Category: DONNE


Mio padre se ne è andato nel sonno nelle prime ore della mattina di domenica 22 maggio 2016 a casa, il primo maggio aveva compiuto 94 anni. Fino alla fine è stato lucido e quindi consapevole. E’ stata dura per lui e per noi.

Siamo riusciti a farlo restare a casa, come era suo desiderio, ma non siamo riusciti a risparmiargli il dolore. Per gli ultimi due mesi di vita non c’è stato giorno in cui non abbia invocato misericordia e carità, in cui non ci abbia detto che voleva morire. Solo tre giorni prima di morire, rendendosi conto che era arrivato alla fine, mi ha detto che non era pronto, che voleva restare con noi.  

Con rabbia devo dire che siamo stati lasciati soli, che le strutture sanitarie di base, il medico curante in prima linea, non ci hanno fornito l’informazione adeguata relativamente al diritto che una legge dello stato (Legge 15 marzo 2010, n. 38 –  “ Disposizioni per garantire l’accesso  alle cure palliative e alla terapia del dolore”) conferisce ai malati terminali e cronici di ricevere giuste cure per trascorrere gli ultimi giorni di vita in modo dignitoso e sereno.

Ho deciso pertanto di condividere tutto questo perché penso che della morte è giusto parlare perché è parte integrante della vita, basti pensare che alla nascita, tra vivere e morire, è solo questione di una frazione di secondi.

Non è un caso che le cure palliative siano state pensate da una donna, Cicely Saunders, infermiera qualificata, medico e assistente sociale. Con un autentico humour inglese, si definiva un one-women multiprofessional team. Riuniva infatti in una sola persona le tre più importanti professionalità dell’accompagnamento alla morte. ( “SAPER MORIRE – Cosa possiamo fare, come possiamo prepararci – Gian Domenico Borasio ).

Le donne hanno familiarità da sempre con il dolore, la sofferenze e la morte perché danno la vita. La forza interiore delle donne è immensa ed è per questo che riescono da sempre a gestire meglio il dolore. Le donne non si tirano indietro quasi mai.

In questa nostra società in cui tutti ci crediamo immortali, tutti dobbiamo essere giovani il più a lungo possibile, tutti dobbiamo essere belli, non c’è posto per la sofferenza, per il dolore, per la morte. Ma sofferenza, dolore e morte fanno parte della vita, come la gioia, la serenità, e tutti quei piccoli momenti di felicità che ognuno di noi ha la fortuna di assaporare.

Penso che sia arrivato però il momento di fermarsi a riflettere, di riconoscere che non si può correre all’infinito, che questo nostro modello di sviluppo che ci ha portato, tra le tante altre cose, ad ammalarci di una serie di malattie, dovute proprio al troppo benessere, che ci fanno poi morire, non è più sostenibile.

Occorrerebbe che ognuno di noi imparasse ad abbracciare anche la parte più buia della vita, per poterla illuminare. Basta una piccola fessura per far entrare la luce: per dare spazio alla luce serve la conoscenza e la conoscenza la possiamo fare nostra solo abbracciando tutte le situazioni che la vita di volta in volta ci pone davanti.

La morte ci coglierà sempre all’ improvviso ma cerchiamo di esserne consapevoli per poter concludere i nostri giorni con dignità e serenità.

Ps. I recapiti delle unità di cure palliative e degli hospice italiani sono reperibili presso gli indirizzi pubblicati sul sito web della                                                                                           Società Italiana di Cure Palliative (www.sicp.it /web/eventi/SICP/reticp.cfm)   e della               Federazione Cure Palliative ( www.fedcp.org/cure-palliative/hospice.in-italia.html )       

 

 

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Questo è quanto scrive Lorella Zanardo sulla sua pagina facebook.

SOSTENIAMO IL SUO PROGETTO

Il corpo delle donne

HO un PROGETTO
Ho un progetto per un video/ documentario su un soggetto urgente quanto lo fu Il Corpo delle Donne.
Abbiamo scritto il soggetto, così bello che mentre scrivo, fremo dall’emozione.
Come è mio costume, il tema è utile, offre spunti di riflessione che servono a vivere meglio, ad uscire dalle gabbie, a fare un salto di qualità nelle nostre vite.
E’ un soggetto che interessa le donne, ma anche gli uomini.
Ed è un tema universale: interesserebbe l’ Italia ma anche il mondo.
Offre una riflessione “alta” ma accessibile a tutte e tutti, come fu con Il Corpo delle Donne.

