fine che ci si pre­figge: la messa in sicu­rezza di un deter­mi­nato modello sociale nei paesi dell’eurozona.
Quale modello, è facile a dirsi, se leg­giamo in chiave poli­tica le «riforme strut­tu­rali» di cui si chiede a gran voce l’adozione. Costrin­gere gli Stati a «far qua­drare i conti» signi­fica nei fatti imporre loro, spesso con­giun­ta­mente, tre cose. La prima: ven­dere (sven­dere) il pro­prio patri­mo­nio indu­striale e demaniale.

La seconda: accre­scere la pres­sione fiscale sul lavoro dipen­dente (posto che ci si guarda bene – soprat­tutto ma non solo in Ita­lia – dal col­pire ren­dite, patri­moni e grandi eva­sori). La terza: tagliare la spesa sociale desti­nata al wel­fare (vedi le ultime ester­na­zioni del mini­stro Poletti in tema di pen­sioni), al sistema sco­la­stico pub­blico e all’occupazione nel pub­blico impiego (dato che altre voci del bilan­cio non sono mai in discussione).

Non è dif­fi­cile capire che tutto ciò signi­fica affa­mare il lavoro e spo­stare enormi masse di ric­chezza verso il capi­tale pri­vato. Nel frat­tempo, accanto a que­sti prov­ve­di­menti, ci si impe­gna a modi­fi­care le cosid­dette rela­zioni indu­striali. Così si varano “riforme del lavoro” che hanno tutte un deno­mi­na­tore comune: l’attacco ai diritti dei lavo­ra­tori (“rigi­dità”) al fine di fare della forza-lavoro una varia­bile total­mente subor­di­nata (“fles­si­bile”) al cosid­detto “datore”, che deve poter deci­dere in libertà se, quanto e a quali con­di­zioni utilizzarla.

Ne emerge un pro­getto nitido, che rove­scia di sana pianta non solo il sogno sov­ver­sivo degli anni della som­mossa ope­raia ma anche quello dei nostri costi­tuenti. Si vuole fare final­mente della vec­chia Europa quello che il mondo anglo­sas­sone da sem­pre con­si­dera l’essenza della demo­cra­zia moderna: una società di indi­vi­dui fon­data sulla libertà d’intrapresa, cioè sul potere pres­so­ché asso­luto del capi­tale pri­vato. Dopo­di­ché potrà forse spia­cere che dila­ghino disoc­cu­pa­zione e povertà men­tre enormi ric­chezze si con­cen­trano nelle mani di pochi. Pazienza. La “libertà” è un bene sommo intan­gi­bile, al quale è senz’altro oppor­tuno sacri­fi­care un fetic­cio d’altri tempi come la giu­sti­zia sociale.

A chi obiet­tasse che que­sta è una let­tura ten­den­ziosa, sarebbe facile repli­care con un rapido cenno alla teo­ria eco­no­mica. L’enfasi sulla disci­plina di bilan­cio sup­pone il ruolo-chiave del capi­tale finan­zia­rio nel pro­cesso di pro­du­zione, secondo quanto sta­bi­lito dalla teo­ria neo­clas­sica. Nel nome della “demo­cra­zia” que­sta teo­ria affida la dina­mica eco­no­mica alle deci­sioni del capi­tale pri­vato. Il pro­cesso pro­dut­tivo si inne­sca sol­tanto se esso pre­vede di trarne un pro­fitto, il che signi­fica con­ce­pirlo non sol­tanto come domi­nus natu­rale della pro­du­zione ma anche come il sovrano sul ter­reno sociale e poli­tico.
Vi sono natu­ral­mente altre teo­rie. Marx, per esem­pio (ma anche Key­nes) vede nella pro­du­zione una fun­zione sociale deter­mi­nata prin­ci­pal­mente da due fat­tori: la domanda (i biso­gni sociali, com­presi quelli rela­tivi a beni o ser­vizi “fuori mer­cato”) e la forza-lavoro dispo­ni­bile a sod­di­sfarli. In que­sta pro­spet­tiva la fun­zione del capi­tale (soprat­tutto di quello finan­zia­rio, il denaro) è solo quella di met­tere in comu­ni­ca­zione la domanda col lavoro. Per que­sto non gli è rico­no­sciuto alcun potere di veto, meno che meno la sovra­nità. Anzi: la dispo­ni­bi­lità di capi­tale è inte­ra­mente subor­di­nata alla deci­sione poli­tica, per quanto con­cerne sia la leva fiscale, sia la massa mone­ta­ria. Inu­tile dire che que­ste teo­rie sono tut­ta­via reiette, bol­late come stra­va­ganti e antimoderne.

Si pensa alle teo­rie come cose astratte, ma, come si vede, esse in fili­grana par­lano di sog­getti in carne e ossa e di con­cre­tis­simi con­flitti. Il che spiega in abbon­danza la povertà logica delle resi­stenze alle cri­ti­che key­ne­siane e mar­xi­ste. Spiega il ver­go­gnoso ser­vi­li­smo dei media, fatto di igno­ranza e oppor­tu­ni­smo. E spiega soprat­tutto per­ché, per l’esta­blish­ment euro­peo, le “riforme strut­tu­rali” pro­pu­gnate nel nome della teo­ria neo­clas­sica siano un valore in sé, ben­ché non ser­vano affatto a risol­vere la crisi, anzi la stiano aggra­vando oltremisura.

