INTERVISTA – Anna Maria Merlo – PARIGI
Il rapporto Igas presentato da un gruppo di economisti al parlamento di Strasburgo propone una via diversa e opposta all’austherity per raggiungere gli stessi obiettivi fissati dalla Commisione Ue«Se la disoccupazione sale al 25% ci saranno rivolte tali che alcuni paesi potrebbero anche uscire dall’euro» «Per alcuni anni si può sospendere l’obbligo del deficit al 3% almeno per gli stati più in difficoltà»
Quattro anni dopo l’inizio della Grande Recessione, la zona euro resta in crisi, il pil è ancora al di sotto del livello pre-crisi. La disoccupazione batte i record: è all’11,6% e, se le politiche di austerità proseguiranno, nel 2013 si arriverà a 12 milioni di disoccupati nell’Unione europea e a 9 milioni nella sola zona euro. Di fronte a questa situazione drammatica la Commissione continua a riproporre le stesse ricette, senza mettersi in causa. Il pensiero unico domina, come se non ci fosse altra via d’uscita che ridurre deficit e debiti in tempi accelerati. Per rilanciare il dibattito tra i cittadini europei, un gruppo di economisti dell’Ofce (Osservatorio francese della congiuntura economica), dell’Economic Council of the Labour Movement di Copenhagen e dell’Institut für Makroökonomie di Düsseldorf ha redatto e presentato all’europarlamento il primo rapporto Igas (Independent Annual Growth Survey) che analizza la situazione, mette a fuoco le conseguenze delle politiche di austerità e propone un’alternativa per arrivare in miglior salute agli stessi obiettivi della Commissione: rientro del debito entro il 60% del pil in vent’anni (il testo e i grafici, molto chiari, sono sul sito: http://www.iags-project.org). Ne parliamo con l’economista Christophe Blot dell’Ofce. Quale è l’obiettivo del rapporto? Vogliamo inscrivere il dibattito e portarlo a livello europeo, perché bisogna guardare i risultati in faccia e riflettere su come agire diversamente. Perché con l’austerità in opera andiamo dritti al disastro senza peraltro risolvere il problema del debito. Voi contestate la diagnosi macroeconomica fatta dalla Commissione, starebbe uccidendo il malato con una cura da cavallo? Nel 2010 in vari paesi, Irlanda, Grecia, Spagna, sono stati varati dei piani di austerità. Nel 2011 questi piani si sono generalizzati e poi ampliati quest’anno. Nel 2013 si prevede di continuare nella stessa direzione. Da metà del 2011 l’effetto è stato il ritorno della recessione. Le prospettive di crescita sono negative. Non eravamo completamente usciti dalla crisi precedente e l’austerità ha creato una situazione ancora più precaria e una nuova recessione. La fiducia dei mercati non è tornata, i tassi di interesse per Spagna, Italia, Irlanda e Grecia restano alti. Cioè i mercati continuano a dubitare della stabilità degli stati, malgrado l’austerità. La cura non ha funzionato. La Commissione ha sottostimato gli effetti recessivi dell’austerità». A differenza dell’Fmi, che sembra stia facendo ammenda. In realtà sembra che ci siano due Fmi: uno dice che siamo andati troppo lontani con l’austerità, ma l’altro fa parte della troika che prescrive rimedi da cavallo. Comunque è significativo che l’Fmi dica: attenzione, siamo forse andati troppo lontano. Quale alternativa propone il vostro rapporto? Voi dite che puo’ essere attuata senza modificare i trattati esistenti nella Ue. Consideriamo che si possa conservare lo stesso obiettivo della Commissione: riduzione del peso del debito al 60% del pil in vent’anni. Lo si puo’ fare con minore recessione e più crescita, con un minore impatto sociale attraverso una consolidazione più dolce e ritardata. Bisognerebbe aspettare due-tre anni, per attuare un programma meno costoso e più efficace, con un minore impatto sull’occupazione. Quando la situazione è «fuori controllo» i trattati permettono di non rispettare l’obbligo del 3% di deficit massimo. Per i paesi in recessione, Spagna, Italia, Portogallo, Grecia, dovrebbe venire sospesa la regola del 3%. L’obiettivo dovrebbe venire dilatato nel tempo, per minimizzare l’impatto in termini di occupazione». Oggi per ristabilire la competitività ci dicono che bisogna ridurre i salari e limitare i diritti del lavoro. Ma il salario è l’elemento da cui dipende la domanda. Se si continua con l’aggiustamento del costo del lavoro si prosegue nella strategia depressiva. Non è credibile. La competitività è un fatto più complesso, che non si raggiunge con la riduzione del costo del lavoro, ma con l’innovazione, i legami tra le imprese e le banche, il posizionamento internazionale delle imprese, ecc. Negli anni Trenta era stata scelta la strada della riduzione dei salari e adesso non siamo ancora usciti da questo schema, che non ha funzionato allora e non funziona oggi. La competitività è una questione relativa: fino al 2007-2008 c’è stata divergenza in Europa, oggi assistiamo a una convergenza, ma verso il basso, attraverso la depressione dei salari. Il più basso salario possibile non è una soluzione per uscire dalla crisi sociale ed economica. L’obiettivo è salvare l’euro. Ma non rischiamo che l’Europa finisca per esplodere se la crisi sociale si aggrava in alcuni paesi? Se continuiamo a lasciare paesi con un tasso di disoccupazione al 25% ci saranno rivolte tali che alcuni paesi potrebbero decidere di gettare la spugna e uscire dall’euro. Ma nella zona euro ci sono le risorse necessarie per riportare la crescita e cambiare la strategia. Il Patto per la crescita, che Hollande si vanta di aver fatto approvare, è una strategia sufficiente? Ci vorrebbe un vero piano per favorire l’innovazione e migliorare così la competitività. Oggi non c’è: il Patto prevede 120 miliardi in otto anni. Ma l’austerità significa tagli di 140 miliardi solo nel 2013, dal 2010 il rigore ha significato tagli per più di 100 miliardi ogni anno. La Bce ha dato la garanzia di acquisti illimitati di obbligazioni, ma ha posto delle condizioni. E’ questa la strada buona? La Bce non puo’ prendere rischi. Emette moneta e non puo’ avere rischi di credito, se compra debito italiano si deve assicurare di poterlo rivendere sul mercato. La garanzia è che la zona euro non esploda, che gli stati non facciano default. Questa condizione è da conservare. Anche un certo grado di sorveglianza, visto che si condivide il fardello ci deve essere il controllo, un coordinamento e scelte politiche discusse assieme. Anche l’Italia sta crollando sotto i colpi del rigore. L’Italia è un caso emblematico, con una strategia di bilancio controproducente. Il problema dell’Italia non è il consolidamento, il bilancio è in eccedente primario, con un deficit del 2-3%. Il problema è il debito e i tassi di interesse elevati. Si risolve non con i tagli, ma con il ritorno della crescita e la garanzia di tassi più bassi, che eliminerebbe il problema della sostenibilità del debito. Ci vorrebbe una traiettoria più ragionevole, che mettesse fine a sforzi vani e costosi.
Annunci