Ci serve un finanziamento.
Tra voi che leggete ci sono donne e uomini che lavorano nelle Fondazioni, Banche, Aziende, Enti.
Cosa offriamo?
Il Corpo delle Donne è arrivato a più di 12 milioni di persone, di cui circa 5 milioni all’estero.Normalmente un documentario arriva a qualche centinaio di migliaia di persone.
Ha provocato coscienze, riflessioni, convegni, eventi, premi, migliaia di interventi nelle scuole, nelle università del mondo, a festival. Sono state scritte tesi, libri, documentari che ne hanno parlato.
Chi ci sostiene, avrà il proprio marchio che si diffonderà insieme al nostro lavoro comunicando che sostenete un’opera che non è solo arte ma un’azione concreta di cittadinanza attiva.
Pubblicità buona e pulita per voi. Che è molto di questi tempi.
Noi chiediamo autonomia di azione, libertà di espressione.

Con il costo di 5 o 6 passaggi di spot pubblcitari in televisione, potete sostenere un’opera che potrebbe fare molto bene. E diffondersi parecchio. E provocare cambiamenti grandiosi.

Pensateci.
Se siete interessate/i a parlarne scrivetemi qui: lorellaz@ilcorpodelledonne.net
grazie

CARE TRENTENNI: SI può VIVERE senza l’APPROVAZIONE MASCHILE

Da quando è uscito il documentario “Il Corpo delle Donne” ho avuto modo di notare che c’è un segmento della popolazione femminile, direi trentenni fino ai quaranta, spesso laureate e apparentemente emancipate, che interviene ai dibattiti con puntualizzazioni molto simili, da Roma a Milano, da Napoli a Trento.
Dapprima queste giovani donne arricchiscono il dibattito con esperienze personali: recentemente una di loro raccontava di come si fosse sentita chiedere ad un colloquio per un posto di lavoro, se nei suoi piani ci fosse un figlio. Indignata la ragazza aveva reagito duramente alla domanda discriminatoria, si era ribellata con forza.
Quando poi avevo ripreso la mia esposizione inserendo il suo commento all’interno di uno scenario ampio, e cioè quello di un Paese misogino con un patriarcato duro a morire, con un Gender Gap Index a livelli primitivi, con un divario salariale del 30% tra uomini e donne, con una televisione pubblica e privata che non ha pari quanto a discriminazione di genere in Europa, e per questo avevo concluso, è necessario reagire, ecco allora avevo visto la giovane donna muoversi con fastidio sulla sedia e poi sbottare con un “Sì, va bene. Ma questa lotta non la definirei femminista, che è superata. Io posso fare ciò che voglio nella mia vita. E poi questa battaglia noi, della mia generazione, la vogliamo fare con gli uomini, insieme.”E a questo punto la giovane donna lanciava uno sguardo al resto della platea di coetanee e tutte sì, annuivano fiere. Loro la battaglia la vogliono fare con i loro compagni e con gli uomini tutti.
Questa scena si ripete spesso.
All’inizio provavo un senso di com-passione e compresione verso chi interveniva: immaginavo la rabbia e lo scoramento di chi si laureava, frequentava un post-doc, si dava da fare per poi trovarsi a combattere contro stereotipi vecchi come il mondo.
Successivamente a questi sentimenti si è aggiunto un sottile fastidio.
Ho letto in questi commenti un sottotesto, un non-detto che si esprime spesso in mezzi sorrisi, in sguardi sfuggenti, in occhiate solidali tra pari.
Gli sguardi dicono ” Noi cara Zanardo, siamo giovani. Sì, c’è qualche problema ma si risolveranno. Noi non siamo “come voi”. Noi siamo comunque vincenti. Noi piacciamo.”
Questo pensiero si comprende, e per quanto mi riguarda, si giustifica facilmente. Nella nostra società la figura femminile di riferimento a livello mediatico è la giovanissima. Moda, televisione, pubblicità hanno adottate le giovani e giovanissime come testimonials. Ne consegue che chi è giovane si sente spesso al centro dell’attenzione sociale. Questa è un’attenzione spesso apparente, lo sappiamo, alle immagini non seguono poi fatti concreti e le ragazze restano marginali nella società.