La que­stione, insomma, è solo in appa­renza eco­no­mica e in realtà squi­si­ta­mente poli­tica. Del resto, nella sovra­nità asso­luta del capi­tale e nella totale subor­di­na­zione della classe lavo­ra­trice risiede la sostanza dei trat­tati euro­pei che in que­sti vent’anni hanno modi­fi­cato i rap­porti di forza tra Stati e isti­tu­zioni comu­ni­ta­rie, tra assem­blee elet­tive e poteri tec­no­cra­tici. È que­sto il punto di caduta di prov­ve­di­menti in appa­renza det­tati dalla ragion pura eco­no­mica come il fami­ge­rato fiscal com­pact; que­sta la ratio della scia­gu­rata deci­sione, al tempo del “governo del pre­si­dente”, di inse­rire il pareg­gio di bilan­cio in Costi­tu­zione. Non ve n’era biso­gno, essen­doci già Maa­stri­cht. Ma si sa, si prova un bri­vido par­ti­co­lare nel pro­ster­narsi dinanzi ai primi della classe, nell’eccedere in espres­sioni ser­vili. In altri tempi si sarebbe par­lato di collaborazionismo.

Un solo dub­bio resta, nono­stante tutto. È chiaro che alle lea­der­ship euro­pee non inte­ressa gran­ché dell’equità sociale, né fa pro­blema, ai loro occhi, l’instaurarsi di un’oligarchia. Ma a un certo momento (ormai pros­simo) non sarà più tec­ni­ca­mente pos­si­bile dre­nare risorse verso il capi­tale. Già oggi l’impoverimento di massa genera disfun­zioni gravi, come dimo­stra l’imperiosa esi­genza di “rifor­mare” le Costi­tu­zioni per affran­care i governi dall’onere del con­senso. Insomma, è sem­pre più evi­dente che il modello neo­li­be­ri­sta urta con­tro limiti sociali e poli­tici non facili a var­carsi. È vero che in un certo senso il capi­tale non cono­sce patria (è di casa ovun­que rie­sca a valo­riz­zarsi). Ma, a parte il fatto che gli equi­li­bri geo­po­li­tici risen­tono del grado di forza interna delle com­pa­gini sociali (per cui l’Occidente rischia grosso nel con­fronto con l’«altro mondo», in ver­ti­gi­nosa cre­scita, ricco di capi­tali e di risorse umane), dav­vero è pen­sa­bile tenere a bada società già avvezze alla demo­cra­zia sociale (in que­sto l’Europa si distin­gue dagli Stati uniti) a dispetto di una regres­sione ad assetti neo­feu­dali? Abbiamo detto che non si capi­sce la discus­sione eco­no­mica se non la si legge in chiave poli­tica. Ma è pro­prio un pro­blema poli­tico quello che le lea­der­ship neo­li­be­ri­ste sem­brano non porsi. Con­fer­mando tutta la distanza che corre tra gli sta­ti­sti e i politicanti.

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Ci vorrebbero un pianeta e mezzo ogni anno per rinnovare le risorse impiegate: “Di questo passo prima della metà di questo secolo bruceremo beni e servizi per i quali serviranno 2 pianeti”.

Ogni anno intorno alla metà di agosto suona il campanello d’allarme di Global Footprint Network, l’associazione che stima il giorno in cui finiamo le risorse ecologiche prodotte per l’anno intero, rappresentata in Italia per questa campagna da Rete civica italiana. Ed è oggi, 19 agosto, l’Earth Overshoot Day, il giorno in cui il fabbisogno umano di risorse eccede la capacità rigenerativa del pianeta: in otto mesi abbiamo consumato tutti i beni “a disposizione”, quindi da oggi fino alla fine dell’anno stiamo consumando oltre quanto ci potremmo permettere. Secondo i calcoli che Global Footprint Networkfaceva nel 2012, per rinnovare le risorse che bruciamo nel corso dei 12 mesi ci vorrebbe almeno un pianeta e mezzo: 

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(c) Faisal Al-Sudani

(c) Faisal Al-Sudani

È da un po’ di tempo che l’Iraq è diventato il protagonista della stampa mondiale,  da quando gli Yasidi e i cristiani sono diventati la mira dei “mostri” dell’ISIS. Ebbene, sono assolutamente irrequieto e preoccupato da quello che sta succedendo a queste due preziose minoranze della popolazione irachena. Il fatto che queste due minoranze stiano per essere sterminati, o che abbandonino il paese, è un crimine nei confronti dell’umanità, un disastro umano effettuato da quei “mostri”, ma è anche un impoverimento al paese. Perdere la differenza in un paese è perdere una parte importante della sua ricchezza umana. Per cui sono indignato, arrabbiato e anche provo vergogna in quello che sta succedendo oggi.
È noto a tutto il mondo quel che sta succedendo,  del genocidio nei confronti di queste due popolazioni, e lo schiavizzare e addirittura vendere le loro donne nei mercati, di obbligarli ad abbandonare le…

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Di BattistaGUERRE DI CARTA.

