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Sei domande sul sesso, le risposte degli uomini in un libro. Presentazioni in corso.

“Che cosa è per te la sessualità?” Non è una domanda facile, specialmente se è solo la prima, se è rivolta agli uomini e se chi la pone è una donna, la giornalista e formatrice femminista Monica Lanfranco. Circa un anno fa, Lanfranco decide di seguire l’esempio di una collega inglese (la collaboratrice del Guardian Laurie Penny) e di porre sei domande agli uomini sulla loro sessualità, attraverso il suo blog sul sito del Fatto Quotidiano. Come nel caso inglese, le risposte fioccano. E ora sono diventate un libro: Uomini che odiano amano le donne – virilità, sesso, violenza: la parola ai maschi (Marea Edizioni), che viene presentato a Bologna, mercoledì 22 maggio, alle 18 alla Biblioteca Italiana delle Donne Via Piombo 5. Sandro Bellassai e Marco Trotta dialogano con l’autrice. Il libro viene presentato anche in altre città: qui il calendario completo.

Dal sito di Monica Lanfranco: “Obiettivo di questa raccolta è quello (anche) di suscitare emozioni, oltre che dibattito e dare voce ad un’altra parte maschile, diversa rispetto a quella tragicamente presente nella cronaca nera o nella ordinaria violenta e ottusa rappresentazione televisiva dei maschi mediatici. (…) È la testimonianza dell’’esistenza di voci di uomini connotate da curiosità, voglia di capire e comunicare.”

A quest’ultima frase, molti degli uomini che seguono NoiNo.org potrebbero battere “Perché, lo metteva in dubbio?” Ma il contesto in cui nasce il libro è quello della cultura “di genere”, quindi femminile/femminista, per cui un repertorio simile è piuttosto inedito. Anche perché esperienze analoghe condotte in campo maschile si contano sulle dita di una mano. Ma il libro non manca di darne conto, con gli interventi di tre attivisti delle reti di uomini italiani: Francesco Pivetta, insegnante e terapeuta; Mario Fatibene del Cerchio degli uomini e Beppe Pavan, di Uomini in cammino. Naturalmente, a scorrere sul blog di Monica Lanfranco le risposte degli utenti, molte sono ben più che semplicemente piccate. Ma per sua natura il web 2.0 incanala le espressioni di protesta e frustrazione (nel nostro piccolo ne sappiamo qualcosa anche noi).

A questo punto, sarete tutti curiosi di sapere quali sono le altre domande: le riportiamo tutte qui.

E se stessimo al gioco e provassimo a rispondere anche noi?

1) Che cosa è per te la sessualità?

2) Pensi che la violenza sia una componente della sessualità maschile più che di quella femminile?

3) Cosa provi quando leggi di uomini che violentano le donne?

4) Ti senti coinvolto, e come, quando si parla di calo del desiderio?

5) Essere virile: che significa?

6) La pornografia influisce, e come, sulla tua sessualità?

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L'amore fa soffrire. O almeno così ci hanno sempre detto.

La notizia che Rosaria, la ragazza di Macerata Campania ricoverata per l'asportazione della milza in seguito alle percosse del compagno, voglia ritirare la denuncia, ha fatto il giro del web.

Una scelta che appare incomprensibile. Anzi per alcun* quella di Rosaria non può essere nemmeno considerata una scelta.
La maggior parte degli articoli che riportano la notizia lo fanno cercando di far apparire Rosaria incapace di intendere e di volere.

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E' accaduto ieri, in provincia di Padova.

Un uomo di 48 anni ha tentato di strangolare la moglie con una corda. La figlia, una ragazzina di 11 anni, è accorsa in aiuto della mamma ed il padre ha così tentato di dirigere la sua violenza anche sulla bambina.

Per fortuna le due donne non hanno riportato gravi ferite, mentre l'uomo, dopo le violenze dirette alla moglie e alla figlia, ha cercato di uccidersi conficcandosi un coltello nella pancia.

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#tisaluto.

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Questo è stato un fine settimana insanguinato, a Napoli.

Sangue sgorgato a causa di violenze in famiglia.

Ma è anche un fine settimana di "follie" giudiziarie.

Sabato 18 maggio un uomo di 32 anni, difende la madre, da anni oggetto di violenza da parte del padre e ridotta per questo in condizioni di salute precarie, e si trova sottoposto a processo per direttissima…

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megachip.globalist.it | La crisi europea: il sonno prima della rapina.#.UZZlauNtHEw.facebook#.UZZlauNtHEw.facebook#.UZZlauNtHEw.facebook.

QUAL E’ LA TUA IMPRONTA COGNITIVA?

In questo periodo si è parlato spesso di inquinamento cognitivo. Ne hanno discusso i pubblicitari dell’ADCI che hanno recentemente lanciato una campagna e una petizione contro la pubblicità sessista, e ne parlano da tempo diverse/i attiviste/i in rete.
L’idea che sta alla base del concetto a mio avviso è molto semplice: si può inquinare a livello fisico ma si può inquinare anche a livello mentale. Con i messaggi che si diffondono, per esempio. Perché ci sono cose che fanno male se assunte in grande quantità nel corpo e cose che fanno male se assunte nella testa.
Parliamo, ad esempio, di reiterati messaggi e immagini razziste, sessiste, offensive, umilianti e di tutto ciò che, se diffuso, contribuisce a produrre sottocultura provocando un generale imbruttimento del pensiero terrestre e influenzando negativamente le generazioni future.