Ma ciò che “appare” è una festa continua della gioventù delle donne, la realizzazione per il maschio italiano tipo: avere una giovane donna da mostrare.
Quindi nonostante all’attenzione mediatica non seguano fatti di apprezzamento reale verso le giovani, queste, e lo si comprende, si sentono al centro dell’attenzione sociale.
L’ho visto concretamente tempo fa all’interno della redazione di un quotidiano: tutti i capi ultracinquantenni ma giovanilisti, tutte le giornaliste in redazione trentenni graziosissime e in qualche modo fiere di piacere ai capi cinquantenni.
Che, come prevedibile in Italia, non concedono poi loro alcuna autonomia reale e pochissimo spazio nel giornale.
Si è creato dunque in Italia un legame molto poco sano e poco proficuo per una delle due parti, tra i maschi alfa di potere e alcune giovani trentenni di buone speranze.
E’ un legame taciuto, forse nemmeno portato a coscienza, ma che non ha eguali in altre parti del mondo.
Non si tratta qui del legame, quello vecchio come il mondo, del ricco magnate anziano ma con potere e la giovanissima inesperta alla ricerca di sistemazione.
No.
Qui si tratta di un legame che non ha conseguenze erotico/sessuali o almeno non è questo il punto.
E’ altro: è la chimera, l’illusione, spesso l’imbroglio con cui chi detiene il potere di un Paese, lega a sé un segmento ampio ed interessante della popolazione femminile, senza concedere nulla, ma solo facendo loro credere di essere “importanti”.
L’ho compreso per anni ma ora provo fastidio.
Perché questa solidarietà nascosta e spesso solo simbolica tra uomini maturi e ragazze all’inizio di carriera, è quanto di più malato e castrante ci sia per le donne e purtroppo ne stiamo già vedendo le conseguenze.
Gli uomini in questione sono quelli di uno dei Paesi più arretrati per quanto riguarda il divario di genere e dunque il loro interesse verso un segmento più giovane ed inesperto è frutto di una logica misogina: vi adulo, paiono dire, ma il potere non lo molliamo.
I dati confermano quanto scrivo.
Ma c’è dell’altro.
Questo legame simbolico tra vecchi uomini e giovani trentenni acculturate, reca con sé spesso la rottura del patto intergenerazionale tra donne che è il prezzo che gli uomini di potere chiedono, ed è una richiesta sottesa, alle giovani donne.
Si chiede in pratica, di liberarsi della zavorra delle donne più mature. Quelle che chiedono insomma, quelle che combattono, quelle che si spendono.
La modalità escogitata è semplice: si è cercato di far diventare il tema dei diritti delle donne un tema sfigato, misero.
Si chiama “spirale del silenzio” significa che quando l’agenda dei media esclude un tema in modo insistente, le persone tendono a ritenere tale tema inferiore, poco importante, misero. Ed evitano di parlarne.
A questa spirale le giovani acculturate, non tutte, spesso aderiscono.

E dunque care trentenni, tocca a voi ora comprendere.
Tocca a voi smettere di avere paura di non essere popolari: lo so che è più dura per voi di quanto lo fosse per noi. Lo so che in questa società piacere è un dovere, ma in gioco c’è la vostra vita.
I vostri partner sostengono la vostra battaglia? Ottimo.
Ma non è questa una priorità.
Pensate se Nelson Mandela avesse affermato che solo se i bianchi avessero combattuto con i neri avrebbe intrapreso la lotta.
Quella dei diritti delle donne è la battaglia di noi donne innanzitutto, non perdete tempo in cerca di approvazione, il tempo trascorre veloce e non lo perderei per raggiungere mete facili e illusorie.

L’attenzione degli uomini, pure alfa, non è tutto, mi prendo la libertà di dire che rappresenta poco.
Mi dite talvolta “Lei ha una bella pagina facebook. Però la seguono prevalentemente donne”
La maggior parte delle pagine scritte da uomini sono seguite da uomini, non mi pare che abbia mai rappresentato un problema.