I MEDIA HANNO DERISO IL 5 STELLE SENZA CONOSCERNE GLI ARGOMENTI.

Ho pensato spesso al significato della parola “terrorismo”. Ci ho pensato quando ero in Afghanistan, in Iraq, in Palestina. Là dove si combattevano e si combattono le “Guerre al terrorismo”, quelle “giuste”, le nostre. Una sola risposta sono riuscito a darmi: terrorismo è uccidere persone inermi e innocenti. E là, in quei luoghi di orrore, erano vecchi, donne, bambini, tanti bambini quelli che vedevo dilaniati da missili, cluster bombs, e altre armi ad “alta tecnologia”.  Certo un bambino, una donna si possono uccidere anche con un semplice kalashnikov, facendosi saltare con un giubbotto riempito di  esplosivo o addirittura  con un coltellaccio. Ma qual è allora la differenza tra “guerra giusta” e terrorismo? Può essere determinata soltanto dal grado di sofisticatezza tecnologica delle armi con le quali si perpetrano massacri? Credo che sia demenziale…

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L’ULTIMA

Militarmente scorrette

Intervista. Un incontro con la sociologa Andrée Michel, madrina dell’appello per la creazione di un tribunale internazionale per la Repubblica Democratica del Congo, dove le donne sono «bottino di guerra»

Non ha mai smesso d’incoraggiare le donne a essere «cit­ta­dine mili­tar­mente scor­rette». Oggi, a 93 anni, Andrée Michel è una delle più attive madrine dell’appello per la crea­zione di un tri­bu­nale inter­na­zio­nale per la Repub­blica Demo­cra­tica del Congo (Rdc), dove dal 1996 più di 500mila donne sono vit­time di stu­pri «arma da guerra». Diret­trice ono­ra­ria del Cen­tro Nazio­nale di Ricerca Scien­ti­fica (Cnrs), è stata sin dagli anni ’50 una delle prin­ci­pali pio­niere tran­sal­pine della ricerca sociale sulla con­di­zione fem­mi­nile. Prima socio­loga in Fran­cia a fare del com­plesso mili­tare indu­striale (Cmi) occi­den­tale il suo campo d’indagine, le sue ana­lisi hanno susci­tato grande inte­resse nei movi­menti fem­mi­ni­sti e anti­mi­li­ta­ri­sti inter­na­zio­nali, e restano di grande attua­lità, offrendo chiavi essen­ziali per com­pren­dere lo stato di guerra per­ma­nente contemporaneo.

PUÒ SPIE­GARE IL CON­CETTO DI COM­PLESSO MILI­TARE INDUSTRIALE?

Sono nata nel 1920 in una fami­glia molto col­pita dalla car­ne­fi­cina del ’14–18 — il fra­tello di mio padre è stato ucciso il primo giorno di guerra, men­tre mio padre, che aveva perso un brac­cio in bat­ta­glia, è stato pri­gio­niero dei tede­schi per quat­tro anni — nella mia infan­zia non si par­lava d’altro. Visti poi gli effetti della seconda guerra mon­diale e dei diversi con­flitti della Fran­cia per con­ser­vare l’impero colo­niale (Indo­cina, Alge­ria, ecc.), e non avendo mai sepa­rato le mie ricer­che da quello che vivevo, con­si­de­ravo che la teo­ria fem­mi­ni­sta dovesse ana­liz­zare la società patriar­cale anche sotto il suo aspetto mili­tare. Ma la socio­lo­gia della guerra non esi­steva in Fran­cia: all’inizio, mi sono state utili le ricer­che di alcune uni­ver­sità sta­tu­ni­tensi che ave­vano stu­diato il com­plesso mili­tare indu­striale del loro paese, nato dall’alleanza tra i grandi indu­striali dell’armamento e gli alti diri­genti dell’esercito, il cui potere si era for­te­mente con­so­li­dato pro­prio con la seconda guerra mon­diale. Per raf­for­zarsi ulte­rior­mente occor­reva loro un nuovo nemico e l’Urss è stato il primo di una lunga serie di alleati ricon­ver­titi in que­sto ruolo. Durante la seconda guerra mon­diale era alleato degli Usa, i quali temendo l’estendersi della sua influenza sull’Europa, che loro stessi inten­de­vano domi­nare, ne hanno fatto il nemico n. 1 di quella Guerra Fredda che ha riem­pito gli arse­nali ato­mici ad est ed ovest del muro di Ber­lino. Mal­grado già all’epoca dell’installazione dei Per­shing in Ger­ma­nia, dei mili­tari d’alto rango fran­cesi qua­li­fi­cas­sero la minac­cia dell’invasione sovie­tica in Europa come una mon­ta­tura per giu­sti­fi­care spese colos­sali per armi di cui non si aveva alcun biso­gno, tutti i governi ci hanno cre­duto. Le spese mili­tari con­se­guenti hanno raf­for­zato ulte­rior­mente i prin­ci­pali Cmi occi­den­tali e con­tri­buito alla rovina eco­no­mica dell’Urss e alla sua dissoluzione.