Dunque, mi chiedo, se esiste un inquinamento che non è solo ambientale ma anche cognitivo, perché non dovrebbe esistere altresì un’impronta cognitiva?
Proprio come quella ecologica, l’impronta cognitiva rappresenterebbe il nostro impatto culturale terrestre, sia esso positivo che negativo. Impossibile, forse, da misurare, ma applicabile, questo sì, come riferimento personale.
Molti strumenti per aiutarci a gestire la nostra impronta cognitiva esistono già: dai codici deontologici per i professionisti ai consigli sul “Parlare civile” per tutti (è appena uscito un bellissimo libro a cura di Redattore Sociale con questo titolo che ho appena cominciato a leggere) e a tutte quelle preziose indicazioni su come essere noi stessi senza mancare di rispetto a qualcuno/a. Un’utile risorsa sono spesso i blog, come ad esempio Invisibili del Corriere della sera che mi ha aiutato a capire come relazionarmi con rispetto al tema della disabilità o il sito dell’Accademia della Crusca che mi ha dato indicazioni su come usare il linguaggio in modo non sessista. Insomma, di spunti in rete ce ne sono tanti per chi ha voglia di informarsi. Uno su tutti resta il dialogo con l’altro/a che a volte (non sempre) può aiutarci a capire che forse quello che abbiamo appena pubblicato potrebbe aver inavvertitamente offeso qualcuno.
Posto infatti che ogni brand dovrebbe assumersi la responsabilità dei messaggi che

diffonde attraverso la propria comunicazione commerciale, e posto che dovrebbero farlo anche tutti gli operatori della comunicazione (dalle testate informative ai programmi televisivi), perché mai noi dovremmo esimerci dal porre la medesima attenzione nella nostra comunicazione pubblica? Il discorso ha un senso se pensiamo che, nell’epoca digitale, ogni nostro messaggio pubblico (sia esso un tweet o un commento su una pagina facebook pubblica o un’immagine su una bacheca pubblica di pinterest) potenzialmente può diventare un messaggio visto e condiviso da chiunque, in qualsiasi quantità. Penso, in particolare, ai cosidetti influencer della Rete che, come numero di fan, spesso non hanno nulla da invidiare a quello di grandi brand o che addirittura talvolta rappresentano essi stessi un brand.

Certo, si potrebbe obiettare che ciò che molti di noi diffondono in Rete non ha scopi commerciali e che pertanto noi non sfruttiamo l’immagine delle persone o non le sviliamo per guadagnarci qualcosa, ma può essere ciò sufficiente ad esimerci dal porre attenzione ai messaggi che veicoliamo? Io penso di no, perché un messaggio può essere svilente a prescindere del fatto che lo si usi o meno per vendere qualcosa.

Molte persone, per esempio, credono che diffondere pubblicamente messaggi o immagini che contribuiscono a rafforzare stereotipi di genere sia tutto sommato innocuo nel mare magnum dell’informazione condivisa dimenticandosi che tante gocce nel mare compongono l’oceano digitale. Il web non è però qualcosa di astratto. Il web siamo noi. Sono le nostre immagini, le nostre parole, le nostre informazioni pubbliche condivise che, a differenza delle chiacchiere de visu o private, permangono nel tempo. La cultura digitale siamo noi. Sarebbe ora che ognuno facesse la propria parte e si assumesse la responsabilità del suo comportamento e della sua cosiddetta impronta cognitiva all’interno del web.
Siamo tutti dei potenziali media nell’era digitale. Tanto maggiore sarà la nostra influenza, tanto più grande la nostra responsabilità.

Vi sembrano discorsi assurdi? Troppo severi? Rigidi? Estremisti? Beh ma non dicevano, in fondo, le medesime cose anche dei primi ecologisti? Per fortuna, però, poi la coscienza ambientalista si è diffusa nella mentalità comune come atteggiamento di buon senso e di salvaguardia del pianeta. Chissà, forse noi oggi che discutiamo di questi temi siamo questo: i pionieri e le pioniere della coscienza cognitiva nell’era digitale. Magari ancora non sappiamo esattamente come risolvere il problema, ma quantomeno, il problema, ce lo poniamo.
 

Ribloggato da Triskel182:

C’È POCHISSIMO da scherzare e ancor meno da ironizzare sul fatto che il principale partner del governo Letta abbia aperto le porte di casa sua a giornalisti della sua rete tv ammiraglia per rifare il processo Ruby senza giudici, con se stesso in maglionicino blu al posto di Ilda Boccassini.

C’è poco da scherzare sul format di Canale 5 La guerra dei vent’anni, un ibrido fra Un giorno in pretura, una versione made in Arcore di Report (la versione padronale del concetto di inchiesta giornalistica) e una versione soap della…

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Ribloggato da Triskel182:

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Nella villa di Silvio Berlusconi ad Arcore funzionava “un sistema prostitutivo organizzato per il soddisfacimento sessuale di Silvio Berlusconi”. E Ruby “certamente” si prostituiva. Lo afferma il pm Ilda Boccassini nella requistoria al processo sul caso Ruby in corso a Milano. La requisitoria arriva dopo lo speciale andato in onda ieri su Canale 5, tutto rivolto a dimostrare l’innocenza del proprietario di Mediaset…

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