C’è poi un tema spinoso: bisogna avere il coraggio di affrontarlo.
Il non detto è che le donne 50enni, in questa società dove si è stabilito un patto anomalo tra donne trentenni e vecchi uomini di potere, queste “vecchie 50enni” sarebbero in qualche modo gelose dell’attenzione che le giovani suscitano sugli uomini.
Accade nella trasmissione “Uomini e Donne” in tv dove 50 enni si sbranano con quelle che potrebbero essere loro figlie per ottenere l’attenzione di UnoQualsiasi.
Non accade così nella società, succede talvolta. Ma non spesso.
Per molte donne adulte l’ottenimento dell’attenzione da parte di uomini responsabili di un patriarcato pernicioso nel Paese, non rappresenta un obiettivo.
Penso ad alcuni giornalisti, ad alcuni politici con i quali nemmeno sotto tortura molte signore cinquantenni, si accoppierebbero.
Quando si è conquistata maturità, consapevolezza ed autostima, il desiderio è di trovare la compagnia di un partner di valore e di rispetto, nulla di meno.
Coraggio. Ci vuole ora coraggio.
Noi ci siamo, siamo al vostro fianco se vorrete.
Ci vuole comprendere qual è la posta in gioco e cosa prevede il raggiungimento di autonomia, lavoro, parità di diritti.

L’approvazione della classe dirigente nella fase di cambiamento sociale, non è mai stato segno che si stia andando nella giusta direzione.

 
 

Quelle come me regalano sogni,
anche a costo di rimanerne prive…
Quelle come me donano l’Anima,
perché un’anima da sola è come
una goccia d’acqua nel deserto…
Quelle come me tendono la mano
ed aiutano a rialzarsi, pur correndo il rischio
di cadere a loro volta…
Quelle come me guardano avanti,
anche se il cuore rimane sempre qualche passo indietro…
Quelle come me cercano un senso all’esistere e,
quando lo trovano, tentano d’insegnarlo
a chi sta solo sopravvivendo…
Quelle come me quando amano, amano per sempre…
e quando smettono d’amare è solo perché
piccoli frammenti di essere giacciono
inermi nelle mani della vita…
Quelle come me inseguono un sogno…
quello di essere amate per ciò che sono
e non per ciò che si vorrebbe fossero…
Quelle come me girano il mondo
alla ricerca di quei valori che, ormai,
sono caduti nel dimenticatoio dell’anima…
Quelle come me vorrebbero cambiare,
ma il farlo comporterebbe nascere di nuovo…
Quelle come me urlano in silenzio,
perché la loro voce non si confonda con le lacrime…
Quelle come me sono quelle cui tu riesci
sempre a spezzare il cuore,
perché sai che ti lasceranno andare,
senza chiederti nulla…
Quelle come me amano troppo, pur sapendo che,
in cambio, non riceveranno altro che briciole…
Quelle come me si cibano di quel poco e su di esso,
purtroppo, fondano la loro esistenza…
Quelle come me passano inosservate,
ma sono le uniche che ti ameranno davvero…
Quelle come me sono quelle che,
nell’autunno della tua vita,
rimpiangerai per tutto ciò che avrebbero potuto darti
e che tu non hai voluto…

 

Questo è un post di Lorella Zanardo che da anni si sta battendo perché i canali di comunicazione, televisione, giornali, pubblicità, cambino il modo che utilizzano nel rappresentare le donne.
Il corpo delle donne

Perchè si va a RAI UNO di mattina presto la domenica?

Mi invitano spesso a RAI unoMattina in Famiglia.
La domenica
Alle 8
Per un tempo di massimo mezz’ora
Non mi pagano
Non mi porta lavoro, nel senso che comparire in quelle trasmissioni non provoca altri inviti o docenze
Allora perchè ci vado?
Perchè alla mattina a RAIUNO c’è un pubblico che non intercettiamo qui. Non è un pubblico che va spesso su FB o almeno non sulle pagine come la nostra.
E’ un pubblico fatto prevalentemente di donne, fascia età media e medio/alta.
Cultura medio, medio /bassa.