Oggi gli inter­venti mili­tari ven­gono giu­sti­fi­cati in nome della difesa della demo­cra­zia e della popo­la­zione civile…

Tanto il Pen­ta­gno che il mini­stero della difesa hanno ser­vizi spe­ciali molto effi­caci nel for­nire gli argo­menti neces­sari a far accet­tare all’opinione pub­blica le spese e gli inter­venti mili­tari. L’attuale mis­sione in Africa Cen­trale, che è un’occasione d’oro per l’industria mili­tare fran­cese, per la quale era urgente «tro­vare nuovi mer­cati di espor­ta­zione», è stata evi­den­te­mente media­tiz­zato come difesa della demo­cra­zia e per ragioni uma­ni­ta­rie. Die­tro que­sti nobili para­venti delle guerre con­tem­po­ra­nee, si celano obiet­tivi meno pre­sen­ta­bili che, oltre ai pro­fitti gigan­te­schi per i Cmi, inclu­dono quello d’impadronirsi delle risorse e mate­rie prime di quei paesi. Men­tre nei nostri le spese mili­tari con­ti­nuano a sot­trarre ingenti risorse pub­bli­che ai ser­vizi essen­ziali per la popolazione.

Lei ha stu­diato par­ti­co­lar­mente il Cmi fran­cese, qual è la sua specificità?

La Fran­cia segue lo stesso modello degli altri Cmi del pia­neta che, va ricor­dato, oltre ai mili­tari e gli indu­striali, inclu­dono le ban­che, i labo­ra­tori scien­ti­fici che ela­bo­rano nuovi sistemi d’arma, i par­titi poli­tici e i mass-media. Ma a dif­fe­renza di altri, la Fran­cia è una nazione con più di mille anni di sto­ria mili­tare, anzi lo stesso modello mili­tare ha ispi­rato lo stato fran­cese, con a capo un potente monarca, inteso in senso pro­prio o in senso repub­bli­cano di pre­si­dente, che limita il potere del par­la­mento rispetto al governo. Il che faci­lita le cose per il Cmi dato che riduce dra­sti­ca­mente il numero di per­sone da influen­zare per otte­nere una poli­tica con­sona ai suoi inte­ressi. Nello stesso tempo, viste le sue risorse finan­zia­rie, il Cmi agi­sce anche a livello ideo­lo­gico e cul­tu­rale: per fare solo un esem­pio, i grandi indu­striali dell’armamento hanno acqui­stato case edi­trici, rivi­ste, gior­nali, canali tele­vi­sivi, arri­vando sem­pre più a neu­tra­liz­zare il dis­senso. Lo stesso vale per la mag­gior parte delle fem­mi­ni­ste, con­tra­ria­mente ai paesi anglos­sas­soni, dove l’analisi delle donne ha pro­dotto impor­tan­tis­sime rifles­sioni sul legame essen­ziale tra fem­mi­ni­smo e antimilitarimo.

Ha defi­nito il Cmi « una for­ma­zione sociale aggra­vata del patriar­cato». in che senso?

La mili­ta­riz­za­zione raf­forza e con­so­lida a tutti i livelli il domi­nio patriar­cale. Per fun­zio­nare il sistema mili­tare neces­sita della sot­to­mis­sione degli uomini, che devono obbe­dienza asso­luta alla gerar­chia. Per­ché que­sti accet­tino la loro stru­men­ta­liz­za­zione, si per­mette loro di stru­men­ta­liz­zare le donne. Nei paesi dove da decenni ven­gono «espor­tate» le guerre, le basi e gli inter­venti mili­tari dei Cmi occi­den­tali, si con­cre­tizza nella pro­sti­tu­zione for­zata, negli stu­pri e nei fem­mi­ni­cidi, pra­ti­che tol­le­rate quando non auto­riz­zate uffi­cial­mente. Nella Repub­blica Demo­cra­tica del Congo, da anni le donne ven­gono siste­ma­ti­ca­mente vio­len­tate, tor­tu­rate, e uccise. L’obiettivo è trau­ma­tiz­zare la popo­la­zione locale e for­zarla all’esodo per sgom­be­rare il loro ter­ri­to­rio e per­met­tere a certi capi di stato afri­cani, e alle potenze occi­den­dali che li sosten­gono, di impa­dro­nirsi delle ric­chezze del sot­to­suolo. È per met­tere fine all’impunità di que­sti cri­mini che chie­diamo all’Onu l’istituzione di un tri­bu­nale penale inter­na­zio­nale per la Rdc che suc­ceda a quello del Ruanda in chiu­sura alla fine di quest’anno.

Nella sua ana­lisi lei evi­den­zia come la vio­lenza sulle donne venga «reim­por­tata» nei paesi occi­den­tali attra­verso i sol­dati tor­nati dal fronte.

Diverse ricer­che hanno dimo­strato che gli uomini che sono stati in guerra ten­dono a diven­tare più vio­lenti al loro ritorno nella vita civile. Dalle donne serbe, i cui mariti rien­tra­vano dai com­bat­ti­menti in Croa­zia e in Bosnia, alle irlan­desi sia di parte pro­te­stante che cat­to­lica, tutte hanno testi­mo­niato dell’apparizione di com­por­ta­menti vio­lenti e bru­tali da parte dei loro con­giunti di ritorno dalle ope­ra­zioni mili­tari. Ma c’è di più. Eser­ci­tare un’identità da adulto per un cit­ta­dino di una società mili­ta­riz­zata come la nostra signi­fi­che­rebbe porre il pro­blema delle spese mili­tari e delle guerre con una men­ta­lità respon­sa­bile, inter­ro­gare le auto­rità, opporsi, for­mare dei movi­menti per evi­tare i con­flitti armati e sra­di­care la vio­lenza. Ma la mag­gior parte degli uomini non lo fa, non solo per­ché sono socia­liz­zati fin dall’infanzia alla vio­lenza, ma anche per­ché si per­mette loro di domi­nare le donne. Il fem­mi­ni­smo ha fatto molto, ma la mili­ta­riz­za­zione impe­rante con­ti­nua a favo­rire la loro stru­men­ta­liz­za­zione come oggetti sessuali

Lei rimette anche in discus­sione il dogma secondo il quale la spesa mili­tare favo­ri­rebbe la cre­scita eco­no­mica e au

men­te­rebbe l’occupazione.

Ricer­che di eco­no­mi­sti Onu e indi­pen­denti dimo­strano che la cre­scita eco­no­mica è inver­sa­mente pro­por­zio­nale alle spese mili­tari, meno gene­ra­trici di occu­pa­zione di altre spese pub­bli­che, in estrema sin­tesi più aumenta la spesa mili­tare tanto più cre­sce la disoc­cu­pa­zione, quella fem­mi­nile in pri­mis. Ora, quando la classe domi­nante vuole inde­bo­lire il potere di nego­zia­zione della classe domi­nata, non c’è niente di più effi­cace del ridurre l’occupazione, dato che la paura di per­dere il posto por­terà i lavo­ra­tori e i loro rap­pre­sen­tanti ad accet­tare il restrin­gi­mento dei loro diritti.
Del resto, nella nuova divi­sione inter­na­zio­nale del lavoro, che ha gli stessi effetti e per­mette alle mul­ti­na­zio­nali di mas­si­miz­zare i pro­fitti con le delo­ca­liz­za­zioni, la vio­lenza mili­tare è onni­pre­sente tanto per repri­mere le rivolte dei con­ta­dini e ope­rai locali, che da noi quelle dei lavo­ra­tori che si ribel­lano. Que­sto «nuovo corso» dell’economia mon­diale, assi­cu­rato dai Cmi e dal capi­ta­li­smo finan­zia­rio, gene­rato dai gigan­te­schi pro­fitti accu­mu­lati dai grandi indu­striali dell’armamento e delle ban­che, resta sal­da­mente patriar­cale con moda­lità che vanno dallo sfrut­ta­mento inten­sivo delle ope­raie nelle «fab­bri­che glo­bali» alla crea­zione espo­nen­ziale e con­se­guente di nuove povere nei paesi indu­stria­liz­zati, pas­sando per la mise­ria che si pro­paga a tutte le donne del terzo mondo, visto l’indebitamento dei loro governi per la corsa al riarmo.

La Fran­cia è stata la prima delle cin­que grandi potenze nucleari ad avere una mini­stra delle difesa nel 2002, da allora in diversi paesi euro­pei il numero delle mini­stre della difesa è in cre­scita. Cosa cam­bia con l’arrivo di que­ste donne nelle stanze dei bottoni?

Nella sostanza nulla: il potere è ancora sal­da­mente nelle mani degli uomini del Cmi che con­ti­nuano a sce­gliere i migliori e adesso anche le migliori per i loro inte­ressi. La sicu­rezza reale richiede invece una poli­tica di giu­sti­zia sociale e inter­na­zio­nale e di abban­do­nare il para­digma della vio­lenza mili­tare come mezzo per risol­vere i conflitti.

Come giu­dica la situa­zione attuale?

Molto grave. La mili­ta­riz­za­zione delle nostre società ha assunto livelli mai visti, non ultimo il sistema di spio­nag­gio uni­ver­sale orga­niz­zato dalla Nsa. Arro­garsi il diritto di sor­ve­gliare tutti i cit­ta­dini del pia­neta è una dimo­stra­zione di forza del nuovo ordine mon­diale che non ammette altri modi di riso­lu­zione dei con­flitti al di fuori della vio­lenza mili­tare. Non è quindi un caso che la corsa al riarmo sia di nuovo in piena ascesa, soprat­tutto nel «terzo mondo». Chi arriva alla testa di quei paesi ha inte­rio­riz­zato il prin­ci­pio che per con­qui­stare e con­ser­vare il potere occor­rono le armi. Men­tre in tutte le cul­ture tra­di­zio­nali si era sem­pre pra­ti­cata la nego­zia­zione per evi­tare la guerra, come le pala­bres sotto i grandi alberi nei vil­laggi afri­cani, dove le discus­sioni si pro­trae­vano il tempo neces­sa­rio a tro­vare un accordo. Il colo­nia­li­smo ha spaz­zato via tutto questo.

Quali sono allora i prin­cipi guida delle «cit­ta­dine mili­tar­mente scorrette»?