La risposta è nelle righe qui sopra.
Utile andare dunque perchè arrivo a quelle donne con cui mi interessa entrare in contatto.
Mi danno poco tempo, ne vorrei di più.
Faccio quel che posso con il tempo che mi danno, me lo faccio bastare.
Oggi sono riuscita solo a dire che il testo di Cecile, la ragazza nera, era importante perchè abbatte gli stereotipi.
E che Garko è stato trattato come Madalina Ghenea: non male, ma quando sono belle e belli, si ritiene che l’inquadratura basti.
Bisogna farli palrare, dare spazio a chi è sul palco.
E’ poco? E’ qualcosa.
Sono molto soddisfatta del lavoro che ho fatto su me stessa in questi anni.
Sono riuscita ad uscire dalla gabbia dell’ego in cui molte intellettuali sono imprigionate, e anch’io ho rischiato: parlare a chi già conosce, dimenticare che gli/le anafabeti di ritorno sono più della metà della popolazione, scordarsi che abbiamo il più basso numero di laureati di Europa e il piu alto abbandono scolastico.
In pratica: ciò che sta accadendo in Italia è che chi già sa, si rivolge a chi già sa.
E nulla cambia.
Servono attiviste/i, voi che state leggendo.
Persone colte, umili, con un obiettivo enorme: divulgare.
Don Milani come MAestro.
Certo, l’ideale sarebbe avere una trasmissione dedicata, un nuovo ” Non è Mai Troppo Tardi 2.0.”
Ma facciamo quel che possiamo con ciò che abbiamo e dove siamo.
Buona domenica

 

Amare, in tutte le sue declinazioni, significa rispetto, cura, protezione reciproche, considerando le singole libertà, all’interno della libertà collettiva, perché essere simili vuol dire essere nello stesso tempo diversi ma uguali. Molti uomini non sanno amare perché mettono sempre al centro di tutto la loro persona, le loro esigenze, i loro desideri, i loro sogni, la loro amarezza, la loro stanchezza, i loro dolori.

Ci si innamora. Dopo si deve avere la capacità di amare. 

24 ANNI

 

Maria, 24 anni, madre di Elena: sgomento, angoscia, sconfitta, la bimba ha una malformazione congenita

Elena, madre di Irene, 24 anni, passione sensuale e amore, sceglie e sposa un ragazzo controcorrente

Irene, 24 anni, parte verso la Francia, in Erasmus

Solo per le donne fenomenali 

Tieni sempre presente che la pelle fa le rughe,
i capelli diventano bianchi, i giorni si trasformano in anni…
Però ciò che è importante non cambia;
la tua forza e la tua convinzione non hanno età.
Il tuo spirito è la colla di qualsiasi tela di ragno.
Dietro ogni linea di arrivo c’è una linea di partenza.
Dietro ogni successo c’è un’altra delusione.
Fino a quando sei viva, sentiti viva.
Se ti manca ciò che facevi, torna a farlo.

Non vivere di foto ingiallite…
Insisti anche se tutti si aspettano che abbandoni.
Non lasciare che si arruginisca il ferro che c’è in te.

Fai in modo che invece che compassione, ti portino rispetto.
Quando a causa degli anni non potrai correre, cammina veloce.
Quando non potrai camminare veloce, cammina.
Quando non potrai camminare, usa il bastone.
Però non trattenerti mai.

dal diario di Madre Teresa di Calcutta

Oggi è il mio compleanno e stamattina camminando per le strade del mio quartiere, alla vetrina della cartoleria, dove ci fermavamo sempre a curiosare quando mia figlia era piccola, questa poesia è stata attaccata in posizione centrale per essere letta, inequivocabilmente! E’ stato un bellissimo regalo da condividere … E non perché io mi senta una donna fenomenale, ma perché mi ha ricordato che posso farcela, senza guardare indietro, con il sole negli occhi, anche distraendomi talvolta, e ridendo, andando avanti con leggerezza e consapevolezza, come dice una canzone di Malika Ayane …       

 

10 cose che le persone dotate d’intelligenza emotiva NON fanno

Pubblicato: 12/09/2015 11:59 CEST Aggiornato: 12/09/2015 12:01 CEST
INTELLIGENZA EMOTIVA

Ci affidiamo alla logica e alla ragione per affrontare la vita di ogni giorno, eppure dopo lunghe pause di riflessione, arriviamo alle stesse conclusioni a cui potremmo giungere in un batter d’occhio senza pensarci troppo. I nostri leader trascurano l’elemento umano di molte questioni socio-poliche e non c’è neanche bisogno che vi indichi la percentuale di divorzi per convincervi che molti di noi non scelgono il partner giusto (e non sono capaci di tenere in piedi le loro relazioni a lungo).