Per cam­biare la società biso­gna par­tire da sé, com­por­tarsi con coe­renza, e cer­care solu­zioni dav­vero umane e demo­cra­ti­che. Quando i poli­tici pro­cla­mano la neces­sità d’intervenire mili­tar­mente in un altro paese per­ché la demo­cra­zia o i diritti umani sono in peri­colo, biso­gna mobi­liz­zarsi e tutto il pos­si­bile per­ché la nego­zia­zione sia ante­po­sta all’intervento mili­tare. Non si parte da zero, ma da quello che è già stato con­qui­stato in diritto inter­na­zio­nale, come la Carta delle Nazioni Unite che, se venisse appli­cata, sarebbe già un grande passo avanti.

 
 

18 ago 2014

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Si è irrigidita ulteriormente la posizione israeliana. Anche Hamas ribadisce le sue condizioni ma in casa palestinese ormai non si parla più ad una sola voce. Abu Mazen vuole accogliere la proposta egiziana di cessate il fuoco

Macerie a Beit Lahiya (Foto: Khalil Hamra/AP)

AGGIORNAMENTI

ORE 11 Oltre 2000 i palestinesi uccisi dall’offensiva israeliana “Margine Protettivo”

Il numero di palestinesi uccisi dall’inizio dell’offensiva “Margine Protettivo” contro Gaza ora supera i 2.000, secondo i calcoli fatta dall’agenzia di stampa al-Ray. I morti accertati sono 2.016, mentre i feriti sono stimati in 10.193. La maggior parte degli uccisi – sottolinea l’agenzia – sono bambini, donne e anziani. Altre fonti, come le Nazioni Unite, riferiscono un bilancio leggermente inferiore. Israele da parte sua afferma che circa la metà dei morti palestinesi sarebbero combattenti di Hamas e di altre formazioni armate. Una versione seccamente smentita dai palestinesi.

ORE 9.30 Conferenza donatori dopo tregua duratura

Il governo norvegese ha annunciato che i paesi donatori si riuniranno al Cairo per finanziare la ricostruzione di Gaza quando sarà raggiunto un cessate il fuoco duraturo tra Israele e i palestinesi.    I fondi raccolti saranno versati al presidente dell’Autorità nazionale palestinese Abu
Mazen, ha precisato Boerge Brende, il ministro degli esteri norvegese, che presiede il comitato di coordinamento degli aiuti internazionali.

———————————————————————————————————————————————————————– redazione

Gerusalemme, 18 agosto 2014, Nena News  – A mezzanotte termina la tregua di cinque giorni e nessuno – ne’ i dirigenti israeliani ne’ i palestinesi – sanno dire se subito dopo a Gaza riprenderanno i bombardamenti israeliani e i lanci di razzi o se un nuovo cessate il fuoco consentirà la continuazione delle trattative al Cairo. Al momento il governo del premier Netanyahu e il movimento islamico Hamas sembrano escludere la possibilità di un accordo sulla base dell’ultima proposta presentata alle parti dall’Egitto.

Ieri Netanyahu ha avvertito che Hamas ”non può sperare di compensare una sconfitta militare con un successo politico”. E ha ribadito che il suo governo respingerà ogni proposta che non tenga nel dovuto conto gli interessi di sicurezza di Israele, in evidente riferimento alla richiesta israeliana del “disarmo completo di Gaza”.

Immediata la replica del portavoce di Hamas, Sami Abu Zuhri, che ha negato “l’indebolimento” del movimento islamico e ha previsto nuovi combattimenti, questa volta ad Ashqelon, ossia in territorio israeliano. Un alto dirigente di Hamas, Musa Abu Marzouq, ha  detto che l’irrigidimento di Israele riporta tutto il negoziato “al punto di partenza”. Abu Marzouq ha escluso un ulteriore prolungamento della tregua alla mezzanotte.

Da Gerusalemme fanno sapere che l’esercito è pronto a sferrare un nuovo durissimo attacco. E’ già stato dato l’ordine di sospendere da oggi i collegamenti ferroviari tra Ashqelon e Sderot, vicino a Gaza,  dove si attendono lanci di razzi palestinesi.  Il ministro per le questioni strategiche Yuval Steinitz ha escluso categoricamente che Israele possa accogliere la richiesta di Hamas per la costruzione di un porto a Gaza che, a suo dire, diventerebbe un “duty-free per i missili iraniani”.

Presto andrà al Cairo il presidente palestinese Abu Mazen che esorta le parti di accettare la proposta egiziana. Il leader dell’Anp è il più interessato a un accordo immediato di cessate il fuoco, anche se saranno accolte ben poche delle richieste presentate dai palestinesi. Il piano egiziano prevede che  siano proprio le sue forze a prendere il controllo dei valichi (sul versante palestinese) con Israele e l’Egitto, e a monitorare l’ingresso e la distribuzione degli aiuti alla popolazione e dei materiali necessari per la ricostruzione.

  Al momento la prospettiva più concreta è la ripresa della guerra di attrito tra Israele e Hamas vista nei giorni scorsi tra una tregua e l’altra. Nena News

 
 
 
 
 

MOSTRA “HEREROS”, I SEGRETI DELL’ANCESTRALE POPOLO AFRICANO SVELATI DALLE FOTO DI SERGIO GUERRA

Sessanta immagini fotografiche sul gruppo etnico più antico dell’Africa dal 4 luglio al 28 settembre a Palazzo Medici Riccardi

mostra hereros

Fautore della più completa raccolta di immagini sulla cultura angolana, il rinomato fotografo e pubblicitario Sérgio Guerraespone a Firenze gli aspetti peculiari degli Herero, il gruppo etnico più antico dell’Africa. La mostra “Hereros“, in programma dal 4 luglio al 28 settembre 2014 nella Galleria delle Carrozze di Palazzo Medici Riccardi, è composta da oltre 60 foto di grande formato corredate da una scenografia ricca di costumi, ornamenti, oggetti di uso tradizionale e rituale di questa etnia, offrendo un variegato e colorato collage sul loro stile di vita e sulle loro usanze. In questa occasione vengono anche presentate testimonianze filmate di uomini, donne e giovani Herero che immergono lo spettatore nell’universo di questo gruppo etnico di pastori seminomadi, un esempio di forza e di impegno nel voler salvare un’economia e una cultura ancestrale minacciata dal rapido processo di modernizzazione e occidentalizzazione dei paesi del Continente Nero, e nel voler rimediare alla devastazione causata dalla guerra civile che ha colpito il paese per decenni. Attraverso un’ampia iconografia, oggetti tipici, documenti multimediali riguardanti le tradizioni e i rituali degli Herero, la mostra contribuisce alla conoscenza di un mondo che non esiste più.

Nell’ambito del rapporto di amicizia e collaborazione culturale che da alcuni anni lega le Province di Firenze e Valencia, la Deputacio de Valencia propone questa interessante mostra fotografica con un percorso artistico che rappresenta un impegno sociale, un gesto di denuncia per portare all’attenzione dell’opinione pubblica la tragica storia di questo antico popolo africano.

INAUGURAZIONE GIOVEDì 4 LUGLIO ORE 17,30

GLI HERERO appartengono al gruppo etnico Bantu che si dedica alla pastorizia seminomade in una zona dell’Africa fra la Namibia, l’Angola e il Botsuana. Giunsero nel XV secolo nella regione che attualmente occupa l’Angola e si stabilirono nelle province di Cunene e Namibe a sud-ovest del Paese. La loro vita culturale gira soprattutto attorno all’allevamento del bestiame. In Angola, durante tutta la prima metà del ventesimo secolo, gli Herero furono perseguitati dalle autorità coloniali, In Namibia subirono la schiavitù e si opposero alla dominazione germanica, divenendo vittime di uno dei più grandi genocidi della storia. Nel 1904 il generale Lothar von Trotha emise un “ordine di sterminio”, a causa del quale venne soppresso circa l’80% della popolazione Herero. 

Per conoscere un po’ meglio il modo di vita dell’etnia, Guerra visse un periodo di tempo all’interno della comunità, osservando le loro pratiche quotidiane. Un popolo sopravvissuto alla persecuzione e all’esilio che ha avuto la forza di recuperare le sue tradizioni ancestrali.

L’AUTORE

Fotografo, pubblicitario e produttore culturale, Sérgio Guerra è nato a Recife, ha vissuto a San Paolo e a Rio de Janeiro fino agli anni 80 quando si è stabilito a Bahia. Dal 1998 ha vissuto fra Salvador, Rio de Janeiro e Luanda, dove porta avanti un programma di comunicazione per il Governo dell’Angola. Nei suoi frequenti viaggi per tutto il paese, è stato testimone di momenti cruciali della lotta per la pace e per la ricostruzione, consentendogli di raccogliere uno dei fondi fotografici più importati sulle 18 province angolane. 

Mostra a ingresso libero, tutti i giorni, dalle 9 alle 19, escluso il mercoledì.

 www.provincia.fi.it

 

 
 

—  Michele Giorgio, GERUSALEMME, 11.8.2014

Tiene la nuova tre­gua di 72 ore scat­tata a mez­za­notte tra dome­nica e lunedì e al Cairo ieri sono giunti anche i dele­gati del governo Neta­nyahu. E’ per­ciò ripar­tito il nego­ziato indi­retto, con la media­zione degli egi­ziani, per un accordo di ces­sate il fuoco per­ma­nente. Senza grandi pos­si­bi­lità di suc­cesso in verità. In Israele tanti invo­cano l’escalation dell’offensiva mili­tare che pure ha già ucciso circa 2000 pale­sti­nesi, per 2/3 civili, e una ses­san­tina di sol­dati. E pro­prio intorno ai sol­dati entrati in mese scorso a Gaza cre­sce il mito di “Mar­gine Pro­tet­tivo”. A tal punto che va a ruba per­sino lo sperma dei mili­tari delle unità di com­bat­ti­mento. L’Ospedale Ram­bam di Haifa ha comu­ni­cato che da quando è comin­ciata la “nuova guerra” con­tro Gaza, un numero cre­scente di donne che si rivol­gono alla banca del seme fa richie­sta di dona­tori con un back­ground di com­bat­tenti. Sperma guer­riero per avere figli più forti. D’altronde lo stesso ospe­dale per­mette alle donne che desi­de­rano un bam­bino di poter sce­gliere un dona­tore con un pas­sato nelle unità scelte dell’Esercito.