Sembra che la gente sia convinta che la cosa più intelligente da fare sia non provare alcuna emozione. Per essere efficienti bisogna essere come macchine, un prodotto dei nostri tempi. Una specie di robot ben oliato, consumista, programmato digitalmente, “non-cosciente” ma totalmente funzionante. E per questo… soffriamo.

Ecco quali abitudini adottano le persone capaci di essere consapevoli dei loro sentimenti. Che sanno come esprimere, gestire, scandagliare e modificare le proprie esperienze, perché sono loro il “centro di controllo”della propria esistenza. Sono i veri leader, conducono una vita completa e autentica . Dovremmo prendere spunto dal loro esempio. Ecco le cose che le persone dotate di intelligenza emotiva NON fanno.

1. Non credono che il loro modo di percepire una situazione rispecchi la realtà.
Vedono le loro emozioni come delle “risposte” ad una data situazione, non come parametri esatti per valutare quello che sta accadendo loro. Accettanno il fatto che la loro reazione potrebbe avere a che fare più con i loro problemi personali, che con la situazione oggettiva in corso.

2. I loro punti di riferimento emotivi sono dentro di loro.
Non vivono le emozioni come se fosse un altro a provarle, come se il problema da risolvere fosse di qualcun altro. Capire che l’origine delle cose che sentono è in loro stessi, li tiene alla larga dal pericolo della passività. Non cadono nell’errore di pensare che “dove l’universo ha sbagliato, l’universo rimedierà”.

3. Non presumono di sapere cosa li renderà davvero felici.
Dal momento che collochiamo tutti i nostri punti di riferimento nel passato, non abbiamo alcun mezzo per stabilire, adesso, cosa potrebbe renderci davvero felici invece di sentirci solo dei “sopravvisuti” alle esperienze più dolorose. Le persone dotate di intelligenza emotiva lo capiscono e si aprono ad ogni esperienza verso cui la vita le conduce, sapendo che ogni cosa cela un lato positivo ed uno negativo.

4. Non pensano che avere paura sia un errore.
Piuttosto, essere indifferenti significa avere intrapreso la strada sbagliata. La paura indica che stiamo cercando di raggiungere qualcosa che amiamo, ma che le nostre convinzioni e le ferite del passato ce lo impediscono (o forse sono lì proprio per essere curate, una volta per tutte).

5. Sanno che la felicità è una decisione, ma non sentono il bisogno di prenderla ogni volta.
Non si illudono che la “felicità” sia uno stato di grazia perenne. Si concendono il tempo per esaminare tutto quello che succede loro. Si concedono il lusso di vivere in una condizione di “normalità”. In questo stato di “non resistenza”, riescono a trovare appagamento.

6. Non lasciano che qualcun altro decida delle loro idee.
Capiscono che, subendo il condizionamento sociale, possono essere influenzate da mentalità, pensieri e idee che non appartengono a loro. Per opporsi a questo, scandagliano le loro convinzioni, riflettono sulla loro origine e stabiliscono se quel quadro di riferimento può fare al caso loro o meno.

7. Riconoscono che un autocontrollo infallibile non è un segnale d’intelligenza emotiva.
Non trattengono i sentimenti, non cercano di mitigarli al punto di farli sparire. Tuttavia, hanno la capacità di trattenere la loro risposta emotiva finché non si trovano in un ambiente più “appropriato”, dove poter esprimere ciò che sentono. Non sopprimono l’emotività, la gestiscono.

8. Sanno che un sentimento non li ucciderà.
Hanno raggiunto la forza e la consapevolezza necessarie per sapere che tutte le cose, anche le peggiori, sono passeggere.

9. Non regalano la loro amicizia a chiunque.
Vedono la fiducia e l’intimità come qualcosa da costruire, qualcosa da non condividere con tutti. Non sono circospette o chiuse, ma preferiscono agire con consapevolezza e attenzione quando si tratta di fare entrare qualcuno nella loro vita e nel loro cuore. Sono gentili con tutti, ma si concendono a pochi.