«Il ser­vi­zio mili­tare rac­conta qual­cosa della per­sona», ha spie­gato al sito Ynet Dina Amin­pour, respon­sa­bile della banca del seme del Ram­bam Hospi­tal, «un uomo che ha ser­vito in un ruolo di com­bat­ti­mento ha una forte costi­tu­zione fisica che con­ferma le aspi­ra­zioni gene­ti­che delle donne (che vogliono un figlio, ndr)». Amin­pour ha aggiunto che una ses­san­tina di israe­liane si rivol­gono ogni mese alla banca del seme dell’ospedale. Negli ultimi giorni addi­rit­tura la metà ha chie­sto dona­tori con un pas­sato di com­bat­tente nell’Esercito, un requi­sito dive­nuto impor­tante come l’altezza e il livello di istruzione.

Al Cairo invece si decide della qua­lità della vita futura dei neo­nati di Gaza e del diritto di bam­bini e adulti di vivere una esi­stenza in dignità e libertà e non più in una pri­gione a cielo aperto. E’ una richie­sta di tutta la popo­la­zione che le varie forze poli­ti­che, quindi non solo Hamas, che com­pon­gono la dele­ga­zione pale­sti­nese hanno posto sul tavolo dei media­tori egi­ziani. Israele da parte sua insi­ste per la smi­li­ta­riz­za­zione della Stri­scia. Punti su cui entrambe le parti non inten­dono cedere. Dome­nica sera da Doha il lea­der dell’ufficio poli­tico di Hamas, Kha­led Meshaal, ha detto che una tre­gua dura­tura deve por­tare alla revoca del blocco alla Stri­scia di Gaza. Il ces­sate il fuoco di 72 ore rag­giunto  con Israele — ha spie­gato Meshaal all’agenzia Afp — «è uno dei mezzi o delle tat­ti­che desti­nate alla riu­scita dei nego­ziati o alla distri­bu­zione degli aiuti uma­ni­tari. Il nostro obiet­tivo è che le richie­ste pale­sti­nesi siano sod­di­sfatte e che la Stri­scia viva senza blocco». Un’intervista alla quale il governo Neta­nyahu ha rispo­sto con le dichia­ra­zioni del mini­stro per la sicu­rezza interna Yitz­hak Aha­ro­no­vich. «C’è poca spe­ranza di rag­giun­gere un accordo. Ci vor­rebbe un mago – ha com­men­tato il mini­stro — A mio giu­di­zio alla fine delle 72 ore si tor­nerà ai com­bat­ti­menti e Israele deve pen­sare al pas­sag­gio successivo».

L’incubo della ripresa della “guerra di attrito” vista negli ultimi giorni (almeno 15 morti tra i pale­sti­nesi, gran parte dei quali civili) o di una nuova pesante esca­la­tion mili­tare, grava sulla Stri­scia di Gaza men­tre le orga­niz­za­zioni uma­ni­ta­rie con­ti­nuano la distri­bu­zione agli sfol­lati. Tante fami­glie, appro­fit­tando della tre­gua, ieri sono tor­nate a casa. Ma chi la casa l’ha per­duta nei deva­stanti bom­bar­da­menti del mese scorso – circa 80mila per­sone, secondo fonti locali – non può fare altro che vivere nelle scuole dell’Unrwa.

Fio­ri­scono nel frat­tempo le ini­zia­tive inter­na­zio­nali a soste­gno dei pale­sti­nesi di Gaza e dei loro diritti. L’Ong turca IHH ha comu­ni­cato ieri di volere orga­niz­zare un nuovo con­vo­glio navale per rom­pere il blocco di Gaza attuato da Israele. La IHH aveva orga­niz­zato assieme alla Free­dom Flo­tilla la spe­di­zione del mag­gio 2010, bloc­cata in acque inter­na­zio­nali l’arrembaggio dai com­mando israe­liani saliti a bordo della nave Mavi Mar­mara (9 atti­vi­sti uccisi). Un assalto che aveva pro­vo­cato il gelo nelle rela­zioni fra Tel Aviv e Ankara che dura ancora oggi nono­stante un ten­ta­tivo di ricon­ci­lia­zione mediato l’anno scorso da Washing­ton, che aveva por­tato alle scuse di Israele e all’avvio di una trat­ta­tiva sull’indennizzo delle fami­glie delle vittime.

L’Associazione della stampa estera in Israele e nei Ter­ri­tori pale­sti­nesi occu­pati (Fpa), intanto pro­te­sta per i metodi che descrive come «poco orto­dossi» usati dalle auto­rità di Hamas e dai loro rap­pre­sen­tanti nei con­fronti dei gior­na­li­sti inter­na­zio­nali lo scorso mese a Gaza. «In molti casi – dice la Fpa — gior­na­li­sti stra­nieri sono stati mole­stati, minac­ciati o inter­ro­gati su sto­rie o infor­ma­zioni ripor­tate nei loro media o sui social media». La Fpa afferma di aver appreso che Hamas sta­rebbe cer­cando di met­tere in piedi una pro­ce­dura di ‘valu­ta­zione’ per sche­dare alcuni giornalisti.

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