10. Non credono che un singolo sentimento negativo possa dominare il resto della loro vita.
Evitano di arrivare a facili conclusioni, di proiettare un momento presente nel prossimo futuro, credendo che un periodo di negatività possa caratterizzare il resto della loro vita, invece di essere un’esperienza transitoria e isolata. Le persone emotivamente intelligenti accettano i “giorni no”. Si permettono di essere umani. In questo modo, trovano la pace.

traduzione dall’inglese di Milena Sanfilippo

http://www.huffingtonpost.it/italy

UNA MADRE

https://www.google.it/

http://www.arteideaeventieservizi.it

 

QUANDO LA MAMMA È “CATTIVA”

MASSIMO RECALCATI

IL CASO di Martina Levato pone in questi giorni, tra gli altri, questi interrogativi, ai quali, però, se ne devono aggiungere altri ancora: una donna che si è macchiata di un reato gravissimo come quello di sfregiare con l’acido un proprio ex mentre già sapeva di essere incinta può diventare una madre sufficientemente buona?

L’insegnamento della psicoanalisi è che la maternità — come la paternità — non è mai solo un evento biologico, ma è innanzitutto un evento del desiderio. La natura non è mai sufficiente in sé — come spiega bene anche il testo biblico — per fare sorgere la vita in quanto vita umana. È necessario qualcos’altro; l’intervento di un elemento terzo, l’intervento della parola e di una adozione simbolica. Il caso di Martina Levato e del suo partner dovrebbe già bastare ai sostenitori incalliti della cosiddetta famiglia naturale a comprendere che essere una coppia eterosessuale non è mai una condizione sufficiente per garantire una genitorialità sufficientemente buona. Lo sappiamo: quello che davvero conta è l’apertura verso il figlio, la disponibilità ad arretrare, a diminuire, a fare spazio, a decentrarsi, a donare, come direbbe Lacan, quello che non si ha. Diventare genitori comporta un taglio, una discontinuità nella nostra esperienza del mondo e di noi stessi: una responsabilità illimitata irrompe modificando per sempre la nostra percezione delle cose.

Nel gesto del pm del tribunale dei minori, Annamaria Fiorillo, non c’è alcun esercizio sadico e impietoso del potere. Non si tratta del rovescio speculare della crudeltà dello sfregio di cui si è macchiata Maria Levato. Piuttosto questo atto segnala l’esistenza di una Legge terza che intende tutelare la vita del bambino, segnala una giusta e sacrosanta preoccupazione.

La psicoanalisi sottolinea come ogni maternità è avvolta da fantasmi inconsci. Dalle perizie psichiatriche effettuate in occasione del processo, sembra essere stata la maternità stessa a portare questa giovane donna verso l’esigenza “delirante” di una “purificazione” di se stessa che le avrebbe imposto di farla finita con il proprio ex e con il “male” che egli rappresentava. Anziché simbolizzare un passaggio soggettivo così grande e delicato come quello della maternità che implica sempre un salto dall’essere figlia all’essere madre e, dunque, un lutto nei confronti del rapporto con la propria madre e, soprattutto, con la sua ombra, questa giovane donna “agisce” violentemente contro un oggetto, contro il suo ex, contro una presenza divenuta (del tutto immaginariamente) persecutoria; lo sfigura perché la sua immagine le ricorda quello che di se stessa non può più tollerare. Potrebbe fare altrettanto con il proprio bambino? Non è forse a questa questione che dovranno rispondere i giudici?

Eccoci di nuovo circondati da domande alle quali non si può rispondere rifugiandosi in facili generalizzazioni: quale oggetto è un bambino per la propria madre? Quali fantasmi la nascita reale di un figlio può sollevare? Cosa comporta passare dal bambino fantasticato nella gravidanza ad un bambino che non è più mio, che appare nel mondo come una vita altra, come una vita diversa? Di quanta disponibilità ad oltrepassare il proprio Io deve testimoniare una madre? È questa una verità profonda che attraversa silente questa triste e drammatica vicenda: nessuna Legge potrà mai riparare un figlio dai fantasmi dei propri genitori.

17 agosto 2015

http://www.repubblica.it/

Terra Santa Libera

Il folle progetto sionista si realizzerá con la pulizia etnica locale e la ricostruzione del tempio sul Monte Moriah

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